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Con i miei occhi: al Padiglione Vaticano le detenute fanno da guida

È stato svelato in carcere alla Giudecca l’allestimento della Santa Sede per la Biennale d’Arte
“La notte le paure fanno più rumore”, si legge su una delle placche di lava smaltata posizionate in quella che viene chiamata calle Cavana, quasi fosse un tratto di strada cittadina come tanti altri. Un’illusione di libertà in un luogo contraddistinto da regole e restrizioni da rispettare, dove l’arte – grazie alla Biennale e al Padiglione della Santa Sede, quest’anno allestito all’interno della Casa di reclusione femminile della Giudecca, dove Papa Francesco si recherà in visita il 28 aprile – ha permesso di far volare le angosce più rumorose ed insistenti oltre le sbarre, insieme ai pregiudizi di un mondo “di fuori” che troppo spesso non vede altro che l’errore commesso in un momento della vita.
«Qui dentro è difficile, tendiamo ad essere giudicate. Ma siamo persone che desiderano soltanto essere ascoltate», dice Paola, tra le ospiti – come le ristrette preferiscono definirsi – incaricate di accompagnare i visitatori tra gli spazi del Padiglione. Quaderno stretto fra le mani, con trascritti gli appunti da condividere con il pubblico presente, le tre donne l’emozione la trattengono a fatica, avvolte in uno spolverino realizzato apposta per l’occasione nel laboratorio sartoriale coordinato da “Il cerchio”, situato proprio all’interno del carcere.
Un percorso toccante
Le placche di lava smaltata di Simone Fattal diventano allora una tela preziosa a cui le ristrette hanno affidato i loro pensieri più intimi, dai quali l’artista ha estrapolato le parole più incisive, toccanti. «Le abbiamo consegnate a lei – riflette Manuela, un’altra ospite della Casa di reclusione veneziana –. Sono esplicative di un determinato momento, che può essere fatto di gioia, disperazione oppure d’angoscia.
L’arrivo del Papa? Qualcosa che rimarrà impresso nelle nostre vite. È il terzo pontefice che incontro. “Signore, sei grande”, ho pensato non appena ho saputo che sarebbe venuto qui».“Con i miei occhi”. Il Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha scelto quest’anno di dedicare il Padiglione della Santa Sede al tema dei diritti umani e alla figura degli ultimi, perno attorno al quale ruota il pontificato di Bergoglio. La mostra, dal titolo “Con i miei occhi”, rimarrà aperta da sabato 20 aprile fino al 24 novembre e si presenta come una realtà del tutto inedita per la Biennale. Partner istituzionale del progetto è il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, mentre il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero e commissario del Padiglione, ha affidato la cura dell’esposizione a Chiara Parisi e Bruno Racine, che hanno coinvolto otto artisti in un’esposizione che vuole essere per le ristrette un’occasione per sentirsi davvero parte integrante della città, mettendosi a nudo senza filtri. Con le loro fragilità ed anche con le inevitabili difficoltà quotidiane, nella consapevolezza che un giorno la vita avrà una continuazione diversa. Una nuova pagina bianca da cui poter ripartire.
Riscoperta di sé
Ecco allora che i ritratti realizzati da Claire Tabouret, ispirati alle fotografie reali fornite dalle detenute, divengono un mezzo per una riscoperta di sé autentica. Immagini collocate nella sala adiacente alla cappella sconsacrata, di loro bambine o scattate insieme ai propri affetti. Un luogo che sa di “casa”, lontana fisicamente, ma ben ancorata ai cuori di ognuna. «Un inno alla gioia e a tutte le mamme – osserva Manuela –. All’artista abbiamo affidato le nostre famiglie». All’interno della cappella Sonia Gomes presenta invece un’installazione composta da sculture in tessuto sospese nel vuoto, come a voler rappresentare le emozioni e gli umori altalenanti che si rincorrono fra le ristrette nell’arco della giornata. E poi ancora, una scritta affissa nel cortile centrale del collettivo Claire Fontaine: “Siamo con voi nella notte”, come invito a liberarsi dai confini simbolici e dai pregiudizi, in stretto dialogo con una seconda installazione luminosa dal titolo “White sight”.
Un messaggio autentico
Arte e verità, fatta di un vissuto che le ristrette sentono di voler condividere con il visitatore, coinvolgendolo per qualche istante in un contesto a lui estraneo, si fondono di continuo. In un tutt’uno in cui gli spazi scelti per l’allestimento diventano all’improvviso la scenografia ideale per trasmettere un’autenticità e un messaggio che non possono lasciare indifferenti. Proprio come il cortometraggio dell’artista e regista Marco Perego, di cui è protagonista la star del cinema americano Zoe Saldana, che interpreta una detenuta che sta per abbandonare le mura del carcere. Scene girate proprio all’interno della Casa di reclusione, che ha visto la partecipazione di alcune ristrette in veste di attrici e dove le immagini a colori del mondo esterno, contrapposto al bianco e nero scelto per rappresentare l’interno, sono sinonimo di un’esistenza che torna, lentamente, a riappropriarsi di una normalità tenuta a lungo in sospeso.
«I miei occhi saranno anche i vostri», riferisce Silvia ai visitatori, mostrando gli spazi del carcere che permettono di «respirare un’altra aria, come di casa di campagna»: l’orto gestito insieme a “Rio Terà dei Pensieri”. La caffetteria accoglie le opere della suora e attivista Corita Kent, icona della pop art, mentre Maurizio Cattelan presto svelerà i contorni della sua grande opera esterna, affidata all’immagine di due piedi che di strada ne hanno fatta tanta. Nel bene e nel male. Infine una coreografia ideata da Bintou Dembélé, che coinvolgerà anche le detenute. Per le visite guidate al Padiglione è necessario prenotarsi con almeno 48 ore di anticipo sul sito di CoopCulture, nella pagina ad esso dedicata.
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