

Durante i sopralluoghi in Africa i responsabili della Fondazione Elena Trevisanato ogni volta vedono cambiare il volto dell’Etiopia, che negli ultimi anni si sta sviluppando molto velocemente. La Fondazione veneziana, dedicata ad Elena, ragazza tragicamente scomparsa nel 2006 a soli 19 anni dopo essere caduta da cavallo, tra fine novembre ed i primi di dicembre scorso è tornata nei territori della Somali Region in cui opera per verificare lo stato di avanzamento dei progetti: «Tra i vari sopralluoghi fatti siamo andati a vedere le nuove aule realizzate alla scuola cattolica St. Joseph a Jijiga, dove abbiamo dovuto ricostruire un nuovo blocco perché quello precedente è stato buttato giù dal governo per far passare una strada» spiega Elisa Andreoli, referente della Fondazione, dicendo che in Etiopia il governo sta investendo su strade più larghe e aeroporti per dare l’immagine di un paese sviluppato. «Le strade sicuramente aiutano nella comunicazione ma se le persone hanno la casa o un negozio nel posto in cui decidono di far passare la strada buttano giù tutto e danno un indennizzo ridicolo» racconta, spiegando che è un problema sociale sempre più grosso perché nessuno protesta per paura di subire ritorsioni. «Le suore della Scuola di St. Joseph sono state vittime di questa cosa e avevano la necessità di ricostruire delle aule, la biblioteca e la sala computer, che erano state realizzate da noi». Ogni volta che i volontari tornano in Etiopia, quando arrivano ad Addis Abeba stentano a riconoscerla: «A distanza di un anno restiamo a bocca aperta, è incredibile come le aree urbanizzate cambino alla velocità della luce. – e continua – Anche a Jijiga hanno fatto le strade asfaltate con i lampioni, gli alberi e le aiuole spartitraffico con i fiori. Ma, nonostante tutto questo sviluppo, a fianco della strada resta la miseria più nera e cresce il divario tra chi sta bene e chi sta male». Un territorio difficile e vasto, quello in cui opera la Fondazione, in cui cresce lo stato di allerta per quanto sta avvenendo nella vicina Somalia, per via delle proteste dopo il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele: «I luoghi in cui operiamo distano veramente pochi km da questo territorio, fino ad oggi non abbiamo riscontrato problemi ma siamo con le antenne alzate, staremo a vedere gli sviluppi».

Questo è lo scenario in cui crescono e si moltiplicano i progetti della Fondazione Elena Trevisanato, che mostrano il volto di uno sviluppo consapevole, di chi prima di tutto mette al centro le persone, perché il vero cambiamento parte responsabilizzando e dando opportunità di crescita. Tra i progetti avviati che danno maggior soddisfazione c’è quello delle Tree nursery volto a creare vivai con lo scopo di promuovere la diversificazione alimentare e in particolare garantire un reddito a donne in stato di bisogno: «Sono donne che non hanno avuto possibilità dalla vita, capi famiglia con tanti figli, analfabete o che hanno a casa persone con disabilità da accudire. Con il progetto non solo viene loro garantito un piccolo reddito che serve per vivere, ma acquistano anche un ruolo sociale nel villaggio» racconta Elisa, che si è recata in Africa con suo marito Paolo e con la presidente Liliana, rispettivamente fratello e mamma di Elena, insieme anche a due soci. «Dopo il primo progetto pilota concluso due anni fa, che ha coinvolto 7 donne in ciascuno dei villaggi di Kayane e Kunka, c’eravamo lasciati dicendo alle lavoratrici che saremo tornati a vedere come procedeva il progetto. – dice Elisa – Appena arrivati abbiamo ricevuto una calorosa accoglienza, le donne impegnate nel progetto sono felicissime di come sta andando». A loro era stata data anche una macchinetta blu a tre ruote, tipo l’Ape, un mezzo tipico che consente di andare in città per vendere le piantine: «Sono molto in gamba e intraprendenti perché se non la usano la affittano. Hanno poi avuto molte altre idee. Ad esempio, hanno messo via una piccola somma per comprare dei capretti, che allevano portandoli al pascolo, per poi rivenderli ad un prezzo più alto in occasione della festa locale in cui si usa uccidere l’animale». Una delle cose più belle poi è che le lavoratrici hanno potuto trasmettere il loro sapere e fare da mentori a quelle delle altre due cooperative di Gode e Denan, dove è stato avviato l’analogo progetto, in cui sono coinvolte il doppio delle donne. «Per queste ultime è già stata svolta la formazione e hanno potuto confrontarsi con le altre donne che ormai già da quattro anni gestiscono i vivai e che con la loro esperienza hanno raccontato le cose che più hanno funzionato» spiega Elisa, dicendo che infatti hanno già messo attorno al vivaio degli alberelli che danno ombra e gradevolezza estetica.

