

Nè persiano, nè turco e tanto meno di origine europea, come per secoli è stato ritenuto. Il pregiato grande tappeto conservato nel depositi di Palazzo Pitti a Firenze è cinese. Eccezionale scoperta da parte della storica dell’arte e ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Ilenia Pittui dopo un accurato studio scientifico condotto sul prezioso tappeto ricamato, che ne ha definitamente chiarito la provenienza e la datazione, riconducendola alla manifattura cinese del XVII secolo. L’articolo scientifico, firmato dalla storica dell’arte Ilenia Pittui, è stato pubblicato sulla rivista Kervan – International Journal of Afro-Asiatic Studies, diretta da Mauro Tosco dell’Università di Torino. La ricerca basata sulla disamina del manufatto, effettuata con indagini diagnostiche e d’archivio, ha rimesso in discussione l’origine di altri esemplari analoghi conservati al Museo del Palazzo Topkapi di Istanbul e al Museo del Louvre di Parigi.

Il protagonista di questa affascinante storia di scoperta e ricerca è un grande tappeto “da tavola” lungo oltre quattro metri e largo due, composto da quattro pezze di velluto rosso tagliate e unite alla seta, cucite insieme a formare il supporto per il ricamo fitomorfo, eseguito con fili d’oro e di seta policroma. Ascrivibile al XVII secolo, il manufatto è stato a lungo considerato un prezioso “tappeto orientale” di produzione persiana o turca, fino a quando alcune ricerche più recenti non hanno suggerito una possibile origine europea. Lo studio effettuato dalla ricercatrice ha invece dimostrato che si tratta di un ricamo Macao che emula, nell’iconografia, coevi tappeti provenienti dall’Iran e, tracciando una fitta rete di scambi tra Asia e Mediterraneo, ne circoscrive l’ingresso nelle collezioni fiorentine alla prima metà del Settecento.

La vicenda del tappeto di Palazzo Pitti mette in luce anche la storia di una giovane ricercatrice che si muove tra archivi, depositi museali e laboratori scientifici. Storica dell’arte e ricercatrice al Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea di Ca’ Foscari, Ilenia Pittui ha ricevuto nel 2024 il Seal of Excellence delle azioni Marie Skłodowska-Curie della Commissione Europea ed è risultata vincitrice del bando del Ministero dell’università e della Ricerca “Young Researchers 2024”, con un progetto supervisionato da Simone Cristoforetti, professore di Storia dei paesi islamici. Nel 2025, Pittui ha vinto la Laura Bassi Scholarship come giovane ricercatrice. Nel 2026 ha ottenuto, inoltre, una Marie Skłodowska-Curie Global Postdoctoral Fellowship, tra le diciannove che hanno scelto Ca’ Foscari come istituzione ospitante. Riconoscimenti che testimoniano la qualità di una ricerca capace di unire istituzioni culturali diverse e competenze interdisciplinari grazie a cui è possibile riscrivere la biografia delle opere.

L’indagine di Pittui ha avuto inizio nel marzo 2023, nello studio fiorentino dell’architetto, antiquario e noto esperto di tappeti Alberto Boralevi, quando alla ricercatrice è stato segnalato l’esemplare di Palazzo Pitti come un tappeto tanto discusso e meritevole di attenzione. A seguito delle valutazioni preliminari, il progetto ha poi preso forma nonostante le difficoltà logistiche ed economiche. «Fin dall’inizio era chiaro che ci trovavamo di fronte a un’opera straordinaria, che meritava di essere studiata, valorizzata e restituita alla pubblica fruizione. – racconta Ilenia Pittui – La sfida era capirne l’origine e continuare a ricostruirne la storia, anche collezionistica». Un passo decisivo è arrivato con il primo sopralluogo, nel maggio di due anni fa, in occasione del quale la ricercatrice ha interagito con un team di specialisti composto da Alberto Boralevi, Giovanni Curatola, Marina Carmignani e dalle restauratrici tessili Carla Molin Pradel e Jasmine Sartor. Sulla base di nuove evidenze documentarie, è stata poi richiesta e ottenuta l’autorizzazione delle Gallerie degli Uffizi alla rimozione della fodera applicata durante un intervento di restauro eseguito da Alfredo Clignon e Marietta Vermigli nel 1977. L’operazione ha permesso di portare alla luce, sul retro dell’opera e in prossimità delle cimose, una serie di caratteri dorati dipinti inediti, attualmente ancora in fase di studio, ma il sistema di scrittura dei caratteri leggibili è ritenuto essere cinese. «Lo studio riconferma certamente anche la grande rilevanza di una figura come quella di Alfredo Clignon nella storia del restauro dei tessili, sottolineando la necessità e l’importanza di una sinergia tra storici dell’arte e restauratori. – sottolinea Pittui – Se infatti Clignon non avesse notato e riferito, nella sua dettagliatissima e meticolosa relazione, di questi caratteri “in lingua orientale”, “in cinese”, dipinti sul “vivagno del velluto”, l’informazione sarebbe andata perduta forse per sempre. Mi sembra allora opportuno porre l’accento sull’importanza della relazione di restauro come documento che preserva e tramanda una memoria storica».

Grande importanza nella ricerca hanno avuto le analisi diagnostiche sui materiali, condotte da Silvia Bruni e Margherita Longoni del Dipartimento di Chimica dell’Università Statale di Milano. Lo studio delle fibre tessili, dei coloranti e del filato d’oro cartaceo ha confermato la coerenza del manufatto con le tecniche di produzione dell’area cinese, supportando e rafforzando l’ipotesi che potesse trattarsi di un ricamo Macao. Uno studio che ora non si fermerà a Palazzo Pitti. Si conoscono infatti due tappeti strettamente comparabili: un esemplare di dimensioni analoghe conservato al Museo del Palazzo Topkapı di Istanbul, ad oggi considerato ottomano, e un altro tappeto delle collezioni del Musée des Arts Décoratifs, oggi al Louvre, considerato indiano o persiano. Mettere in relazione questi tre manufatti sarà il passo successivo per capire se condividano lo stesso centro di produzione, se possano essere ricondotti a un unico laboratorio, se clientela e usi a cui queste opere erano destinate possano essere meglio conosciuti e indagati. «L’obiettivo ora è pensare e pianificare un’operazione internazionale di valorizzazione delle opere nei depositi e riunire questi tre tappeti esponendoli insieme, così da poterli studiare e apprezzare uno accanto all’altro» anticipa infine Pittui. Aperto quindi il confronto con la comunità scientifica internazionale, in vista anche della prossima International Conference on Oriental Carpets (ICOC), uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati ai tappeti orientali, prevista in Italia nel 2027. Si attendono dunque i risultati delle prossime ricerche su questi tappeti, di una storia che, grazie a Pittui e Ca’ Foscari, a quanto pare è tutta da riscrivere.
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