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I 96 anni del monaco Aristakes nell’isola della laguna

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Intervista al più anziano monaco della comunità armena di San Lazzaro

Ha dedicato a Dio e ai fratelli tutta la sua lunghissima vita. Eppure su di lui ricade fortemente, anche se indirettamente, il genocidio degli Armeni. Padre Aristakes Manoukian è nato a Jarabulus, in Siria, nel 1927, nella festa dell’Ascensione, da una famiglia originaria della regione montagnosa di Sassoun, nelle terre dell’Armenia storica.

Ultimo di otto fratelli, battezzato col nome di Abraham e rimasto orfano di padre a tre anni, si è distinto in gioventù per l’impegno nella vita della Chiesa e l’insegnamento. Suonava, inoltre, il violino, il mandolino e il flauto, nelle scuole armene. Incontrato padre Avetik Talatinian e da lui incoraggiato, è entrato all’età di vent’anni, nel 1947, a San Lazzaro, dove è stato ordinato sacerdote nel 1956.

Veduta aerea dell'Isola di San Lazzaro degli Armeni
Il percorso ecclesiastico di Padre Aristakes Manoukian

Ha successivamente operato nel seminario di Bikfaya, in Libano (1957), nella scuola mechitarista di Alessandria d’Egitto (1957-1960), nel collegio di Aleppo (1960-64), poi alternandosi tra il seminario di Bikfaya e il collegio di Aleppo (1964-2000), educando migliaia di ragazzi.

Parla cinque lingue: armeno, arabo, turco, italiano e francese.
Dal 2000 risiede nell’abbazia di San Lazzaro, nell’isola della laguna di Venezia dove, dal 1717, risiedono, pregano e lavorano i monaci Armeni Mechitaristi, della congregazione religiosa cattolica fondata dall’abate Mechitar.

A San Lazzaro degli Armeni padre Aristakes è stato Maestro dei novizi e donde, avendo chiesto lui stesso di rendersi ancora utile presso i centri mechitaristi in Medio Oriente, si reca saltuariamente in Libano, in Siria e in Armenia, continuando ad operarvi con entusiasmo e dedizione.

Signorile e di animo semplice e delicato, padre Aristakes irradia una luce di bene che si esprime in parole e gesti di benevolenza per tutti quelli che incontra, dai dipendenti ai tanti amici, ai pellegrini, ai quali ricorda innanzitutto che la vita è un dono magnifico, e va speso tutto nell’amore del prossimo, e attraverso il prossimo, di Dio.

Non è raro vederlo porgere una rosa, appena recisa, alle signore in visita. Al ritorno dai suoi viaggi, l’ho visto accogliere, all’approdo, dal suo giovane discepolo di noviziato, p. Anton, cospargendogli il passaggio di petali di rose. Un’antica tradizione, un delizioso gesto d’affetto e riconoscenza che parla la lingua della gratitudine di un figlio di Mechitar verso il proprio vecchio maestro spirituale, nel respiro dell’unica carità che, in Cristo, unisce.

Padre Aristakes
Padre Aristakes, lei è appena tornato dall’Armenia. A 96 anni d’età, dove la trova tutta questa energia?

«Mi sento amato dal Signore ed è da tutta la vita che lo amo e lo servo. In mezzo a tante difficoltà, ostacoli, avversità, mai mancate sino al presente, Dio sa guidare, e ho nel cuore l’intima consapevolezza che lui mi ha scelto, prima che io lo scegliessi. Da Lui mi sento accompagnato ogni giorno, ogni istante, e questo mi riempie di gioia, scaccia qualsiasi motivo di tristezza, infonde tanta serenità».

Momento di liturgia per la Benedizione dell'Uva
Quali ricordi ha della sua giovinezza in Medio Oriente, e come è nata la sua vocazione?

«Sin da piccolo ho frequentato assiduamente la Chiesa e soprattutto vedevo come la mamma pregava, e lei mi insegnava ad essere sempre rispettoso e servizievole verso i nostri sacerdoti.
Dopo due anni a Raqqa, dal 1939 per cinque anni risiedetti nella casa del Vicariato patriarcale di Kameshli (Kamishlié) [costituito nel 1938, sarà elevato a Eparchia da Pio XII nel 1954, ndr], al servizio del vescovo cappuccino, a lungo perseguitato, imprigionato e torturato, mons. Cirillo Zohrabian, ed è lì, a stretto contatto con la vita di preghiera e delle celebrazioni liturgiche, che si accrebbe il mio fervore spirituale e si rafforzò la mia vocazione. Mons. Zohrabian mi inviò poi a studiare a Beirut e nel 1945 mi incaricò della direzione del collegio armeno di Arab Punar (Kobanê), nel distretto di Aleppo, dove rimasi un anno. Fu lì che incontrai padre Avetik Talatinian, che raccolse la mia aspirazione a diventare sacerdote e propose ai superiori, a Venezia, la mia candidatura per entrare nell’Ordine mechitarista. All’epoca, però, le vocazioni in età matura non erano ben viste, e da Venezia risposero con una lettera di rifiuto, con la motivazione che “da un ferro ormai arrugginito dal tempo” non si poteva cavare una vocazione, perché la disciplina mechitarista sarebbe stata troppo dura per una personalità ormai già formata. Addolorato e raccoltomi in preghiera, scrissi una lettera in cui rispondevo che avrei accettato col cuore di un fanciullo le loro volontà, ma li pregavo di considerare che anche un ferro arrugginito, passato al fuoco, può fondersi ed essere colato in qualsiasi forma. Con l’appoggio di padre Avetik, la mia candidatura fu allora accettata, e così partii per Venezia. Salpata la nave da Beirut, quando ormai eravamo in mare aperto, tutto l’azzurro del cielo sopra e tutto l’azzurro del mare sotto, avendo ancora con me una moneta, la gettai in acqua, e dissi: ecco, ora sono completamente libero, e interamente nelle mani di Dio».

