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Divulgazione e cultura al centro del Premio Rizzi

La giornalista Rai Monica Maggioni, il neuroscienziato Stefano Mancuso e la direttrice delle Gallerie Estensi di Modena e dei Musei Nazionali di Ferrara Alessandra Necci sono i vincitori della 15.edizione per Premio Rizzi

Il Premio Paolo Rizzi è arrivato alla 15. edizione e ha conferito i prestigiosi riconoscimenti per la Sezione giornalismo a Monica Maggioni, scrittrice e conduttrice, già presidente Rai nel triennio 2015-2018, per la Sezione cultura, società e ambiente a Stefano Mancuso, neuroscienziato, saggista, fondatore della neurobiologia vegetale e membro dell’Accademia dei Georgofili, e per la Sezione Arte a Alessandra Necci, storica, avvocato e scrittrice, oltre che direttrice delle Gallerie Estensi di Modena e dei Musei Nazionali di Ferrara. A loro questa sera, venerdì 24, è stata consegnata la Coppa in vetro di Murano Archimede Segusonella Sala Capitolare della Scuola Grande di San Rocco a Venezia, alla presenza della giornalista Rai Elisa Billato, che ha condotto l’evento e che ha ritirato il premio a nome della collega Maggioni, impossibilitata a partecipare. La terna è stata scelta dalla giuria presieduta da Alberto Sinigaglia e composta da esponenti della cultura e del giornalismo quali Paolo Baratta, Gabriella Belli, Beppe Gioia, Tiziana Lippiello, Antonella Magaraggia, Fortunato Ortombina, Amerigo Restucci, Damiano Rizzi, figlio di Paolo Rizzi, a cui si sono aggiunti sul palco, Adriana Vianello, curatrice del premio, e Piergiorgio Baroldi presidente dell’associazione, ai quali è stata data in omaggio un’opera dell’artista di origini veneziane Marco Nereo Rotelli. «Ogni anno cerchiamo nell’arte, nella cultura e nel pensiero la luce in un tempo che sembra disorientante. Viviamo in una stagione difficile, le disuguaglianze si allargano, i linguaggi pubblici si fanno aspri e la fiducia appare sempre più fragile. L’intelligenza artificiale e la comunicazione digitale cambiano il modo in cui lavoriamo e ci relazioniamo, mentre il pianeta ci parla chiedendoci un atto di responsabilità collettiva. – ha detto Baroldi, ringraziando la giuria che ha scelto figure interpreti del tempo attuale. Poi ricorda Paolo Rizzi, giornalista del Il Gazzettino e critico d’arte e a cui il premio è dedicato: «Credeva che il giornalismo, l’arte e la critica fossero modi per rendere più consapevole la società. Il premio serve a ricordarci che bellezza, verità, responsabilità e speranza non sono concetti astratti ma scelte quotidiane in cui il nostro cammino trova senso e direzione».

Stefano Mancuso: «I risultati della scienza non vengano trattati come opinioni»

Stefano Mancuso, premiato per la Sezione cultura, società e ambiente, si è soffermato sull’importanza della divulgazione scientifica. «Oggi la divulgazione è sempre più importante, ma è fondamentale che vada fatta bene. Semplificare i problemi non significa banalizzare. – ha sottolineato – È importante che le ricerche escano dai laboratori e che quello per per cui si lavora divenga di dominio pubblico. In Inghilterra un professore che non pubblica libri di divulgazione è guardato male, mentre in Italia chi lo fa è visto come uno che banalizza». Divulgare allora significa insegnare i punti fondamentali dei problemi: «Oggi c’è molta più necessità di divulgare rispetto ad un tempo. I risultati della scienza sono trattati come opinioni ed è un pericolo enorme, lo vediamo quando ci dicono che il pianeta si sta scaldando più del dovuto. Invece, divulgare e far capire cosa vuol dire produrre scienza è fondamentale». Poi parla delle piante: «L’uomo non ama dipendere da qualcosa, ma noi siamo dipendenti dalle piante, come un bambino dipende dai genitori. Qualsiasi cosa mangiamo e respiriamo proviene dalle piante. Anche se non lo sentiamo il nostro corpo ha necessità di stare vicino a loro. Basta vedere del verde fuori dagli ospedali perché la degenza sia più veloce e gli analgesici meno necessari». Un tempo dalla manutenzione della natura che circondava la città dipendeva la sopravvivenza della città stessa: «Se scomparissero le piante la Terra diventerebbe come Marte, una palla sterile e polverosa». La dicotomia uomo-natura fa percepire l’uomo superiore, ma è una concezione sbagliata: «Che l’uomo abbia punti deboli è evidente, quello che accade nel mondo ne è l’esempio» dice, riferendosi agli orrori delle guerre in corso. Infine parla dell’intelligenza artificiale: «Le stiamo lasciando il compito di pensare per noi. Oggi stiamo involvendo parte delle nostre capacità a causa delle macchine. La memoria l’abbiamo persa già da tempo, da quando a scuola abbiamo smesso di recitare i versi».

