

Diverse le parole dimenticate, ma molte quelle che sopravvivono ancora. Lo scorso 11 marzo, la casa editrice “Toletta edizioni” ha presentato nella splendida cornice di Ca’ Bottacin a Venezia il nuovo “Dizionario del veneziano recente” che rispolvera la tradizione veneziana grazie a Marco Genovese, autore locale che vuole mantenere viva la vera lingua della città, ormai dimenticata. L’editore Giovanni Pelizzato, durante la conferenza nello spazio messo a disposizione da Esu, ha parlato del dialetto veneziano non come un semplice oggetto linguistico, ma come una realtà viva che continua a modificarsi insieme alla città. Nell’intervento iniziale Genovese ha chiarito subito che tutte le parlate locali italiane stanno attraversando un momento delicato, ma quella veneziana vive una condizione particolare: «Subisce una pressione doppia, da un lato dall’italiano e dall’altro dalle altre varietà della laguna. Una combinazione che la rende fragile, soprattutto ora che non ha più di alcuna ufficialità e sopravvive grazie all’uso spontaneo delle persone. Un banale esempio è “companizzare”, cioè conservare e far durare, termine di cui non c’è un significato correlato in italiano e che ora, nonostante prima avesse un uso quotidiano, è praticamente scomparso».

L’autore continua dicendo come un tempo fosse normale alternare lingua e dialetto senza che ciò venisse percepito come segno di scarsa istruzione: «Quella mescolanza era considerata naturale, quasi elegante (la “s” detta Sibilante, poiché si mescola con la “z”, era infatti tipica nella parlata dei nobili). Oggi invece, senza un riferimento unico, molti scrivono come credono e alcune caratteristiche tradizionali stanno scomparendo». La perdita non riguarda solo la forma, ma anche il patrimonio culturale che ogni parola porta con sé, come immagini e riferimenti alla laguna che raccontano la vita quotidiana della città. Genovese ha parlato poi delle varianti della laguna, molte delle quali stanno svanendo rapidamente, come il buranello: «Alcune parlate un tempo essenziali ora sopravvivono solo in frammenti, mentre altre resistono più compatte. Spostamenti continui e permanenti da parte dei veneziani, ragazzi pendolari, perdita di continuità generazionale sono altre cause della progressiva scomparsa delle tradizioni. La lingua riflette ciò che accade alle persone che la parlano, e una città sempre più attraversata da turisti e sempre meno abitata fatica a mantenere viva la sua storia».

Uno dei momenti più coinvolgenti per i presenti alla conferenza, ha riguardato i modi di dire. Molti nascono dall’osservazione dell’acqua, dal ritmo delle maree, da un ambiente che cambia costantemente. Alcune espressioni derivino proprio dal comportamento dell’acqua che sale e scende, arriva con forza o si ritira con calma. “Sie ore ea caea, sie ore ea cresse”, da qui emerge una filosofia popolare che invita alla pazienza: le difficoltà arrivano, ma come la marea prima o poi si ritirano. È un modo di guardare alla vita che appartiene profondamente alla città. Molto interessante la parte dedicata ai richiami vocali, nati in modo spontaneo e istintivo per la comunicazione veneziana, in cui ogni vocale ha una funzione precisa: alcune si disperdono, altre si allargano, altre ancora si concentrano in un getto sonoro diretto. In una città fatta di calli e incroci di canali improvvisi, il richiamo più efficace è quello che viaggia dritto, senza disperdersi “Oi” oppure la sua variante “Oe”. Da qui l’uso di altre combinazioni vocaliche per farsi sentire a distanza o per avvertire qualcuno di un pericolo immediato. È un sistema antico, che si adatta all’ambiente e rivela quanto la lingua sia in connessione al luogo in cui vive (come accade in montagna dove ci sono diversi richiami differenti dalle zone pianeggianti). Attenzione è stata data anche al racconto delle origini di alcune parole, spesso legate a episodi storici, a mestieri quasi scomparsi, a figure popolari. Alcune provengono da diversi momenti della storia veneziana o da abitudini ormai dimenticate. Ogni termine porta con sé un’immagine e per questo non è solo una questione lessicale: è memoria popolare. E per ciò la loro scomparsa rappresenta una perdita che va oltre il linguaggio.

Genovese e Pelizzato si sono soffermati anche sul rapporto tra dialetto e geografia, analizzando le parlate della terraferma, quelle delle isole, quelle delle zone più interne della laguna: «Ognuna differisce l’una dall’altra, basti pensare alle differenze tra chioggiotto e pellestrinotto. Alcune varianti hanno una musicalità particolare, altre risentono dell’influenza dei territori circostanti. È un quadro complesso, che rischia di cancellarsi se non viene tramandato». Il pubblico riconosce espressioni sentite comunemente in famiglia come piròn (forchetta), altre invece sono state dimenticate, altre ancora mai comprese fino in fondo. Ciò rende evidente quanto il dialetto continui a vivere, nonostante venga semplificato ampiamente dalle nuove generazioni, diventando un ponte fondamentale tra passato e presente. L’incontro ha messo in luce quanto sia preziosa la raccolta e lo studio delle parole, lavoro fatto tra i primi nel vocabolario di Boerio, per esempio. Non si tratta solo di scrivere un vocabolario, ma di poter mostrare un patrimonio che rischia di scomparire. Tuttavia accade spesso che, per salvaguardare una minoranza linguistica, si attui un’azione politica che tende a semplificare ancor di più i vocaboli. E proprio per questo ogni termine raccolto nel libro è accompagnato da un’immagine, la quale permette di assimilarne davvero il significato profondo.
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