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Barmasse, l’ultimo tra i romantici a conquistare il Cervino

La recensione del libro del mese di giugno a cura di Massimiliano Gostoli, libraio della Libreria editrice Cafoscarina di Venezia

E’ quasi notte sotto il Cervino, nella conca che in valle chiamano il Breuil. L’inverno afferra ogni cosa in una morsa gelida. Tutto intorno le montagne sembrano incise nel ferro. E del ferro è il colore del cielo dove l’ultima luce tinge il paesaggio di bianco, grigio e nero. Nessun suono, a parte il vento: non c’è vita, qui e ora. Ma non è così. All’improvviso un lumicino appare: lontano e solitario, proprio sulla cima. La cima della Gran Becca, il nome con cui pastori, cacciatori, guide e contadini di queste valli hanno da sempre chiamato il Cervino. Il lumicino brilla un istante e poi scompare. Riappare a tratti sul filo della parete: qualcuno sta scendendo la cresta del leone verso la capanna Carrel. E’ l’alpinista Hervé Barmasse, stremato da un’impresa che dura ormai da diciassette ore: la prima concatenazione invernale, in solitaria delle quattro creste del Cervino, scalando le vie più difficili in salita e scendendo per le vie normali.

Un racconto sincero

La descrizione di questa cavalcata estrema rappresenta il raggiungimento di un sogno e insieme la conclusione del libro che Barmasse scrive per Laterza: La montagna dentro. L’autore affida a queste pagine ciò che per lui vuol dire Alpinismo e prima ancora esplorazione. La bellezza dell’opera, ricca di immagini si compie nel non essere un testo per specialisti, ma il racconto di una vita e di un’epoca della montagna. Barmasse descrive i principi che hanno regolato la sua crescita da ragazzo verso la formazione di guida alpina. Si racconta senza sconti, mettendo su un piatto della bilancia momenti bui, indecisioni, dolore, infortuni e perdite e sull’altro ricordi, conquiste, fraterne amicizie. Traccia il cammino di un giovane, prima incerto e poi, via via, sempre più sicuro e concentrato verso una precisa scelta di vita. Barmasse sceglie di continuare e completare la tradizione di famiglia, nella quale l’alpinismo è stato ed è ragione di vita da quattro generazioni. Basti pensare a suo padre, l’alpinista fuoriclasse e guida del Cervino, Marco Barmasse.

Il confronto continuino con il re di pietra

Questa trasformazione avviene sotto lo sguardo implacabile della Gran becca: il Re di pietra della Valtournanche, luogo dove Hervé è nato e dove torna sempre dopo le spedizioni sulle cime delle Alpi, del Pakistan, della Patagonia, della Cina, del Nepal. Per lui, il continuo confronto con il Cervino è vitale: nella sua concezione di alpinismo non è necessario cercare cime lontane o mete esotiche. Basta alzare lo sguardo sulle montagne di casa e lasciare libero sfogo alla fantasia e alla voglia di scoperta che è da sempre il carburante dei migliori alpinisti. Renato Casarotto, dopo la solitaria invernale alla cresta di Peuterey, sul Bianco, scrisse: “In montagna il mio zaino non è solo carico di materiale e di viveri. Dentro ci metto la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine”.

L’idea romantica dell’andar per monti

Queste parole descrivono in maniera efficace ciò che per Barmasse vuol dire vivere di e per la montagna. Cosa significhiavere la montagna dentro. Hervé racconta con prosa chiara e avvincente, a volte lirica: mai descrittiva. Cosa rara nella letteratura di montagna, che tende ad esaltare dati e performances. In questo è vicino allo spirito forte e indipendente dei grandi alpinisti del passato come Whymper, Preuss, Buhl, Bonatti, ma anche affine agli scrittori amanti della montagna come Levi, Mila, Buzzati, Chabod. Uomini con i quali Barmasse condivide una precisa idea di alpinismo e di montagna. Forse ora perduta: ritenuta romantica e quindi obsoleta. Heinrich Holzer, Heini per glia amici, alpinista e sciatore estremo, spazzacamino di Merano, scomparso nel 1977, sulla parete nord del Piz Roseg, amava dire: “Preferisco voltarmi e vedere sulla neve solo la mia traccia, che svia, si interrompe, riprende a zig zag, piuttosto che seguire quella già tracciata da altri.”. Perché so che quella traccia è solo mia.

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