
La memoria risiede anche nel ghiaccio, proprio per trasmettere informazioni alla nuove generazioni di studiosi e consentire il progresso della scienza con una comprensione profonda del passato, il 14 gennaio 2026 è stata inaugurata in Antartide il santuario della Ice Memory Foundation, il primo archivio destinato a conservare per secoli campioni di ghiacciai montani, carote di ghiaccio ricche di informazioni sull’evoluzione della composizione dell’atmosfera terrestre, testimonianza di quello che furono i ghiacciai oggi sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, in probabile estinzione entro questo secolo.
«Mi accompagna un sentimento dolce amaro in questo giorno che dovrebbe essere di festa – racconta Carlo Barbante, vicepresidente della Ice Memory Foundation, professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia e membro del CNR-ISP – se da un lato salvaguardando questi campioni potremmo mantenere la “memoria” del ghiaccio su gas atmosferici, aerosol, inquinanti e polveri intrappolati negli strati, garantendo alle future generazioni di ricercatrici e ricercatori risposte sul clima del passato con delle tecnologie che oggi possiamo solo immaginare, dall’altro la necessità di un’iniziativa come questa certifica il nostro fallimento come uomini nel contenere il nostro impatto sulla natura, per cui dovremmo tutti sentirci un po’ responsabili e chiederci se abbiamo fatto davvero il possibile e convincerci a fare dei cambiamenti».

«L’idea è nata oltre 10 anni fa – racconta l’accademico – quando assieme a un collega, Jérôme Chappellaz del Centre national de la recherche scientifique (CNRS), il più grande centro di ricerca pubblica in Francia, ci siamo accorti che con la sparizione dei ghiacciai per il surriscaldamento climatico, avremmo perso anche tutte le informazioni contenute al loro interno. Così abbiamo deciso che prima che fosse troppo tardi bisognava agire, con un progetto di conservazione di grande respiro internazionale, creando un archivio fisico in luogo che potesse conservare al sicuro e a temperatura corretta e costante questi campioni: l’Antartide, in una particolare trincea scavata nei pressi della Stazione italo-francese Concordia, a 3.233 metri di altitudine sul mare».
Per inaugurare il santuario sono state depositate due carote di ghiaccio alpine estratte una dal Monte Bianco, versante francese a Col du Dôme e una dal Grand Combin in Svizzera. I campioni, salpati a metà ottobre 2025 dal porto di Trieste sulla nave rompighiaccio italiana Laura Bassi, il carico di 1,7 tonnellate di ghiaccio è stato mantenuto a una temperatura costante di -20 °C per l’intera durata della traversata fino Stazione Mario Zucchelli, da qui un volo speciale, a cura dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) senza riscaldamento nella stiva per garantire l’integrità dei campioni ha trasportato il ghiaccio fino a destinazione nel cuore dell’Antartide. «Qui i carotaggi saranno ospitati a -50° per altre migliaia di anni, con l’obiettivo di prelevare e depositare circa 220 carotaggi nei prossimi anni, di cui metà già effettuati negli ultimi 20 anni, con provenienza da ghiacciai di tutto il mondo», aggiunge il docente.

Il progetto, lanciato nel 2015 dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Università Ca’ Foscari Venezia assieme a Cnrs, Ird e Université di Grenoble-Alpes (Francia) e Paul Scherrer Institute (Svizzera), ha previsto lo scavo a una profondità di 5 metri sotto la superficie di neve compattata di una grotta lunga 35 metri, alta e larga 5 metri che costituisce l’Ice Memory Sanctuary. Realizzata, senza alcun uso di materiale da costruzione e nel rispetto dell’impatto ambientale, grazie al finanziamento della Fondazione Principe Alberto II, la struttura che conterrà l’archivio rappresenta uno dei luoghi di conservazione più innovativi e remoti al mondo. «Ci siamo impegnati in questo percorso sin dall’inizio nel 2015 – ha dichiarato il Principe Alberto II di Monaco – la mia fondazione sente la responsabilità storica di contribuire a realizzare un patrimonio di conoscenza per i nostri figli».
L’informazione contenuta in queste carote di ghiaccio può essere infatti davvero preziosa: «Siamo in grado di risalire alle temperature di epoche passate anche fino a decine, centinaia e migliaia di anni – spiega Barbante – oltre a rilevare contaminazione chimica, in modo da misurare e valutare l’impatto dell’uomo sul sistema climatico, elementi importantissimi per studiare l’evoluzione del nostro pianeta. Una parte di queste informazioni verranno digitalizzate per essere accessibili, ma il patrimonio più grande sarà lasciare questi campioni per gli scienziati del futuro, che fra 50 anni e oltre potranno studiare il passatto con cognizione. Oggi è impossibile prevedere dove potrà arrivare la scienza, ma basta pensare a quello che si faceva 30 anni fa rispetto ad oggi, dove siamo in grado di studiare anche le componenti biologiche del ghiaccio come virus, batteri e funghi, per capire che non si può mettere limite al sapere».

La velocità di arretramento dei ghiacciai dal 2000 ha subito una drastica accelerazione, con una globale di una perdita di circa il 5%, come evidenzia uno studio pubblicato su Nature, col rischio di compromettere per sempre il patrimonio informativo contenuto al loro interno. Per garantire la sopravvivenza di questi “database” naturali, campioni da tutto il mondo, dalle Ande al Caucaso, passando per le Alpi, si affiancheranno alle prime due carote di ghiaccio depositate in Antartide. Perché possano essere messe a disposizione della scienza devono essere considerate e gestite come un patrimonio globale, a questo scopo la Ice Memory Foundation e i partner, fra cui l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dovranno impegnarsi per raccogliere più campioni possibile e determinare una governance internazionale per la loro gestione, con l’obiettivo di campionare 20 ghiacciai in 20 anni, prima che il ghiaccio si disciolga.
«Purtroppo quello che sta accadendo a livello climatico è ormai irreversibile – commenta Barbante – e se non azzeriamo le emissioni di gas serra in atmosfera si avrà un impatto devastante, a partire dalle nostre Alpi. Già molti ghiacciai sono scomparsi o si stanno sciogliendo, tanto che entro la fine del secolo rischiamo di perdere tutti questi archivi climatici naturali. Per questo vogliamo raccogliere più campioni possibile, come Università Ca’ Foscari puntiamo ad avviare delle campagne di carotaggio in Pakistan e sulle Isole Svalbard già nel 2027. Nonostante i nostri laboratori all’avanguardia e le competenze maturate, vedo che i giovani, anche i ricercatori sono rassegnati a quello che sta accadendo. Per chi come me ormai ha una certa esperienza, sentiamo in modo forte di dover compensare i danni a cui non siamo riusciti a metter freno almeno garantendo un patrimonio di conoscenza accessibile perché le future generazioni possano agire meglio comprendendo appieno il clima attraverso lo studio del ghiaccio».
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