

Cosa posso mangiare con il diabete? Questa domanda rappresenta la madre di tutte le questioni insolute in Medicina Generale. In qualche caso rischia di diventare un’ossessione, ma ha una sua giustificazione se consideriamo che una corretta gestione della malattia diabetica, che nel nostro territorio interessa circa il 9% della popolazione adulta, impedisce o ritarda di molto la comparsa di importanti complicanze.

L’aspetto educazionale nel diabete poggia essenzialmente su 3 punti che devono coesistere: la terapia, se dovuta, l’attività fisica e la dieta. Nell’immaginario collettivo delle persone, però, la parola dieta evoca spesso comportamenti di grave e mal tollerata deprivazione alimentare. Ma non è così: si deve mangiare per vivere e non vivere per mangiare. Purtroppo, per una serie di fattori in parte sconosciuti, tale aspetto del piano di cura viene quasi sempre disatteso dai pazienti. Un aiuto importante ci arriva dalla tabella dell’indice glicemico degli alimenti visualizzabile nel web (ottimo ad esempio quello reperibile al seguente link: https://www.humanitas-care.it/news/indice-glicemico-degli-alimenti-come-tenere-sotto-controllo-il-diabete-con-la-dieta/).

Ma cos’è l’indice glicemico degli alimenti e in quale maniera può tornarci utile? Questo dato ci fornisce informazioni su quanto influisce un determinato alimento sul livello di glucosio nel sangue. Le sostanze alimentari che hanno un indice glicemico più elevato possiedono una quantità di glucosio che entra nel sangue più velocemente determinando quindi i temibili picchi glicemici; i cibi a minor indice glicemico, invece, risultano meno pericolosi per le complicanze del diabete collegate ai picchi e quindi sono da preferire.
L’indice glicemico viene calcolato facendo riferimento al valore standard di 100 attribuito al glucosio. Per fare un esempio curioso il miele, che ha un indice di 73, è paragonabile al pane bianco, che ha un indice di 70. Un indice basso, identificato al di sotto del valore del 55%, è appannaggio dei legumi e del latte scremato.
Altri fattori che influiscono sul valore dell’indice glicemico sono ad esempio: il tipo di cottura – gli spaghetti al dente hanno indice più basso rispetto alla pasta molto cotta… – la maturazione della frutta e il contenuto di fibre nella stessa. Per quanto riguarda, invece, il riso, una particolare precottura trasforma questo alimento facendogli perdere amido e trasformandolo in riso “parboiled” con un indice glicemico nettamente inferiore. Rimane ovvio che l’indice glicemico non basta, se non calcoliamo la quantità di alimento consumato!
Una dieta basata su cibi con basso indice glicemico migliora la salute e il benessere delle persone, consente di tenere sotto controllo i processi di prevenzione delle malattie metaboliche producendo benessere e migliore qualità della vita. L’educazione alimentare dovrebbe rappresentare materia di studio nelle scuole per rispondere a un bisogno crescente di salute che sta assumendo contorni sociali preoccupanti, con risorse che vanno riducendosi sempre più. Il motto da adottare potrebbe essere: “meno zuccheri più vita”.
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