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Il Sogno di Giacobbe: restauro innovativo

Durante l’intervento Mauro Missori, fisico del CNR, ha svolto la prima spettroscopia di riflettanza con fibre ottiche a distanza. Aperte nuove possibilità per l’analisi di opere collocate in posizioni difficili da raggiungere

Il dipinto seicentesco del Sogno di Giacobbe di Valentin Lefèvre è tronato a risplendere alla Fondazione Giorgio Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia grazie ad una tecnica di analisi innovativa e sperimentale. Il restauro, possibile grazie al supporto di San Marco Group SpA e realizzato dall’impresa veneziana Seres Srl, sotto la direzione di Paolo Roma, ha fatto emergere cromie e scene rimaste coperte dalla patina del tempo. Il dipinto, unica opera pubblica veneziana di Valentin Lefèvre (1642 – 1677) e la più prestigiosa, è stato commissionato per essere posto a 12 metri di altezza sulla volta dello Scalone realizzato dall’architetto Baldassarre Longhena, da cui si accedeva all’appartamento dell’abate. Grande circa 4,5 x 2 metri, l’opera è ora ricollocata nella sua posizione originaria, all’interno dell’antica cornice lignea dipinta. Sono gli anni Cinquanta del Seicento quando Lefèvre si trasferisce da Bruxelles a Venezia per studiare i capolavori rinascimentali e, in modo particolare, le opere di Paolo Veronese, intrecciando echi della pittura dei “tenebrosi”. È proprio in questo periodo che gli viene commissionato il dipinto che raffigura il sogno di Giacobbe a Bethel, profezia della discendenza eletta, visualizzata da una scala popolata di angeli. Durante il restauro è stata ritrovata nell’Archivio Storico di Venezia la “poliza”, ovvero la perizia, datata 16 dicembre 1671, approvata da Baldessare Longhena. Un documento significativo in cui si ricostruisce la tipologia, la quantità e i costi dei materiali utilizzati «per metter in opera il quadro de pitura nel detto volto». Si leggono ad esempio informazioni sui lavori di intaglio e di realizzazione della grande e massiccia cornice: «3 pezzoni di cirmolo cadorini grossi once 2 ½ larghi once 10 per li festoni di intagio», informazioni che sono state utili per comprendere l’opera e capire come meglio approcciarsi durante il restauro.

L’analisi sperimentale e innovativa

Il restauro è stato preceduto da un’analisi sperimentale e innovativa realizzata da Mauro Missori, fisico del CNR, utilizzando la prima spettroscopia di riflettanza con fibre ottiche (FORS) a distanza anziché in loco. La FORS remota si è rivelata uno strumento promettente per lo studio e la conservazione del patrimonio artistico. In particolare, i ricercatori sono riusciti ad acquisire spettri di riflettanza fino a 10 metri dall’opera. Questo approccio ha permesso di superare i limiti delle tecniche tradizionali, aprendo nuove possibilità per l’analisi di opere collocate in posizioni difficili da raggiungere o che non possono essere avvicinate per ragioni di conservazione. Questo offre la possibilità di analizzare le opere in modo completamente non invasivo e a distanza di sicurezza, aprendo così una nuova frontiera per valutare pigmenti e coloranti nei dipinti. «Dall’analisi colorimetrica a distanza è stato possibile avere in dettaglio lo stato di conservazione delle vernici e dei materiali, fornendo indicazioni essenziali per il restauro» ha sottolineato il restauratore Paolo Roma. Il progetto, frutto della collaborazione tra Università Ca’ Foscari Venezia, CNR e Centro Digitale-ARCHiVe della Fondazione Giorgio Cini, ha portato allo sviluppo di strumenti e processi di indagine su materiali e supporti che possono essere digitalizzati e dai quali è possibile estrarre informazioni aggiuntive rispetto a quelle dell’osservazione tradizionale. «L’analisi a distanza ci ha permesso di avere un apparato diagnostico preliminare prima di muovere il quadro, grazie alla quantità di dati che abitualmente non si hanno a disposizione» ha spiegato ancora Paolo Roma. «Il lavoro sul dipinto di Lefèvre è stato concepito fin dall’inizio come un’operazione intimamente conservativa. È stato più di un restauro, si è trattato di una delicata indagine scientifica e di cura» ha detto Renata Codello, Segretario Generale della Fondazione Giorgio Cini, soddisfatta del lavoro svolto in un periodo in cui la Fondazione ha portato a compimento diversi interventi di restauro e digitalizzazione, tra cui quello al prezioso arazzo “L’entrata in Palestina dell’esercito di Vespasiano” (leggi qui).

