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Arrivare a una diagnosi è come un romanzo giallo

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di Roberto Parisi, internista angiologo Ospedale Santi Giovanni e Paolo, Ulss 3 Serenissima

La mia passione per la medicina ha origini antiche ed indotte. Ho pochi dubbi che la mia zia infermiera e caposala attraverso i libri che mi regalava, il microscopio e i racconti mi abbia incamminato su questa strada. Ma c’è un’altra passione che mi accompagna anche oggi: i romanzi.

La domanda d’obbligo è: che tipo di romanzi? Ebbene vi confesserò che sono in maggior parte libri di fantascienza o fantasy, in particolare a sfondo storico. Dai libri di fantascienza mi sono rimasti alcuni aneddoti che sono lo spasso dei miei familiari e anche l’interesse per l’intelligenza artificiale e l’idea che vi siano due filoni per il futuro della medicina: uno che si basa unicamente sui robot (l’IA appunto), l’altro che si concentra sull’integrazione tra medico e macchine… Indovinate a cosa punterei io.

Immagine generata da IA Gemini di Google
Le trame dei gialli come ispirazione per la diagnosi in medicina

Sinceramente, però, la mia passione va in particolare ai gialli. A questo punto chi legge potrebbe domandarsi cosa c’entri tutto ciò con la mia professione. In realtà le cose sono molto più correlate di quanto possa sembrare a prima vista. Arrivare a una diagnosi qualche volta è proprio come ripercorre la trama di un’indagine: abbiamo gli indizi, che poi sono i sintomi, il colpevole e qualche volta anche i mandanti.

Bene questo è quanto riguarda il medico, ma cosa c’entra il paziente? C’entra eccome perché è proprio lui, ovviamente, a fornire gli indizi. È vero che alcuni li cerca il medico, e sono i riscontri obiettivi che abbiamo attraverso la visita o gli esami prescritti, ma il primum movens, il motore immobile, è sempre quello che racconta il paziente. Per trovare il colpevole diventa quindi importante che la persona riferisca correttamente quali sono i problemi.

Immagine di Drazen Zigic su Freepik
La diagnosi medica come l'indagine di un romanzo giallo

Facciamo un esempio pratico: «Dottore mi fa male una gamba». In realtà questo non basta per scoprire il colpevole. Abbiamo una notizia di reato (furto, quantomeno di salute?), ma non abbiamo ancora indizi. È a questo punto che scattano tutte le altre domande: quando e dove?

Quando: mentre cammina o quando sta fermo? Dove: alla gamba, tutta o in parte? Dal ginocchio in giù oppure tutto l’arto, dall’anca in giù? O il dolore è localizzato prima al ginocchio e poi si irradia? E verso dove, su o giù, davanti o dietro? Come si vede possiamo avere molti e diversi casi e, per venirne a capo, è essenziale che le risposte siano il più possibile precise. Per fare questo dobbiamo conoscere il nostro nemico, in questo caso il dolore, e cercare di indicare quando e dove si manifesta.

Medico investigatore e soluzione del mistero della diagnosi

Continuando il nostro esempio: il dolore compare quando si cammina e, anche se non è sempre stabile, dopo 300 metri di passeggiata in piano ci prende come un morsa al polpaccio e sempre a quello di sinistra. A questo punto l’ipotesi che sia un problema vascolare è al primo posto. Ma basterebbe che il paziente dicesse che compare quasi subito quando comincia a camminare e all’obiettività il medico vedesse una gamba normale calda con i polsi ben pulsanti per far cambiare completamente le cose.

Se lo stesso paziente dice, invece, che il dolore si manifesta di più quando sta disteso e prende anche la faccia posteriore di coscia e gamba, è più probabile che ci sia un problema neurologico (il colpevole), a partenza presumibilmente lombare (il mandante). Molte delle mie diagnosi migliori sono in realtà dovute alla capacità dei pazienti di darmi gli elementi necessari. Proprio come nelle investigazioni di Poirot, l’importante è saper ascoltare.

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