

Non solo un progetto espositivo, ma un lascito intellettuale e umano. Nel bel mezzo del caos esploso dopo l’annuncio della presenza dei padiglioni di Russia e Iran alla prossima 61. Esposizione Internazionale d’Arte de La Biennale di Venezia, c’è solo un’unica certezza: l’invito a rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Questo è il cuore del progetto della mostra pensata da Koyo Kouoh, la prima curatrice africana designata dalla Biennale di Venezia, prematuramente scomparsa a maggio 2025 all’età di 58 anni, che l’Ente ha deciso di realizzare per preservare, valorizzare e diffondere le sue idee e il lavoro svolto con dedizione. Forte infatti è risultato fin da subito il suo invito ad ascoltare i canti di chi genera bellezza nonostante le tragedie per cogliere una poetica libera, contro l’orrore. Per Koyo Kouoh gli artisti sono canali verso e tra le tonalità minori che rifiutano le marce militari e prendono vita nei toni sommessi, portando verso un altrove e un altrimenti. “In Minor Keys”: questo il titolo scelto dalla curatrice per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte che aprirà i battenti dal 9 maggio al 22 novembre ai Giardini, all’Arsenale e in vari luoghi di Venezia. Nominata Direttrice artistica del Settore Arti Visive nel novembre 2024, Koyo aveva infatti già sviluppato il progetto curatoriale, definendo testo teorico, artisti e opere, catalogo, identità grafica e architettura degli spazi, dialogando costantemente con gli artisti da invitare.

Un progetto che ora però rischia di passare sotto traccia dopo che mercoledì 4 l’Istituzione ha annunciato la presenza dei Padiglioni della Russia, in particolare, e dell’Iran. Il presidente della Biennale, Pierangelo Buttafuoco, ha ribadito l’autonomia di una istituzione che da 130 anni a Venezia costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso della Fondazione e la Biennale stessa quando ha dichiarato le 99 partecipazioni nazionali ha sottolineato che tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica Italiana possono partecipare autonomamente con semplice comunicazione. Non è mancata, insieme alla lettera di condanna di 22 Paesi europei, la risposta del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli che, appreso della presenza del padiglione russo, ha subito chiesto alla rappresentante del Mic nel Consiglio di amministrazione della Biennale, Tamara Gregoretti, di rimettere il suo mandato essendo venuto meno il rapporto di fiducia. Dalla Parte di Buttafuoco l’ex governatore e presidente del Consiglio regionale Veneto Luca Zaia, che sostiene si debba condannare la guerra ma non censurare la cultura, e anche l’ex sindaco Massimo Cacciari, per cui la tragedia della guerra si ferma con il dialogo. Ecco che il mondo della cultura e della politica si divide tra chi crede che la cultura sia di tutti e che gli artisti non debbano essere esclusi per una guerra che non hanno scelto, permettendo loro di partecipare come è stato fatto per gli atleti alle Olimpiadi e Paralimpiadi, e chi teme invece che i padiglioni possano diventare luogo di propaganda politica. Intanto il messaggio e il lascito di Koyo Kouoh resta forte: l’arte deve rappresentare la vita. La Mostra sarà realizzata con il contributo del Team selezionato da Koyo stessa: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayi. Sono stati proprio loro a presentare a Venezia nella sede della Biennale a Ca’ Giustinian lo scorso 25 febbraio le linee del lavoro fatto insieme a Koyo, culminato in una significativa riunione guidata dalla stessa Curatrice, svoltasi a Dakar nell’aprile scorso. La mostra si realizzerà quindi secondo il progetto ideato dalla curatrice e, visto che la Biennale si trova in una circostanza senza precedenti, per questa edizione non saranno attribuiti i leoni d’oro alla carriera che la curatrice non ha fatto in tempo a definire.