Le operazioni di restauro

Le notizie sulla storia conservativa dell’opera sono scarse. In un rapporto redatto da Pietro Edwards, il 24 luglio 1806, così come riportato dallo storico Antonio Cicogna in “Delle inscrizioni veneziane” del 1834, ne viene descritto il cattivo stato di conservazione. Durante il restauro è stato riscontrato che il dipinto presentava tracce di un precedente intervento di cui però non si ha alcun riscontro. Sia l’opera che il supporto all’avvio del restauro nel 2024 presentavano segni di deterioramento. Nell’opera in particolare si evidenziavano distacchi della policromia e depositi di sporcoche la rendevano poco leggibile: «La posizione in un luogo semiaperto, com’è lo Scalone del Longhena, ne aumenta la vulnerabilità: il dipinto è esposto a due grandi volumi d’aria, quello del vestibolo dello Scalone e quello del sottotetto, che provocano inevitabili stress climatici» ha sottolineato Paolo Roma. Durante l’intervento, il cui laboratorio di restauro è stato allestito nell’Ala Napoleonica, nell’ex laboratorio di acustica della Fondazione Giorgio Cini, si è provveduto ad asportare la vecchia tela di rinforzo molto degradata sui bordi e che ne impediva il risanamento del supporto originale. Il dipinto è stato poi pulito dai depositi di nerofumo, dalle vecchie vernici e dai ritocchi alterati. La completa riscoperta della cromia è stata ottenuta soprattutto grazie alla rimozione di residui di colle animali di precedenti interventi strutturali, come la foderatura e probabili impregnazioni, che avevano fissato sul colore e nel tessuto del supporto a vista un ulteriore strato di nerofumo. Conclusa la pulitura, è emersa in tutta la sua gravità l’entità delle lacune pittoriche che sono prontamente state integrate e stuccate, con tecniche reversibili, per suggerire l’unità della raffigurazione, senza però annullare il carattere di lacunosità consegnato dalla pulitura. L’intervento è stato completato con la verniciatura e con la sostituzione del vecchio telaio ligneo con una struttura metallica munita di sistema di tensionamento regolabile e continuo della tela.

La riscoperta del colore

«Prima della rimozione delle vernici ipotizzavamo che la pellicola pittorica avesse subìto dei fenomeni di degrado più intensi e che l’azzurro fosse andato perso, invece abbiamo trovato dei rossi e degli azzurri molto ricchi.- spiega Paolo Roma – Osservando il perimetro del dipinto, protetto sotto la cornice, dove i colori si sono conservati meglio, possiamo avere un’idea delle cromie originali come i viola, i meno conservati perché a base di lacche e non di pigmenti». Le operazioni di restauro hanno portato alla luce una serie di elementi che il tempo aveva celato, che ora aprono a nuove piste di ricerca. Tra questi è tornata visibile la scena dipinta, in cui il sogno è la profezia della discendenza eletta, visualizzata da una scala popolata di angeli. «Proprio la scala al centro della tela era scomparsa alla vista: ora la vediamo collegare la terra al cielo, quasi una continuazione dello Scalone che porta agli appartamenti dell’Abate e alla Biblioteca. – ha spiegato infine Renata Codello – In questo senso, si può pensare che il soggetto religioso sia in realtà una sofisticata metafora sulla dimensione del potere; la discendenza eletta che ricorre nel sogno sembra riferirsi ai sapienti, tra dimensione religiosa e laica della sapienza. Non a caso, in questa grande stanza di scale, progettata affinché la luce entrasse da tutte e quattro le pareti, campeggia la statua di Francesco Cavrioli, che raffigura Venezia con lo scettro in una mano (poi tolto da Napoleone) e la temperanza nell’altra. Un luogo dunque che racchiude pittura, scultura e architettura e ha in sé la sapienza religiosa, civica e politica».

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