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Il disturbo dell’attenzione? Si cura con la mindfulness

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Come la meditazione può aiutare bambini e adulti che soffrono di ADHD

Curare una patologia neuropsichiatrica che colpisce i bambini con deficit di attenzione e iperattivi con la meditazione in qualche settimana sembra impossibile? «Non lo è, ma serve un terapeuta con la giusta preparazione in materia di disturbi dell’apprendimento ed esperto di meditazione verso la consapevolezza di sé (o Mindfulness) – spiega la dottoressa Mavi Lodoli, psicoterapeuta – attraverso il controllo della respirazione, del corpo e degli stati della mente è possibile calmarsi e regolare l’attenzione affiancando questa pratica alle cure di tipo farmacologico laddove necessario».

«Seguendo il protocollo di terapia MOM (Meditazione Orientata alla Mindfulness), in 8 settimane di lavoro, attraverso diversi incontri, il soggetto progressivamente si allena all’attenzione su di sé – racconta la dottoressa Lodoli – si parte da pochi minuti iniziando ad ascoltare il respiro, fino alla percezione del proprio corpo nell’ambiente, arrivando poi a mettere il seme per la consapevolezza dei propri pensieri». A conclusione i partecipanti scrivono una sorta di “diario” della meditazione, per un’autoanalisi guidata dal terapeuta. Alla fine del ciclo i pazienti hanno gli strumenti per allenarsi in questa pratica in autonomia.

 

ADHD o disturbo dell’attenzione e iperattività

Con l’acronimo ADHD viene indicato il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), si tratta di una patologia che compare durante la crescita del bambino entro i 12 anni e che causa difficoltà nella capacità di attenzione e concentrazione, correlata con un eccessivo livello di impulsività e iperattività motoria.  E’ una condizione che nella maggior parte dei casi non limita il proprio effetto con l’adolescenza, ma in chi ne è affetto perdura anche in età adulta. Non esiste un dato esatto di quanti individui soffrono di disturbi dell’attenzione in Italia, ma alcuni studi evidenziano una stima tra 1 e 3% della popolazione, la Regione Veneto stima che fra i suoi residenti nella fascia 6-18 anni circa l’1% soffra di questa patologia.

Le problematiche che accompagnano questo disturbo non sono solamente di tipo individuale ma soprattutto relazionale, ricadendo sulle famiglie del minore che soffre di questa patologia, che rischiano di venire pesantemente interessate da stress e incomprensioni, soprattutto in assenza di una corretta diagnosi e terapia. L’accertamento infatti è complesso, tanto che secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è necessaria la presenza di 6 o più dei 9 sintomi di disattenzione o di iperattività per una verifica della presenza di ADHD.

Mindfulness: meditazione per la consapevolezza

La Mindfulness trae origine da antiche discipline meditative, fra cui il maggiore influsso è quello della religione buddista, ma l’attenzione moderna in ambito psicologico deriva dal primo protocollo di applicazione della meditazione per la riduzione dello stress del biologo e docente dell’Università del Massachussets Jon Kabat-Zinn nel 1979.

Questa disciplina si focalizza sul ridurre l’andamento dei pensieri concentrandosi sull’individualità come oggetto di osservazione per aumentare la comprensione e l’accettazione della propria vita, ponendo l’attenzione sul presente e regolando il respiro e la percezione del proprio corpo.  In questo modo la meditazione diviene una sorta di protezione, aiutando chi la pratica a regolare il proprio comportamento in modo più consapevole.

La dottoressa Mavi Lodoli, psicologa e psicoterapeuta
Come la meditazione aiuta chi soffre di ADHD

La meditazione sembra aiutare ad allenare i pazienti a concentrarsi prendendo coscienza anche dei propri problemi di attenzione. Focalizzandosi sulle dinamiche corporee rafforzerebbe infatti la consapevolezza di riuscire a gestire la mente e le sue funzioni, compensando le difficoltà. «Molto dipende dalla tipologia di disturbo che può essere a dominante attentiva, impulsiva o iperattiva, in modo isolato o in comorbilità», spiega la psicologa.

«L’obiettivo di questa terapia è creare gradualmente nel soggetto la capacità di stare sempre più in contatto con sé stesso – aggiunge la dottoressa Lodoli – questo aiuta non solo a livello personale ma anche rispetto alle problematiche sociali a cui le famiglie vengono sottoposte, subendo lo stigma esterno di non saper educare, alleggerendo il clima al loro interno. Per quanto riguarda i pazienti i risultati maggiori sono quelli di aumentare non solo la consapevolezza dei propri pensieri, ma anche l’accettazione dello scorrere del tempo con le sue logiche e la necessità di tollerare le frustrazioni quando non arriva tutto subito, regolando di conseguenza anche le emozioni».

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