Saranno 111 i partecipanti tra artisti, duo, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici differenti, grazie a cui verranno messe in risalto l’ingegnosità e la tensione sperimentale di ciascuno. Molte sono le suggestioni che Koyo Kouoh aveva tratto dai riferimenti letteraridiventati fonti d’ispirazione, tra cui Beloved di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, accomunati dall’attraversamento di mondi e soglie temporali e da un realismo magico. La Sala Chini introdurrà al cuore del Padiglione Centrale e alla mostra che prende il nome di “Shrines”, ovvero “Are”, immaginata da Koyo Kouoh come omaggio a due creatori di mondi: Issa Samb (1945–2017), mentore e fonte d’ispirazione per Koyo, che ha onorato la sua pratica artistica e la sua filosofia di vita in diversi progetti internazionali, e Beverly Buchanan (1940–2015), che Koyo aveva incontrato più di recente, la cui opera consiste in letture sofisticate e provocatorie di luoghi e comunità condotte attraverso un approccio anti-monumentale alla Land Art e all’arte pubblica, in particolare alla scultura, collocate in luoghi segnati da memorie storiche irrisolte. Koyo desiderava che la mostra facesse a meno, dove possibile, delle pareti. I visitatori saranno quindi invitati a diventare parte di un raduno collettivo, dove si assaporerà l’essenza del Carnevalesco grazie ad artisti come Johannes Phokela, Tammy Nguyen, Buhlebezwe Siwani, Sammy Baloji e Godfried Donkor. Diverse poi saranno le Scuole presenti, veri e propri ecosistemi, reti costruite e sostenute da artisti che intrecciano il locale e il transnazionale. Koyo desiderava che la mostra ospitasse questi rifugi ibridi, luoghi di apprendimento e trasmissione creativa che hanno svolto un ruolo cruciale nella formazione di alcuni artisti, intrecciando arte e responsabilità sociale.

Temi quali le piantagioni, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica saranno al centro di altre opere di artisti tra cui Dawn DeDeaux, Nolan Oswald Dennis e Torkwase Dyson. Vera Tamari ha invece immortalato nella sua opera elementi naturali del paesaggio palestinese che rischiano di scomparire per sempre. Parallelamente, il giardino creolo e il cortile, spazi di autosufficienza nati entro condizioni di costrizione , diventano luoghi reali e metaforici di riposo e contemplazione, in relazione con forme di vita non umane. Nella mostra costituiscono il nucleo concettuale di una serie di lavori collocati in spazi interni ed esterni a firma di Ayrson Heráclito, Edouard Duval-Carrié, Wangechi Mutu e molti altri. Ai Giardini, “Still Life” di Linda Goode Bryant presenterà invece un nuovo modello di fattoria, gestito da ex detenute per tutta la durata della mostra. Se i dipinti di Wardha Shabbir raffigurano una flora lussureggiante, le composizioni cinetiche di Hala Schoukair traggono invece ispirazione dalle strutture microscopiche del mondo vegetale, mentre Uriel Orlow ne traccia gli spostamenti attraverso i continenti. Installazioni multisensoriali favoriranno poi l’incantamento, invitando a rallentare, a lasciarsi trasformare dall’esperienza. Il programma di performance poi porrà al centro il corpo come luogo di conoscenza, memoria e veicolo politico di resistenza collettiva e guarigione. Nei Giardini della Biennale si terrà una processione di poeti ispirata al Poetry Caravan, il viaggio intrapreso da Koyo Kouoh con nove poeti africani da Dakar a Timbuktu nel 1999. Infine, Gala Porras-Kim è l’artista scelta da Koyo Kouoh per il Padiglione Arti delle Applicate all’Arsenale, realizzato in collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra. L’artista, partecipante fuori concorso, con disegni e sculture esplorerà il complesso rapporto tra artefatti culturali, pratiche museali e convenzioni istituzionali. Tutto questo verrà visto dagli spettatori mentre verranno anche invitati a prendersi delle pause negli spazi di riposo che saranno creati in mostra, per sottrarsi all’impulso enciclopedico.

«Mentre il mondo alza il volume e le voci si sovrappongono nel frastuono, fino ad annullare i significati, esiste un solo modo per comunicare, creare una zona d’ascolto sintonizzata su una frequenza minore. Più raccolta, accogliente, umana, ma non per questo meno carismatica. E la stessa Koyo Kouoh, nel portare all’estremo il concetto base della sua mostra, è dunque ancora più presente nell’assenza. – ha sottolineato Buttafuoco – Le pagine di “In Minor Keys”, che Koyo trasmise alla Biennale quasi un anno fa, rappresentano un saggio fulminante della sua pratica curatoriale, e distillano, parola per parola, l’idea precisa e cristallina della sua idea di mostra. – e continua il presidente – È una mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, l’essere umano, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure rispetto agli elementi della terra e guardando di nuovo il cielo. È un percorso, quello di Koyo Kouoh, che recupera i rapporti umani, che nascono dai cortili. – e prosegue – Giunge quindi dalla dinamo dell’Africa, e da una delle sue voci più importanti, il sussurro che ci riconduce all’essenziale, che ravvisa nell’uso delle nostre stesse mani la condizione più felice, una rivelazione che ci riporta a terra, al nostro corpo, ai nostri sensi, all’umiltà verso ciò che è più grande e non va spiegato ma solo intuito».
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