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Emergenza carceri: a Venezia il riscatto grazie al lavoro

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I progetti di recupero dei denuti gestiti dalla cooperativa sociale “il Cerchio” nelle carceri di Venezia

Nei primi due mesi del 2024 ci sono stati 21 suicidi negli istituti di pena italiani. Decisamente troppi, rapportati ai dati del 2023, che hanno visto 69 decessi complessivi (Fonte: Centro Studi Ristretti Padova). «Una delle vittime di questa piaga la conoscevamo bene – racconta Adriano Toniolo, coordinatore della Cooperativa socialeil Cerchio” – Bassem Degachi era fra i detenuti della Casa Circondariale Santa Maria Maggiore impegnati nelle nostre attività di recupero. C’è molta più fragilità di quello che si percepisce dall’esterno, gettato dallo sconforto non ha retto a un’ordinanza di arresto, poi annullata, proprio quando aveva conquistato la semi-libertà».

La cooperativa si occupa di affrontare queste difficoltà dei detenuti, in supporto agli educatori carcerari, attraverso percorsi di recupero basati su mansioni lavorative. «Siamo attivi dal 1997 – spiega Toniolo – in alta stagione arriviamo a impiegare fino a 280 persone, di cui il 30% è svantaggiato ed è composto anche dalla popolazione carceraria veneziana, sia maschile che femminile. Riceviamo i loro nominativi dal carcere, dopo un’analisi preliminare di idoneità, per metterli alla prova a imparare un metodo di lavoro, spesso sconosciuto, corrispondendo uno stipendio. Molte volte i detenuti vedono per la prima volta un contratto e sono spaventati anche solo dal doverlo firmare».

Un’esperienza nelle carceri veneziane: la cooperativa il Cerchio

«I detenuti maschi vengono coinvolti nella attività della cooperativa – chiarisce il responsabile – dalla ristorazione, alla manutenzione del verde fino, a un bel paradosso, alla guardia non armata di alcuni luoghi come le bocche di porto del Mose. Per le donne invece offriamo delle attività più strutturate nell’unica lavanderia industriale della parte insulare di Venezia, ospitata proprio all’interno del carcere della Giudecca e in una sartoria che realizza abiti che vengono venduti presso il punto vendita “Banco Lotto N° 10” in Rio Terà S. Aponal 1160 e che a breve saranno acquistabili online su un portale dedicato che userà come brand proprio l’antica denominazione dei locali del negozio fisico».

«Devo dire che l’amministrazione carceraria ha dimostrato grande sensibilità su questi progetti – prosegue – ci sono anche idee per ampliare l’attività di sartoria e c’è un fermento con la partecipazione anche di altre associazioni. Viene dato spazio e si crede in queste iniziative perché si vede un antidoto ai suicidi e la possibilità di riscatto e di emancipazione dando un futuro a persone che altrimenti conoscerebbero solo il loro passato di delinquenza. Noi insegniamo a lavorare perché siamo sul mercato e dobbiamo tenere d’occhio i conti proprio come le altre aziende, però il valore sociale ci viene riconosciuto, tanto che i clienti della lavanderia, fra i più prestigiosi hotel di Venezia, sono disposti a pagare un po’ di più rispetto alla concorrenza di terraferma sapendo l’importanza di questa collaborazione, che va oltre all’economia».

Sfilata con abiti realizzati dalla sartoria che impegna le detenute
Il percorso d’inserimento: formazione e lavoro

«La più grande soddisfazione è vedere che attraverso il lavoro e la formazione si può ridare futuro a queste persone – racconta Toniolo – abbiamo detenute che finita la pena sono rimaste a lavorare con noi e riescono a mantenere le proprie famiglie senza delinquere. Lo stipendio che si ottiene col lavoro diventa il biglietto per guadagnarsi la libertà e crearsi un futuro da donne e uomini liberi. Non è solo un modo per ingannare il tempo durante la detenzione, i carcerati riconoscono l’opportunità e, anche se è un grande impegno formare persone che spesso non hanno mai lavorato, è una grande soddisfazione vederli riprendere in mano la propria vita».

«Forniamo tutta la formazione sufficiente a imparare a lavorare – prosegue – nel caso della sartoria le detenute diventano delle vere e proprie professioniste, tanto che stiamo lavorando assieme all’istituto Vendramin Corner per parificare il percorso a un diploma riconosciuto e valido nel mondo del lavoro. L’esperienza funziona nella misura in cui le persone acquisiscono autostima lavorando, per questo non vedendo il mondo esterno, siamo noi che riportiamo la soddisfazione dei clienti per i lavori fatti bene, dando significato alla fatica e all’impegno, così il personale capisce di avere un valore e iniziano a sentire di poter emanciparsi con un’occupazione».

Ascolto e fiducia: le parole chiave per il reinserimento carcerario

 «La cooperativa ha dato una seconda possibilità anche a me – si confida Toniolo – sono un ex manager che dopo aver perso il lavoro non era più interessante per le aziende, perché troppo esperto. Quindi capisco la voglia di riscatto, per questo ci impegniamo per coltivarla e farla crescere in modo sano nelle persone. Si tratta di uno scambio, non siamo solo noi a offrire qualcosa, ma sono i nostri dipendenti che ci fanno sentire l’importanza di questo progetto. Qualche esempio? Una detenuta affetta da tumore ha fatto richiesta di idoneità medica per lavorare nonostante le sue condizioni di salute e c’è chi ha rinunciato alle ferie per aiutare le famiglie in difficoltà».

«La cosa fondamentale e costruire e alimentare un dialogo che parte dall’ascolto – conclude – è necessario creare rapporti di fiducia, ci si trova a fronteggiare fragilità emotive e psichiche che se affrontate in modo scorretto possono anche innescare reazioni violente, non abbiamo incontrato sin qui grandi difficoltà, ma abbiamo sempre fatto un grande sforzo nel parlare, fondamentale soprattutto quando si ha a che fare con persone straniere che ci vedono poi come un riferimento perché siamo l’unico collante fra esterno ed interno che hanno. Dare una routine, un impegno di ore ed energie fa sì che queste persone cambino e loro stesse non si sentano più come quelle di prima. Ricordo un detenuto che dopo anni di reclusione, faceva fatica a mettere a fuoco lo spazio della laguna che si trovava davanti la finestra della cucina in cui lavorava. Un po’ come se avesse riscoperto tutte le possibilità che lo aspettavano fuori col lavoro».

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