

Intelligenza artificiale e sapere umano insieme per diffondere la filosofia e la cultura araba in Italiano grazie all’unione fra tecnologia informatica e conoscenza. E’ quello che si è venuto a creare, complice la Giornata Mondiale della Radio dedicata al tema “Radio e Intelligenza Artificiale” dello scorso 13 febbraio, grazie a UNESCO, COPEAM (Conferenza Permanente dell’Audiovisivo Mediterraneo) e al Centro Ricerche, Innovazione Tecnologica e Sperimentazione (CRITS) della Rai, che hanno permesso all’Università Ca’ Foscari di Venezia di usare l’AI per la produzione di due episodi di contenuti audio per il progetto pilota “Artificial Intelligence for Multilingual Radio Broadcasting”.
L’esperimento è stato condotto con la preziosa assistenza di un esperto come Bishara Ebeid, professore di lingua e letteratura araba presso il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’ateneo veneziano. Il materiale ha infatti subito diverse fasi di lavorazione: una prima produzione multilingue, a seguire una trascrizione, quindi in seguito una traduzione e doppiaggio. Il professore si è occupato di validare i materiali tradotti dall’intelligenza artificiale, occupandosi della revisione specialistica delle trascrizioni automatiche in arabo e della riproposizione verso l’italiano. I materiali di partenza sono stati due episodi, fra una selezione di sei, della serie completa Arab Philosophers – Ancient and Contemporary prodotta da COPEAM e Arab States Broadcasting Union (ASBU). «L’intelligenza artificiale è già il presente – spiega Ebeid – ma l’IA resta uno strumento da impiegare con consapevolezza, prudenza e costante revisione, non può ancora sostituire l’uomo».

«Tutto è nato a partire dai 30 episodi incentrati sui filosofi arabi, alcuni antichi mentre altri più moderni – spiega il docente cafoscarino – realizzati da COPEAM assieme a diverse radio, la giornata mondiale UNESCO ha permesso poi di applicare l’IA per valutarne la competenza linguistica sull’arabo. Io sono stato coinvolto perché mi occupo sia di linguistica che di filosofia. Si è trattato di un percorso a più mani, visto che la partnership con la RAI ha coinvolto anche aspetti tecnici quali il miglioramento delle voci e la riduzione di rumori di fondo in modo da potenziare ulteriormente il lavoro che è stato svolto attraverso il software dedicato alla trascrizione e traduzione delle originali tracce registrate in arabo».
I risultati dell’esperimento sono stati poi condivisi su Youtube, mentre sarà la RAI a rendere disponibile il materiale appena sarà terminato. Il primo episodio dei due registrati si concentra sulla figura di Ibn al-Haytham e il secondo su un filosofo algerino moderno, Malek Bennabi, scegliendoli fra una selezione di tre pensatori antichi e tre contemporanei fra le 30 puntate registrate in lingua araba. «La scelta è stata difficile – spiega il docente – perché tutti meritavano di essere tradotti, ma ho dato priorità a figure importanti ma poco note in Italia, in modo da contribuire a diffonderne il pensiero. Certo è stato un lavoro molto stimolante dal punto di vista delle potenzialità, ma l’AI ha mostrato anche i suoi limiti, noti già per chi pubblica in ambito accademico, per esempio mi è capitato molte volte di ricevere risposte imprecise o fantasiose quando faccio ricerca bibliografica, con titoli di articoli inesistenti, insomma siamo ancora lontani da fidarci al 100% senza un controllo umano».

Ma quali sono state le difficoltà maggiori incontrate? «Il programma che abbiamo usato è specifico per l’utilizzo radiofonico – spiega l’accademico – a partire da un file audio è in grado di generare una trascrizione da cui poi far partire una traduzione, infine può poi riprodurre i testi attraverso l’utilizzo di diverse voci per lo speakeraggio. Ho potuto osservare come lavora dal punto di vista linguistico, ma nonostante l’elevato risparmio di tempo che consente, l’output non controllato non era accurato in modo da poter evitare una sua supervisione, infatti la trascrizione automatica è risultata affidabile tra 75% e 80%, mentre la traduzione automatica tra 60% e 65%. Ma la cosa più difficile per la macchina è stato analizzare il linguaggio usato da chi ha registrato, che non ha utilizzato solamente l’arabo standard, che è alla base della scrittura, ma anche quello locale di diversi dialetti».
L’intelligenza artificiale è stata messa alle strette davanti alla complessa operazione di riconoscere le sfumature del linguaggio degli intervistati: «Oltre a faticare a riconoscere le forme locali – aggiunge il professor Ebeid – c’è un problema che emerge nel riconoscere e ricostruire il modo di parlare degli esseri umani che è ricco di pause per pensare nel corso di un discorso, il software le rende sotto forma di nuove frasi, così pasticcia con i vari passaggi a livello di punteggiatura rendendo piuttosto ostica una corretta costruzione delle frasi e relativa traduzione. Quando si superano i problemi di trascrizione, che includono il disturbo di fondo di eventuali rumori, ecco allora che l’apporto di un essere umano è fondamentale per dare forma a un testo corretto, ma soprattutto per comprendere il contesto e valutare di conseguenza la bontà di una traduzione, visto che molte parole arabe hanno almeno due significati differenti».

Il test di applicazione dell’IA è stato molto efficace a livello di qualità del doppiaggio generato in termini di sincronizzazione, chiarezza, espressività e naturalezza, ma senza aiuto di un essere umano non avrebbe superato l’“esame” nella parte più importante, ovvero interpretazione e traduzione. «Resta pur sempre una macchina – riflette il docente – e una lingua ricca di sinonimi e significati come l’arabo per essere compresa e tradotta in modo corretto richiede di conoscere il contesto, le sotto-varianti linguistiche e soprattutto l’utilizzo di scelte linguistiche e di sfumature dialettali. L’AI fatica quando si esce dallo standard perché non riesce a eguagliare il pensiero umano in termini di creatività e sensibilità. Uno dei motivi può essere anche che questi strumenti vengono allenati con linguaggi anglosassoni e che nell’esperimento non è stata utilizzata una lingua ponte ma si è tradotto direttamente da arabo a italiano».
Come valutare quindi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’ambito specifico della trascrizione e traduzione e più in generale? «Non la vedo come il male assoluto – conclude lo studioso – anzi la trovo molto utile per la capacità di farci risparmiare tempo che può essere impiegato diversamente, nel mio caso ad esempio quando trascrivo un manoscritto se lo faccio manualmente impiego anche un mese, mentre con l’AI posso farlo in una settimana e il restante tempo risparmiato posso impiegarlo per dedicarmi all’analisi del testo. Può quindi essere uno strumento davvero prezioso, ma come tale resta: un coltello per esempio può essere usato per cucinare, ma anche per ferire, l’utilizzo che facciamo di qualcosa ne determina l’esito, ma è bene che la coscienza umana guidi l’azione di questi applicativi, che spesso appoggiandosi a quello che trovano facilmente a disposizione nel web danno risposte errate o approssimative, quindi ben venga che ci affianchi, anche in ambito universitario, ma farei molta attenzione all’idea che possa sostituirci».
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