

Evidentemente anche le malattie seguono le mode, per cui, da un po’ di tempo, una delle domande frequenti – trend topic per chi si intende di new media – è: «Dottore, ma il piccolo non sarà mica iperattivo o disattento?».
C’è stato un tempo felice in cui i bambini si definivano: terremoto, selvaggio, zulù e chi più ne ha più ne metta. C’era chi ci arrivava subito, chi era più lento e chi non ci arrivava proprio. Chi scrive queste righe, per esempio. Per risolvere i miei problemi con la matematica, l’unica soluzione è stata sposare mia moglie che la insegna. Non so ancora se è stato un affare…

Adesso, un po’ per il politicamente corretto, molto per i passi avanti in campo neuropsichiatrico, fioccano le diagnosi. Intendiamoci, nella stragrande maggioranza dei casi non sono diagnosi “di peso”, semplicemente si “certifica” l’esistente. Pochi sono i bambini e le bambine che vengono diagnosticati come ADHD o DDAI, cioè con deficit di attenzione con o senza iperattività.
La patologia esiste ed è un handicap. In parole semplici, le cellule del cervello fanno fatica a comunicare fra di loro in maniera adeguata e il soggetto si distrae, si muove continuamente in cerca di nuovi stimoli, diventa impulsivo, perché non riesce a seguire del tutto il filo dei suoi pensieri (non me ne vogliano i professionisti del settore per questa semplificazione). È un disturbo che “ annusiamo” verso i 4-5 anni e che diventa chiaro e diagnosticabile fra i 6 e gli 8, e da questa età è curabile, se opportuno, farmacologicamente.

Ma che dire dei sospetti diagnostici in epoca di scuola materna (pardon, scuola dell’infanzia)? E qui veniamo alle infinite tipologie genitoriali. Genitori troppo esigenti, che non tollerano i minimi abbassamenti di rendimento scolastico da parte dei pargoli, invocano subito il deficit di attenzione. Per contro genitori lassisti, che hanno assecondato sempre il figlio – la maggior parte degli iperattivi è maschio – alla fine, negando ogni responsabilità, incolpano l’iperattività patologica.
Se tutto va bene, sta al o alla pediatra porre, attraverso semplici test, un sospetto diagnostico: sei un selvaggio o sei un iperattivo, sei un sano zuccone o sei un disattento? Spesso, però, o l’osservazione è troppo precoce o è troppo tardiva: «È la fotocopia di suo padre, è come me alla sua età, non c’è da preoccuparsi…». Effettivamente è una patologia che presenta una ricorrenza familiare, spesso al momento della diagnosi i pazienti sono due: il bambino e uno dei genitori.

Quando poi si arriva all’individuazione del disturbo, la comunicazione diventa molto difficile e altrettanto difficile la proposta terapeutica: «No, lo psicofarmaco no!». A confondere ancora di più il quadro il fatto che i nuovi strumenti, tablet e smartphone in primis, disabituano ai tempi lenti con cui l’uomo ha sempre vissuto, fino all’altro ieri. Parlando difficile: si è di molto ridotto l’attention spam.
Alzi la mano chi riesce a vedere un film senza mai compulsare lo schermo che ha a fianco. Vi sfido a guardare un film degli anni Sessanta o Settanta dall’inizio alla fine seduti composti. Parleremo in futuro della terapia farmacologica, per cui si fermino coloro i quali pensano che si vogliano sedare i bambini. Per ora vi invito a dare vita al tempo e non tempo alla vita: rallentate.
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