Logo Crux

A San Giuseppe un Grest lungo tutta l’estate

A San Giuseppe un Grest lungo tutta l’estate
Dodici settimane di attività per bambini e ragazzi, tra gioco, educazione, fede, cura del creato e inclusione

A San Giuseppe di Mestre il Grest non dura due o tre settimane, come accade nella maggior parte delle parrocchie della diocesi, ma tutta l’estate. È una proposta che si rinnova di anno in anno, sotto la guida di don Natalino Bonazza, parroco dal 2013.

«Non è una scelta di quest’anno quella di far durare il Grest per tutta l’estate», racconta don Natalino. «Io l’ho trovata così quando sono venuto qui dodici anni fa, e l’ho incoraggiata. È una proposta che interessa famiglie anche di parrocchie vicine del Mestrino. Noi chiudiamo soltanto la settimana di Ferragosto».

Alla base c’è una risposta concreta a un bisogno diffuso: garantire un supporto costante alle famiglie nei mesi estivi, quando la scuola è chiusa e non si può più dare per scontato che i nonni riescano a coprire l’esigenza dei genitori. «Le famiglie che possono avvalersi dei nonni sono fortunate – aggiunge don Natalino – ma non sempre è così. Noi ci accorgiamo che anche la rete familiare è cambiata. Ma non vogliamo sostituirci a nessuno: offriamo una proposta che affonda le radici nella vita cristiana, pensata a misura di ragazzi e famiglie».

Educazione, fede e territorio

La proposta del centro estivo di San Giuseppe non si limita al gioco e all’intrattenimento: ogni attività ha un taglio educativo, culturale e spirituale. L’obiettivo è accompagnare i ragazzi in un cammino di crescita anche durante le vacanze.

«Prendiamo dei contenuti di scoperta e conoscenza», spiega don Natalino. «Cerchiamo ogni giorno di portare i ragazzi fuori, di far vivere esperienze legate al territorio. Per esempio, in viale San Marco è in corso un’attività di bonifica dei terreni e noi avremo una visita guidata al cantiere. La chiamiamo con un hashtag: #guarirelaterra. È un modo per conoscere e prendersi cura».

Il filo conduttore di quest’estate è proprio la cura del creato, ispirata all’enciclica Laudato si’. Tutte le attività, comprese quelle spirituali, ruotano intorno al tema “Nostra sorella madre terra”. Ma l’intenzione di fondo resta quella di rendere protagonisti i ragazzi, facendoli sentire parte attiva della comunità.

Un’estate che guarda lontano

Accanto alle attività locali, il centro estivo mantiene un forte legame con la solidarietà internazionale, grazie a un progetto che ogni anno coinvolge la parrocchia di Olmoran, in Kenya. Quest’anno l’iniziativa ha un chiaro risvolto ecologico.

«Sosteniamo la piantumazione, con la vetta di mille euro, di 400 alberi», racconta don Natalino. «Le talee, sia da frutto che da legname, verranno piantate su un terreno in parte della parrocchia e in parte vendute alle famiglie che poi li coltiveranno. È un gesto semplice, ma importante. Piantare un albero vuol dire credere nel futuro».

L’idea è far capire ai ragazzi che ogni gesto può avere un impatto, anche lontano. E lo si fa dentro una struttura ben organizzata: «Ogni settimana abbiamo circa 86 bambini, con un totale di 188 iscritti. A seguire le attività ci sono un coordinatore, tre capistaff, nove animatori maggiorenni e dodici aiuto-animatori minorenni. Senza dimenticare le due cuoche e le collaboratrici per le pulizie: ognuno ha un ruolo essenziale».

Integrazione e lingua come risorsa

Un aspetto distintivo del centro estivo di San Giuseppe è la presenza multietnica, che trasforma l’estate in un’opportunità di integrazione naturale. «Possiamo dire che, a parte l’Australia, nel nostro patronato sono rappresentati quasi tutti i continenti», osserva don Natalino.

Ci sono bambini che tornano ogni anno, come due fratelli della Corea del Sud che partecipano per praticare l’italiano. Ma anche bambini dell’Est Europa, o ucraini arrivati dopo l’inizio della guerra. «Non istituiamo corsi – chiarisce il parroco – ma c’è un’attenzione quotidiana alla lingua. I bambini imparano giocando e parlandosi tra di loro. Se si sentono accolti, iniziano a interagire naturalmente».

Un’attenzione che si estende anche alla tavola: con una cucina interna, è possibile gestire menu diversificati, rispettando culture, abitudini e necessità alimentari. «Cerchiamo di far in modo che nessuno si senta messo in disparte. È questo il nostro stile: un’accoglienza semplice, concreta, quotidiana».

Autore:

Iscriviti a CRUX e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!