

Forse non l’abbiamo mai considerato, ma possiamo guarire dai nostri mali anche raccontandoci delle storie, delle esperienze, dei modelli di terapia che hanno impattato in maniera importante l’esperienza di medici e pazienti.
Il concetto di medicina narrativa si accoppia spesso alla propensione all’ascolto inteso sia in senso univoco che biunivoco (paziente-medico/medico-paziente). La medicina narrativa, come corrente di pensiero, nasce negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta ad opera di Rita Charon, un medico internista del Columbia Presbyterian Hospital di New York. In Italia se ne comincia a parlare un po’ più tardi, negli anni Duemila, ad opera del compianto Giorgio Bert, un medico libero docente all’Università di Torino in Semeiotica Medica – disciplina che studia i sintomi e i segni clinici – molto noto alla ribalta sanitaria per essere stato il cofondatore del movimento Slow Medicine, la rete che si batte per una cura sobria, rispettosa e giusta.

La medicina narrativa sposa in maniera efficace la EBM (Evidence Based Medicine), la medicina basata sulle evidenze, cercando di integrarla e valorizzando la dimensione umana e relazionale nella pratica clinica. Per farlo si avvale di diversi strumenti come la scrittura, la lettura, il dialogo, l’ascolto attivo, il disegno, la fotografia, il teatro e il cinema, per incoraggiare la relazione e la comunicazione medico-paziente e per poter intensificare la relazione d’aiuto e la riflessione di cura. Il risultato finale di questa integrazione permette la fioritura spontanea di una medicina più empatica e partecipativa.
Questa modalità reciproca di integrazione, basata sulla narrazione, ricorre a una spiccata alleanza terapeutica nella quale, come chiarisce lo stesso Bert, si realizza un grande spazio per l’ascolto attivo, il rispetto per ciò che il paziente riferisce, un’intensa opportunità di dialogo, un pizzico di umiltà da parte del professionista e, per ultimo, dimostrare al paziente che quello che ci sta raccontando ci interessa davvero.

Questo rappresenta sicuramente un importante punto di partenza per ricreare una medicina più umana, come è stato nei secoli. La tecnologia a supporto della diagnosi e cura è fondamentale, ma è bello pensare che nella visita medica rimanga anche un po’ di spazio per l’espressione reciproca di esperienze e riflessioni.
La medicina narrativa diventa così un ponte, un meccanismo importante per esplorare il pianeta altrui così pieno di realtà, ma anche di simbolismi più o meno criptici. Uno strumento comunicativo che ci consente anche di comprendere la differenza tra malattia intesa come patologia e malattia intesa come aspetto psicosociale del vivere.

«Il contesto in cui si applica la medicina narrativa – ricorda ancora lo stesso Bert – non è forse tale da farci “godere la vita”, ma l’uso strategico della narrazione può spesso renderla più accettabile… La narrazione è uno strumento prezioso per il medico, ma ha le sue regole, le sue indicazioni, i suoi rischi. Il suo uso va appreso con rigore e la sua applicazione deve essere guidata dalla ragione e dall’etica, come nel caso di ogni altro atto medico».
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