

E’ quasi notte sotto il Cervino, nella conca che in valle chiamano il Breuil. L’inverno afferra ogni cosa in una morsa gelida. Tutto intorno le montagne sembrano incise nel ferro. E del ferro è il colore del cielo dove l’ultima luce tinge il paesaggio di bianco, grigio e nero. Nessun suono, a parte il vento: non c’è vita, qui e ora. Ma non è così. All’improvviso un lumicino appare: lontano e solitario, proprio sulla cima. La cima della Gran Becca, il nome con cui pastori, cacciatori, guide e contadini di queste valli hanno da sempre chiamato il Cervino. Il lumicino brilla un istante e poi scompare. Riappare a tratti sul filo della parete: qualcuno sta scendendo la cresta del leone verso la capanna Carrel. E’ l’alpinista Hervé Barmasse, stremato da un’impresa che dura ormai da diciassette ore: la prima concatenazione invernale, in solitaria delle quattro creste del Cervino, scalando le vie più difficili in salita e scendendo per le vie normali.

La descrizione di questa cavalcata estrema rappresenta il raggiungimento di un sogno e insieme la conclusione del libro che Barmasse scrive per Laterza: La montagna dentro. L’autore affida a queste pagine ciò che per lui vuol dire Alpinismo e prima ancora esplorazione. La bellezza dell’opera, ricca di immagini si compie nel non essere un testo per specialisti, ma il racconto di una vita e di un’epoca della montagna. Barmasse descrive i principi che hanno regolato la sua crescita da ragazzo verso la formazione di guida alpina. Si racconta senza sconti, mettendo su un piatto della bilancia momenti bui, indecisioni, dolore, infortuni e perdite e sull’altro ricordi, conquiste, fraterne amicizie. Traccia il cammino di un giovane, prima incerto e poi, via via, sempre più sicuro e concentrato verso una precisa scelta di vita. Barmasse sceglie di continuare e completare la tradizione di famiglia, nella quale l’alpinismo è stato ed è ragione di vita da quattro generazioni. Basti pensare a suo padre, l’alpinista fuoriclasse e guida del Cervino, Marco Barmasse.

Questa trasformazione avviene sotto lo sguardo implacabile della Gran becca: il Re di pietra della Valtournanche, luogo dove Hervé è nato e dove torna sempre dopo le spedizioni sulle cime delle Alpi, del Pakistan, della Patagonia, della Cina, del Nepal. Per lui, il continuo confronto con il Cervino è vitale: nella sua concezione di alpinismo non è necessario cercare cime lontane o mete esotiche. Basta alzare lo sguardo sulle montagne di casa e lasciare libero sfogo alla fantasia e alla voglia di scoperta che è da sempre il carburante dei migliori alpinisti. Renato Casarotto, dopo la solitaria invernale alla cresta di Peuterey, sul Bianco, scrisse: “In montagna il mio zaino non è solo carico di materiale e di viveri. Dentro ci metto la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine”.

Queste parole descrivono in maniera efficace ciò che per Barmasse vuol dire vivere di e per la montagna. Cosa significhiavere la montagna dentro. Hervé racconta con prosa chiara e avvincente, a volte lirica: mai descrittiva. Cosa rara nella letteratura di montagna, che tende ad esaltare dati e performances. In questo è vicino allo spirito forte e indipendente dei grandi alpinisti del passato come Whymper, Preuss, Buhl, Bonatti, ma anche affine agli scrittori amanti della montagna come Levi, Mila, Buzzati, Chabod. Uomini con i quali Barmasse condivide una precisa idea di alpinismo e di montagna. Forse ora perduta: ritenuta romantica e quindi obsoleta. Heinrich Holzer, Heini per glia amici, alpinista e sciatore estremo, spazzacamino di Merano, scomparso nel 1977, sulla parete nord del Piz Roseg, amava dire: “Preferisco voltarmi e vedere sulla neve solo la mia traccia, che svia, si interrompe, riprende a zig zag, piuttosto che seguire quella già tracciata da altri.”. Perché so che quella traccia è solo mia.
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