L’impegno per Necci per dare voce a quelle storie che sono state dimenticate o distorte

Diverso l’impegno poliedrico di Necci, avvocato e professoressa che ha scritto diverse biografie su donne come Caterina de’ Medici e Isabella d’Este, e di tante altre che nella storia non avevano posto per dargliene finalmente in una pagina che settimanalmente cura sul Messaggero. «La cultura è un’infrastruttura immateriale aggregante, un modo per tenere insieme memoria e storia che creano identità, ma che senza un racconto non hanno senso, perché non possono essere divulgate. – e sostiene – Il tema della memoria per me è fondamentale. Senza passato non si può comprendere il presente e il futuro». Necci ha scritto di figure come la prima biografa del medioevo e la prima laureata, ma soprattutto di donne dimenticate: «Il nostro compito non è solo ricordare ma anche restituire la voce, nel mio caso in particolare a grandi donne del passato che non sono più ricordate o la cui storia è stata distorta, questo per dare loro valore e per dare esempio ai giovani» dice, raccontando che le figure femminili che le stanno più a cuore sono coloro che hanno attraversato vicissitudini per raggiungere o meno un obiettivo, più di tutte le viaggiatrici del passato. Inoltre spiega che per lei è stato naturale incarnare vesti diverse e farle convivere insieme: «Quando ero giovane però la versatilità era rimproverata. Mi dicevano “fai troppe cose” e a me dava fastidio. Cultura significa coltivare e ognuno di noi è giardiniere di se stesso. Coltivare più cose insieme è un pregio e dovrebbe essere un dovere».

Il ricordo di Sammy Basso

Durante le premiazioni è stata ricordata la figura di Sammy Basso, che l’anno scorso era stato insignito del premio Paolo Rizzi insieme a Federico Fubini e Melania Mazzucco e che nell’occasione fece l’ultima apparizione pubblica prima di mancare il giorno seguente. «Sammy viveva la vita con leggerezza pur sapendo che aveva i giorni contati e che secondo la scienza il suo tempo era già scaduto» ricorda Vittorio Pierobon, nella precedente edizione presidente di giuria del premio. «Sammy ci ha lasciato un ricordo bellissimo, dimostrando come riuscisse a vivere con l’aiuto della fede. Pur cooscendo la propria condizione dava a tutti grande esempio e forza. Lui scelse di essere cavia di se stesso, offrì la sua vita agli scienziati per analizzare la sua malattia. – e ricorda Pierobon – Quando ci siamo visti l’ultima volta mi disse che un giorno la sua malattia si potrà superare con una pastiglia, ma sapeva che per lui ormai era troppo tardi. Quello che mi colpì fu la serenità con cui me lo disse. Sammy è stato una lezione di vita per tutti e il suo esempio non deve andare disperso. La sua storia dovrebbe diventare materia di studio a scuola, perché i ragazzi capiscano che la vita va vissuta anche quando si nasce con un macigno addosso».

 

Francesca Catalano

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