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Giupponi, Ca’ Foscari: MOSE utile ma non eterno a Venezia

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In uno studio in cui docente è capofila si simula l’utilizzo del MOSE, insufficiente al 2060

«Il MOSE? E’ stato pensato per durare 100 anni, ma al 2060 potrebbe già non bastare per quello che gli viene richiesto attualmente, ovvero attivarsi contro le maree superiori ai 110 cm». Carlo Giupponi, docente di economia dell’ambiente dell’ateneo Ca’ Foscari di Venezia, ha appena coordinato uno studio assieme a un team di esperti internazionali. «L’opera ha portato indubbiamente più benefici che costi, ma era previsto che fosse usata in modo emergenziale qualche volta all’anno, dal suo debutto nel 2020 a marzo del 2024 siamo già a 84 aperture e dalla nostra simulazione saranno sempre di più i suoi utilizzi».

«Nel nostro studio abbiamo incrociato diverse variabili – continua il docente – ma l’incognita principale è che non sappiamo quali siano i limiti tecnici del MOSE. Dopo il 2050 le curve di innalzamento del livello del mare, in uno scenario dettato dai cambiamenti climatici in atto, secondo la nostra proiezione calcolata sulla media di crescita dell’ultimo decennio, porteranno l’opera ad essere utilizzata più di 600 volte in un anno, in più momenti al giorno. Per cui sorge il dubbio, se tanto vale tenerlo sempre sollevato, che senso avrebbe?»

Il professor Carlo Giupponi dell'Università Ca' Foscari di Venezia
Il MOSE e Venezia: in bilico fra resilienza, fragilità e implicazioni economiche

«L’esperienza del Covid per Venezia è stata un unicum – spiega Giupponi – in poco tempo l’ambiente lagunare si è rigenerato senza la pressione umana, dai canali limpidi al ritorno di animali marini, ma appena la situazione si è normalizzata tutto è tornato come prima. L’attrattività della città non è calata, per questo proteggerla resta prioritario». Per valutare l’uso del MOSE a sua tutela, l’accademico ha coordinato un team di studiosi del network di Ca’ Foscari come Luca Di Corato, Raffaele Pesenti, Behnaz Minooei Fard, Marco Bidoia (Fondazione Eni Enrico Mattei), Animesh Kumar Gain (Murdoch University), Margaretha Breil (Euro-Mediterranean Centre on Climate Change), Veronica Leoni (University of the Balearic Islands e Georg Umgiesser (Cnr-Ismar e Klaipeda University).

«Il nostro lavoro di previsione arriva fino alla fine del secolo attuale – aggiunge – ma l’innalzamento del livello del mare fa parte di un sistema che potrebbe essere molto imprevedibile. Al momento gestiamo questo innalzamento con il MOSE per tutte le maree superiori ai 110 cm, ma la domanda sui limiti del suo funzionamento resta aperta. Anche se l’uso prolungato fosse sostenibile, questo impatta sulla portualità e il sistema fognario veneziano. Il costo per ogni chiusura della laguna oscilla fra i 30 e i 300.000€, considerando anche i 60 milioni alloccati per la manutenzione, i benefici per la città restano superiori ai danni dell’alta marea eccezionale secondo un modello di simulazione, che ha ricostruito, partendo dagli ultimi 26 anni, un trend di 78 anni di future maree con un intervallo di 6 ore l’una dall’altra, stimando i danni evitati in 10 miliardi di euro».

L'andamento delle chiusure del MOSE per fine secolo
Ricette alternative all’utilizzo del MOSE quando non basterà più

«A un certo momento però, dalle nostre proiezioni attorno al 2050, la barriera artificiale non basterà più – spiega Giupponi – diamo per scontato che funzioni ancora, ma ci saranno mezzo milione di euro per azionarlo più volte al giorno tutti i giorni? Inoltre vanno considerate anche le conseguenze sul sistema del Porto di Venezia, anche qui al momento i danni sono compensati dai benefici ma non è sicuro che questo equilibrio si mantenga nel tempo. E che impatti avrà una laguna chiusa sugli accessi turistici? Per questo ad esempio per il porto andrebbe valutata da subito una struttura complementare offshore, con magari un collegamento ferroviario alla terra ferma».

«Se solo per progettare e realizzare il MOSE ci sono voluti quasi 50 anni forse è bene pensare da subito a delle alternative per farci trovare davvero pronti – aggiunge lo studioso – innanzitutto valutando se mantenere ildogmadei 110 cm, continuando a investire, come si è iniziato a fare, in protezioni sulla città per renderla più indenne a maree fino ai 130 cm, solo questo ridurrebbe del 25-30% il ricorso alle barriere mobili. Tra le alternative ci sono poi quella di definire una netta separazione fra mare e laguna con delle dighe di protezione fisse oppure, riprendendo lo studio dell’Università di Padova, prendere in considerazione l’ipotesi di sollevare la città di 20-30 con delle pompe a più di 300 metri di profondità, guadagnando 30 anni contro l’innalzamento del mare a un costo stimato, all’epoca, pari a un anno di manutenzione del MOSE».

La questione dell’accesso ai dati per delle simulazioni precise

«Il nostro studio – precisa lo studioso – ha una valenza internazionale visti gli esperti coinvolti ed è stato svolto a titolo gratuito e reso disponibile e aperto a tutti, vista la rilevanza della città. Ha però un limite, ovvero che diverse cifre di costo, soprattutto quelle del funzionamento MOSE sono stimate in un range e non precise, perché ci mancano i dati. Le cifre che ruotano attorno all’opera sono sempre state interessate da grossi problemi di comunicazione, tanto che i valutatori esteri del lavoro non credevano che non sapessimo precisamente i costi di manutenzione. Ci vorrebbe quindi una politica di maggior accesso ai numeri, potendo mettere insieme costi, afflussi turistici e maree, per misurare le correlazioni fra le variabili».

«Con informazioni più precise avremmo potuto sviluppare un modello migliore – conclude – per cui il nostro invito è quello di condividere di più e non solo perché per normativa europea dovrebbe essere obbligatorio, ma perché manca una visione d’insieme sulla salvaguardia di Venezia, costringendo ogni esperto a considerare solo un punto di vista. Proprio per questo avrebbe senso costituire un comitato multidisciplinare per attrarre i migliori esperti internazionali perché Venezia è un tema di portata mondiale, perciò non basta un approccio locale alle questioni della sua tutela e da qui potrebbe nascere il miglior esempio di soluzione della subsidenza, ovvero dello sprofondamento, che affligge buona parte delle città costiere di tutti i continenti, definendo un modello di intervento da esempio per l’intero pianeta».

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