Padre Aristakes all'interno della chiesa
Quale impressione le fece San Lazzaro, al suo arrivo?

«Arrivai a San Lazzaro l’8 agosto 1947, accolto benevolmente dai padri. Mi colpì in particolare la ricchezza del patrimonio culturale della nostra Nazione e non solo, che vedevo concentrato e custodito in questa piccola isola della laguna. Mi ambientai subito».

Veduta del chiostro del monastero
La sua famiglia è originaria di Sassoun, una regione ricca di reminiscenze storiche e nota per il suo patriottismo. Come ha risentito del genocidio?

«La mia famiglia, da Sassoun si era trasferita inizialmente a Nisib (Nizip). Si racconta che mio papà, rimasto vedovo con una figlia piccola, Maria, e sposato da appena un anno, si ammalò gravemente al punto che gli fu annunciata una morte imminente. Si trovò davanti, però, un uomo vestito di bianco, che alle sue suppliche di risparmiarlo gli rispose che gli avrebbe concesso 15 anni, dopodiché sarebbe tornato in quegli stessi giorni a prenderlo, il che poi avvenne puntualmente, quando io avevo tre anni. Ricordo ancora chiaramente – ero molto piccolo, e non avevo neppure pienamente realizzato quel che era successo – che mentre lo disponevano per la sepoltura, dopo che lo avevano avvolto nei lini come san Lazzaro, lo vidi staccarsi di lì, sollevarsi e fuoriuscire da un’apertura luminosa, come una grande finestra, che lo sovrastava, involandosi in mezzo alla luce e tra le volute di una nube.
Quanto al genocidio, nel 1914 la mia famiglia era fuggita, dopo aver affidato la figlia maggiore a una famiglia turca, che si era offerta di proteggerla, per sottrarla alle razzie, e durante il tragitto mia mamma partorì nel deserto siriano la più giovane, Lousine. Rientrati in patria dopo gli anni del Genocidio, alcuni anni dopo, credo nel 1922 o 1923, un giorno i miei genitori si assentarono di casa, come erano soliti fare, lasciandovi i tre bambini a giocare; quando rientrarono, trovarono i due fratellini maschi, di 6 e 7 anni, trucidati dai turchi e gettati sul pavimento, mentre la loro sorellina, di tre anni, era stata rapita. [Erano gli strascichi del Genocidio, per cui dopo la fase acuta del 1915-16, che aveva mietuto un milione e mezzo di vittime nella popolazione armena, proseguiva l’accanimento della pulizia etnica verso la popolazione armena residua, negli anni in cui Mustafa Kemal Atatürk andava completando la ricomposizione della nuova unità nazionale turca nella forma della nuova repubblica. Il metodo di uccidere i figli maschi, e in modo atroce e lasciando uno scenario straziante a scopo più crudelmente intimidatorio, e rapire le femmine per darle poi in spose ai figli delle famiglie turche, era comune negli anni del genocidio, sino alle ultime sacche di violenza degli anni ’20, che si concentravano per lo più nella fascia sudorientale della Turchia, a ridosso del confine con la Siria, ndr].
La mia famiglia si trasferì quindi nella più sicura cittadina di Jarabulus, in Siria. Mio padre ebbe altri due maschi, morti appena dopo la nascita, una femmina, Elisabeth, e infine me, cui pose il nome di Abraham quale figura emblematica, nell’esperienza della paternità e della vita, del totale affidamento a Dio, senza riserve. Della tragedia familiare in cui persero la vita i miei due fratelli venni a conoscenza solo molto tardi, all’età di 85 anni, da una delle figlie di Lousine».

Padrea Aristakes mentre cammina in giardino
E perché l’hanno tenuta all’oscuro per così tanto tempo?

«Pur con quello che era accaduto, i miei genitori non volevano fomentare in me sentimenti di avversione e vendetta verso i turchi, anche temendo che, giovane e solerte patriota qual ero, mi sarei arruolato nella resistenza militante dei fedahí armeni».

Biblioteca antica dell'abbazia
E la sua vita, ora a San Lazzaro? Lo incontro spesso, a passeggiare nella quiete del chiostro, e soprattutto in chiesa, in preghiera...

«Non c’è niente di più bello, ora, finché il Signore dà forza, della preghiera nel silenzio, in chiesa, in visita al Santissimo, o all’ombra del chiostro e nell’incanto della florida vegetazione dell’isola, e attinta, così, forza dal dialogo con Dio, di portare poi parola, conforto spirituale e incoraggiamento morale a tante persone, tra i molti di passaggio che ogni giorno incontro, qui a San Lazzaro, e nei periodi che saltuariamente trascorro in Armenia, Siria e Libano. Ci sono tante, tante persone, che hanno sete di Dio».

Padre Aristakes seduto nel chiostro del Monastero di San Lazzaro degli Armeni
E la sua devozione al fondatore, l’Abate Mechitar, di cui è in corso la causa di beatificazione e canonizzazione?

«L’Abate Mechitar merita di essere conosciuto, e anche questo si inserisce nel mio apostolato spirituale, con l’invito a conoscerlo e pregarlo, per impetrare grazie, soprattutto qui a San Lazzaro, dove è sepolto. Non perdo, infatti, occasione per portare quanti sono angustiati da qualcosa, nella vita loro e dei loro cari, a pregare, davanti alla sua sepoltura, e il nostro grande fondatore non manca di offrire il suo aiuto ai semplici, soprattutto in soccorso dei malati e delle giovani coppie desiderose di figli».

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