

Qualcuno riesce a pensare a Venezia fra 300 anni? Il team di ricerca coordinato dal professor Piero Lionello, ordinario di Fisica dell’Atmosfera e Oceanografia presso l’Università del Salento, ma veneziano di origine, ha messo insieme scienziati internazionali da centri di formazione universitaria quali TU Delft e Utrecht (Paesi Bassi), Aix Marseille e BRGM (Francia), Southampton e Leeds (Regno Unito), (University of Leeds, Gran Bretagna), Kiel e Global Climate Forum (Germania) e CNR, Padova e Ca’ Foscari. Obiettivo: ragionare su protezione e adattamento della città e dell’ecosistema lagunare attraverso la raccolta di idee e approcci concreti, riassunti in uno studio pubblicato su Scientific Reports parte del prestigioso gruppo editoriale Nature. Per l’università veneziana i contributori sono stati i professori Carlo Giupponi e Adriano Sfriso.
«A partire da una condivisione di idee fra 15 diversi autori per due anni di ricerca, abbiamo cercato di raccogliere informazioni su progetti globali per proporre delle soluzioni concrete – spiega Giupponi – il gruppo è composto da un mix di esperti e di ricercatori più giovani, abbiamo lavorato sui dati cercando di calare gli studi più attuali su Venezia arrivando a definire scenari fino al 2300». Un orizzonte che sembra avanti nel tempo ma che si scontra con la realtà di un livello del mare che cresce di 5mm annui e che rischia di aumentare la sua velocità di innalzamento. Senza preconcetti gli accademici hanno ipotizzato quattro diversi scenari per immaginare il futuro della città, stimando anche dei costi per questi interventi di messa in sicurezza, con l’unica certezza che il MOSE non sarà sufficiente o che dovrà essere usato molto più frequentemente di quanto calcolato in fase di progettazione.

«La prima alternativa è la più semplice al momento, ovvero sfruttare il MOSE il più a lungo possibile – spiega l’accademico – ma essendo stato progettato per essere chiuso con maree a 110 cm molto presto dovrà essere azionato troppo spesso, quindi o so li lascia in funzione oppure si decide di impiegarlo a 120/130 cm ma con opere complementari per proteggere la città. Potrebbe coesistere con l’ipotesi, già formulata dal professor Giuseppe Gambolati dell’Università di Padova, di usare dei sistemi di pompaggio di grossi volumi di acqua attraverso dei pozzi attorno alla città, sollevandola di circa 30/50cm, andando a risolvere la subsidenza causata tra gli anni ’50 e ’70 da industria e agricoltura, con un costo irrisorio rispetto a quando è stato necessario per le dighe mobili, nell’ordine delle decine o massimo centinaia di milioni di euro».
Le altre soluzioni non sono meno sorprendenti: «La seconda ipotesi consiste nel salvare il centro storico e al massimo qualche isola realizzando un mega argine, una sorta di catino con un notevole impatto visivo – aggiunge Giupponi – servirebbe a preservare il patrimonio artistico e culturale di Venezia sacrificando il Lido e la laguna e con costi paragonabili a quelli del MOSE, necessitando anche di strutture idrauliche per lo scambio di acque». La terza prevederebbe una cintura di salvaguardia attorno alla laguna, alzando di tre metri gli attuali murazzi e impiegando terrapieni in cemento o rimboschiti per decine di chilometri separando Venezia da mare ed entroterra, perché «Non solo dalle bocche di porto ma anche dai fiumi potrebbero arrivare minacce – spiega Giupponi – ma immaginare questo sistema con un’importante revisione del sistema fognario e condizioni naturalistiche artificiali comporta ipotizzare cifre attorno ai 100 miliardi». Non meno drastica appare l’ultima soluzione: «L’ultima spiaggia sarebbe un “trasloco”, una prospettiva impensabile per l’intera città, ma non per i suoi principali monumenti come la Basilica di San Marco o Palazzo Ducale».

«Il nostro obiettivo era mettere a disposizione le conoscenze e trasferirle in modo ragionato sia in termini di fattibilità che di costi per suscitare un dibattito – spiega Giupponi – siamo già in ritardo per discutere il dopo MOSE e non possiamo aspettare ancora». Gli studiosi hanno lavorato a ritroso, pensando ai passaggi per arrivare a ognuno dei quattro scenari, ragionando su come post-porli il più possibile nel tempo. «Certo ci sono passaggi inderogabili per tutti e quattro, come rivedere il sistema fognario in chiave di efficienza – aggiunge il docente – ma l’esperienza di Venezia, vista la sua unicità, è un banco di prova importante anche per altre aree costiere del mondo che saranno interessate da dinamiche simili e metteranno a rischio milioni di persone, ecco perché la città potrebbe essere un caso esemplare di resilienza».
Un tema rilevante oltre alla fattibilità tecnica, è quello economico: «Non basta trovare le risorse, ma bisognerà capire chi le mette a disposizione – chiarisce lo studioso – anche se queste strategie possono essere spostate a vari intervalli nel tempo da qui al 2300, in funzione della loro efficacia, partendo dal MOSE in modo che sia utile il più a lungo possibile, la decisione sul che fare dopo chi dovrebbe prenderla? Chi può mettere le risorse per implementare i vari scenari deciderà anche il futuro della città. Se restando al sistema di barriere mobili la regia può rimanere a livello nazionale, per le altre prospettive il fabbisogno è talmente vasto che è difficile pensare che l’Italia da sola ce la possa fare, il tema diventerebbe quindi internazionale, potrebbe essere necessario costituire un fondo per trovare il budget per la salvaguardia e a quel punto il futuro di Venezia e dei suoi abitanti lo deciderebbe chi ci mette i soldi».

Ma come potrebbe cambiare in concreto la città? «Di certo uno degli scenari più probabili è che non ci sarà più un trasporto su barca come siamo abituati a conoscerlo – risponde Giupponi – la logistica andrebbe completamente ripensata e dovremmo chiederci che ne sarà della città se sopravviverà come centro abitato o come enorme monumento a cielo aperto. Sono già stati persi molti abitanti, bisognerebbe comprendere se la residenzialità sarà difesa o meno, perché senza la garanzia di avere servizi è logico aspettarsi un’emigrazione di massa dal Centro Storico e in questo scenario uno spazio che si svuota di cittadini azzera anche il potere decisionale, che potrebbe restare nelle mani nei pochi in grado di investire per salvaguardare uno spazio che si trasformerebbe definitivamente da ambiente sociale a attività strumentale per generare un esclusivo ritorno economico».
La ricetta per affrontare i cambiamenti per lo studioso è quella di avere scambi molto più seri rispetto al passato fra chi studia questi problemi e chi governa e prende decisioni, non per trasferire le responsabilità, ma per trovare soluzioni. «Lo spirito dovrebbe essere quello che ha accompagnato questo lavoro – conclude Giupponi – ovvero capitalizzare le conoscenze esistenti grazie alla condivisione di informazioni e competenze per arrivare a scelte davvero strategiche, il 2300 sembra distante ma è più vicino di quanto sembra per Venezia, servono traiettorie chiare da intraprendere per affrontare un tema ormai inevitabile come i cambiamenti climatici. Il mare infatti si è progressivamente alzato e non smetterà di farlo, non ci possiamo permettere di fare finta di niente, perché anche se smettessimo oggi di inquinare, abbiamo innescato processi ormai irreversibili. Qui sta la nostra intelligenza o stupidità, ma dove interviene il sapere e possibile evitare le catastrofi, mitigando i danni».
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