Una delle difficoltà maggiori è che Gode e Denan non sono vicini al fiume Shabelle come gli altri due villaggi, ma si trovano molto lontani da fonti idriche, e l’unica fonte d’acqua vicino a cui sono state costruite le Tree nursery è un birka, un serbatoio coperto che accumula l’acqua durante la stagione delle piogge, che impedisce che evapori o venga sporcata, permettendo di andare avanti diversi mesi. «Abbiamo visto le piantine pronte per essere vendute». Inoltre, nella cittadina di Gode la Fondazione ha avviato altri due progetti pilota. Uno in particolare riguarda la raccolta della plastica: «Lì viene buttato tutto per terra e si vedono gli alberi di acacia con sacchetti appesi ai rami. Un problema emergente molto pressante. – sottolinea Elisa – Il progetto prevede la raccolta della plastica porta a porta nelle capanne e coinvolge un gruppo di donne. Un modo per dare un reddito a donne vulnerabili e allo stesso tempo lavorare sulla raccolta dei rifiuti». Inoltre, la Fondazione interverrà anche in tre scuole, due elementari e una superiore, dove creerà un’area per la raccolta dei rifiuti, in modo che gli studenti non li buttino in giro, e un sistema di latrine: «Il progetto mira a favorire la frequenza scolastica delle ragazze. Nelle scuole infatti non essendoci i bagni, e non avendo un posto dove cambiarsi, sono costrette a saltare le lezioni. Costruiremo dei bagni dove le ragazze potranno avere la loro privacy, inoltre distribuiremo gli assorbenti nella scuola superiore e faremo della formazione per spiegare come gestire bene i giorni del ciclo mestruale, sensibilizzando studenti e docenti sul fatto che questo non sia un tabù».

Altro successo è il progetto Outreach, ovvero di sensibilizzazione, volto a raggiungere comunità isolate e lontane dal presidio sanitario di Darwanaji, dove la Fondazione da diversi anni è impegnata in vari interventi, tra cui il reparto degenze e quello di maternità. L’anno scorso grazie alla Festa della Certosa di fine estate, in cui sono stati ricavati circa 25 mila euro, è stato possibile ampliare il progetto di Outreach, dove una macchina attrezzata con un farmacista, un infermiere e un’ostetrica si reca nei villaggi limitrofi che non hanno accesso a cure mediche, garantendo cure di base, vaccinazioni e attività di prevenzione che possono anche salvare la vita. «Ora da tre siamo passati a servire ben otto villaggi» sottolinea Elisa, dicendo che attualmente vista l’escalation in Medio Oriente c’è però il rischio concreto che l’ambulanza non riesca più a rifornirsi di carburante per fare i giri nei villaggi: «Ci hanno avvisato che a breve potrebbero esserci problemi di rifornimento per l’aumento di costi della benzina e proprio per la mancanza di carburante. Il nostro è un servizio sanitario e dovrebbe avere la precedenza, ma in realtà nulla lì è garantito». Infine, dopo diverso tempo la Fondazione è tornata a Boadley, dove nel 2009 realizzò il primo pozzo con Gli Amici di Venezia: «Tornare ci metteva ansia, avevamo paura che non ci fosse più nulla. Invece il pozzo è ancora funzionante e sono subentrate altre associazioni che addirittura lo hanno potenziato con un grande serbatoio e nuove tubature che portano l’acqua fino al villaggio, e il tutto funziona a pannelli solari. Accanto al pozzo poi gli abitanti hanno realizzato un progetto agricolo. – e conclude Elisa – È bello vedere quando il concetto di cooperazione viene messo in pratica».

Ma la Fondazione è attiva anche in laguna. È partito con l’autunno nel carcere femminile della Giudecca il progetto “Sentieri Vocali”, promosso in collaborazione con l’Associazione Granello di Senape, che mira a creare un coro all’interno della casa di reclusione. L’attività è pensata in particolar modo come veicolo di coesione sociale che mira a promuovere l’ascolto di sé stessi e degli altri, condividere momenti di socialità e imparare a gestire le proprie emozioni. Il progetto, che vede un incontro a settimana di due ore, si concluderà a giugno. Le detenute hanno già imparato parte del repertorio e di recente hanno fatto una piccola rappresentazione all’interno del carcere. Il corso è tenuto dalla maestra Irene Broz, dei Cantori Veneziani, che usa il metodo kodály per insegnare la musica per imitazione. La maestra già due anni fa ha avviato, sempre grazie alla Fondazione Trevisanato, un coro alla Scuola elementare Cesare Battisti di Mestre, nota per la presenza multietnica degli scolari. «L’anno scorso avevamo iniziato con una prima elementare, quest’anno invece sono coinvolte cinque classi di seconda. Il progetto piace molto a bambini, insegnanti e genitori» spiega Andreoli. «Piano piano speriamo che il corso in carcere, che oggi conta una decina di iscritte, raggiunga il numero massimo previsto di 15. – dice – Confidiamo che le donne che vi prendono parte raccontino l’esperienza alle altre recluse e il numero delle interessate all’iniziativa possa crescere. – e conclude Andreoli – Se vediamo che la cosa funziona ed il riscontro è positivo, l’idea è poi di continuare quest’attività anche in futuro, come facciamo con la scuola di Mestre dove anche il prossimo anno proseguiremo con il progetto».
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