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Alì, dalla prigionia a Venezia: Guardi dipinse una storia di rinascita

Esposto a Palazzo Ducale fino al 14 aprile, il “Ritratto di Lazzaro Zen”, realizzato da Francesco Guardi, narra un frammento di storia veneziana

Ci sono opere dietro cui si nascondo narrazioni impensabili e mirabolanti. È incredibile come da un semplice ritratto si possa risalire ad una storia di dolore e di rinascita, in quella che fu la Venezia del passato. È quanto emerge dall’opera “Ritratto di Lazzaro Zen”, esposta fino al 14 aprile all’interno della Quadreria di Palazzo Ducale, nella Sala del Magistrato alle Leggi. Si tratta di un raro esempio della ritrattistica di Francesco Guardi (Venezia, 1712–1793), allestito in occasione del quarto appuntamento della rassegna “Ospiti a Palazzo”, in cui Palazzo Ducale ogni anno apre le sue sale a ad un ospite d’eccezione, invitando il pubblico a riscoprire il patrimonio artistico veneziano attraverso un incontro diretto con un’opera, che ogni volta porta con sé una storia da scoprire e un racconto che si intreccia con quello di Palazzo Ducale, simbolo della Serenissima. Questa volta l’opera, un olio su tela del 1770, proviene dalle collezioni I.P.A.V. – Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane. Un capolavoro solitamente non visibile al pubblico che invita a riflettere sul valore simbolico della sua storia, grazie alle nuove ricerche eseguite che hanno fatto maggiore luce sul soggetto ritratto. Il “Ritratto di Lazzaro Zen”, infatti, racconta un significativo frammento della storia veneziana. L’opera, rarissimo esempio di ritratto nella produzione di Guardi, racconta la straordinaria vicenda di Alì,giovane originario della Ghinea in Barbaria, nella costa dell’Africa occidentale, che, dopo un passato di prigionia, scappa e arriva a Smirne dove, all’età di circa vent’anni, incontra un condottiero veneziano che lo conduce a Venezia, città in cui riesce a trovare una nuova vita e una nuova identità.

Il battesimo di Alì con un ricco padrino veneziano

Inizialmente venne accolto nell’ospizio dei Catecumeni, che aveva sede vicino alla Basilica della Salute, dove si trovavano tutti coloro che desideravano convertirsi al cristianesimo. Si trattava per lo più di prigionieri di guerra, ebrei o turchi di fede islamica che arrivavano in numeri sempre più elevati, in particolare dopo la vittoria nella Battaglia di Lepanto (1571), e che erano mossi più dalla volontà di inserirsi nella società veneziana che dalla fede. I neofiti erano ammessi alla cerimonia di battesimo accompagnati dai loro padrini, solitamente ricchi cittadini ed esponenti delle nobili famiglie veneziane. Proprio in laguna, infatti, il 27 novembre del 1770 nella Chiesa di San Zaccaria Alì venne ribattezzato con il nome di Lazzaro Zen, nella messa che fu celebrata dal Patriarca di Venezia. Il ritratto di Francesco Guardi ricorda tale avvenimento in alto a sinistra sullo spazio di fondo nell’iscrizione che riporta il nuovo nome del catecumeno e la data del battesimo: “Ad maiorem Dei gloriam Lazaro Zen fu battezzato li 27 novembre 1770”. Ma non è l’unica testimonianza circa questo avvenimento. Dagli ultimi studi eseguiti in occasione della mostra è stato infatti scoperto che la chiesa di San Zaccaria in quel momento aveva bisogno di elemosine e per questo promosse l’evento redigendo un opuscolo che raccontava il passato di coloro che furono battezzati, da cui è stato possibile ricavare nuovi dati e aneddoti. Il padrino di Alì era un esponente noto a Venezia: Renier Zen, governatore dell’ospizio dei Catecumeni, di cui si apprende dai documenti che aveva avuto nove figli, uno dei quali, Lazzaro, nato nel 1746, era venuto a mancare. Si pensa che la scelta di affidare al suo protetto, al momento del battesimo, il nome del figlio prematuramente scomparso, con chiara allusione al racconto evangelico e al riferimento implicito di resurrezione, fosse legata al desiderio di omaggiarne la memoria.

Sontuosi dettagli

Pare infatti che il giovane Alì venisse trattato come un figlio. Questo lo si può dedurre anche dal ritratto, probabilmente commissionato dallo stesso Renier e poi donato al pio istituto. L’opera raffigura il giovane uomo dalla carnagione scura a mezzo busto e con le mani raccolte. È vestito con abiti sontuosi e raffinati: la marsina in velluto blu è arricchita e decorata da ricami con vistose nappe e abbondanti galloni dorati ed è rifinita nei bordi con una bianca e voluminosa pelliccia. Un elegante copricapo giallo oro è ornato di penne di struzzo e frontalmente presenta lo stemma della famiglia Zen della Riva di Biasio. Il volto di Alì, dallo sguardo assorto, è reso con grande attenzione nei dettagli: sulla pelle scura si riflettono i bagliori di luce e gli occhi profondi trasmettono dignità e autocontrollo. Sulla tela in alto a destra appare poi la figura allegorica della Fede, con i suoi attributi del calice e della croce. Questa presenza introduce un forte significato spirituale, suggerendo la forte devozione a Venezia e la protezione invocata sul soggetto.

Nel ritratto di Guardi una storia di riscatto

Oltre a poter mostrare un’opera normalmente non visibile al pubblico, l’iniziativa dei Musei Civici offre così l’occasione di riflettere sulla storia di una Venezia erede di un impero multietnico e poliglotta. L’opera racconta una storia straordinaria di integrazione e riscatto nella Venezia del Settecento, cambiando la prospettiva che si aveva precedentemente sul soggetto. Il catecumeno Lazzaro Zen diventa allora il testimone di una Venezia multietnica, da sempre aperta all’altroe crocevia di differenti identità e culture. Pur essendo noto soprattutto per la realizzazione di opere vedutiste veneziane, in cui mostra una pennellata vivace e vibrante, Francesco Guardi nel ritratto, eseguito nel pieno della maturità artistica, cede il passo a un fare più istituzionale, preciso e misurato. È il periodo in cui realizza capolavori come “Madonna” del Museo Civico di Padova o “Ritratto del giovane Bortolo i Gradenigo in uniforme” del Museum of Fine Arts di Springfield. Nel Ritratto di Lazzaro Zen, attento a riprodurre lo specchio del reale in una composizione dall’atmosfera morbida e luminosa, grazie all’uso di luci e chiaroscuri, Guardi pone attenzione ai dettagli degli abiti e imposta una composizione elegante e controllata del soggetto. Nello sguardo assorto di Alì, delineato da dall’artista con sottile intensità, pare concentrarsi la tensione psicologica di un giovane che, abbandonate le sofferenze del passato, sta assaporando una nuova vita.

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