

La mia passione per la medicina ha origini antiche ed indotte. Ho pochi dubbi che la mia zia infermiera e caposala attraverso i libri che mi regalava, il microscopio e i racconti mi abbia incamminato su questa strada. Ma c’è un’altra passione che mi accompagna anche oggi: i romanzi.
La domanda d’obbligo è: che tipo di romanzi? Ebbene vi confesserò che sono in maggior parte libri di fantascienza o fantasy, in particolare a sfondo storico. Dai libri di fantascienza mi sono rimasti alcuni aneddoti che sono lo spasso dei miei familiari e anche l’interesse per l’intelligenza artificiale e l’idea che vi siano due filoni per il futuro della medicina: uno che si basa unicamente sui robot (l’IA appunto), l’altro che si concentra sull’integrazione tra medico e macchine… Indovinate a cosa punterei io.

Sinceramente, però, la mia passione va in particolare ai gialli. A questo punto chi legge potrebbe domandarsi cosa c’entri tutto ciò con la mia professione. In realtà le cose sono molto più correlate di quanto possa sembrare a prima vista. Arrivare a una diagnosi qualche volta è proprio come ripercorre la trama di un’indagine: abbiamo gli indizi, che poi sono i sintomi, il colpevole e qualche volta anche i mandanti.
Bene questo è quanto riguarda il medico, ma cosa c’entra il paziente? C’entra eccome perché è proprio lui, ovviamente, a fornire gli indizi. È vero che alcuni li cerca il medico, e sono i riscontri obiettivi che abbiamo attraverso la visita o gli esami prescritti, ma il primum movens, il motore immobile, è sempre quello che racconta il paziente. Per trovare il colpevole diventa quindi importante che la persona riferisca correttamente quali sono i problemi.

Facciamo un esempio pratico: «Dottore mi fa male una gamba». In realtà questo non basta per scoprire il colpevole. Abbiamo una notizia di reato (furto, quantomeno di salute?), ma non abbiamo ancora indizi. È a questo punto che scattano tutte le altre domande: quando e dove?
Quando: mentre cammina o quando sta fermo? Dove: alla gamba, tutta o in parte? Dal ginocchio in giù oppure tutto l’arto, dall’anca in giù? O il dolore è localizzato prima al ginocchio e poi si irradia? E verso dove, su o giù, davanti o dietro? Come si vede possiamo avere molti e diversi casi e, per venirne a capo, è essenziale che le risposte siano il più possibile precise. Per fare questo dobbiamo conoscere il nostro nemico, in questo caso il dolore, e cercare di indicare quando e dove si manifesta.

Continuando il nostro esempio: il dolore compare quando si cammina e, anche se non è sempre stabile, dopo 300 metri di passeggiata in piano ci prende come un morsa al polpaccio e sempre a quello di sinistra. A questo punto l’ipotesi che sia un problema vascolare è al primo posto. Ma basterebbe che il paziente dicesse che compare quasi subito quando comincia a camminare e all’obiettività il medico vedesse una gamba normale calda con i polsi ben pulsanti per far cambiare completamente le cose.
Se lo stesso paziente dice, invece, che il dolore si manifesta di più quando sta disteso e prende anche la faccia posteriore di coscia e gamba, è più probabile che ci sia un problema neurologico (il colpevole), a partenza presumibilmente lombare (il mandante). Molte delle mie diagnosi migliori sono in realtà dovute alla capacità dei pazienti di darmi gli elementi necessari. Proprio come nelle investigazioni di Poirot, l’importante è saper ascoltare.
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