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La realtà aumentata svela il mistero del “Ritratto di signora” di Klimt

L’opera, esposta alla Galleria Ricci Oddi di Piacenza, può essere ora approfondita dai visitatori grazie al filtro Instagram realizzato dall’azienda Uqido per Ca’ Foscari

Tanti sono i misteri che ruotano attorno al dipinto “Ritratto di signora” olio su tela di Gustav Klimt, custodito alla Galleria Ricci Oddi di Piacenza (leggi qui), e di cui oggi in parte si possono svelare i segreti che nasconde attraverso le immagini in realtà aumentata realizzate dall’azienda Uqido, incaricata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia in occasione del progetto con Science Gallery Venice. Il dipinto diventò celebre per il furto che lo vide protagonista nel 1997 e che lo fece balzare alle cronache di tutto il mondo. Ancora del tutto misteriose sono le circostanze che portarono al suo trafugamento e tanto più quelle del ritorno a casa. Il mistero, infatti, si infittisce ancora di più quando il dipinto nel dicembre 2019 venne magicamente ritrovato durante i lavori di pulizia proprio in un intercapedine chiuso da uno sportello nel giardino del museo, aprendo una serie di domande: Chi lo ha messo lì? Per quanto è rimasto in quel posto?

Courtesy Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza
Due opere in una

Il dipinto inoltre, realizzato tra il 1916-17, porta con sé un altro mistero che viene svelato in mostra ai visitatori proprio grazie alla realtà aumentata, attraverso un filtro Instagram. Sotto il dipinto “Ritratto di signora” in realtà si cela un’altra opera, ovvero “Ritratto di ragazza con cappello” che Klimt realizzò verosimilmente nel 1910: opera che si considerava dispersa e di cui restava traccia solo in un fotografia d’epoca riprodotta in un volume dei Classici dell’Arte Rizzoli. La scoperta avvenne grazie all’intuizione della studentessa diciannovenne Claudia Maga, che per prima mise in relazione i due dipinti, notandone l’estrema somiglianza in particolare nei tratti dei volti. Subito la galleria avvia una prima indagine radiologica all’Ospedale Civile di Piacenza che conferma la presenza di un lavoro precedente sottostante. Il prezioso dipinto, acquistato dal collezionista Giuseppe Ricci Oddi nel 1925 dal milanese Luigi Scopinich, su intermediazione dell’architetto Giulio Ulisse Arata, venne subito affidato alle cure della ditta “Il Cenacolo” di Roma, che eseguì indagini tecniche radiologiche, riflettografiche, a raggi infrarossi e ultravioletti. È così che venne svelato un segreto taciuto per oltre 80 anni e mai carpito da storici dell’arte o esperti del massimo interprete della Secessione viennese.

Courtesy Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza
Una visione inedita

Ora grazie alla realtà aumentata ai visitatori del museo viene restituita l’immagine sottostante in modo inedito. Inquadrando con il cellulare un Qr code posto vicino all’opera, i visitatori accedono automaticamente alla fotocamera di Instagram dove compare il filtro, pronto per essere utilizzato. Puntando successivamente lo smartphone sull’opera possono vedere sullo schermo comparire la realizzazione sottostante allo strato pittorico. Una soluzione dinamica e coinvolgente che evidenzia i cambiamenti che la figura ha subito nella rielaborazione dell’opera attuata da Klimt: prima fra tutti la cancellazione del grande cappello che un tempo sormontava la testa della ragazza, coprendone un orecchio, ora in parte camuffato nello sfondo e inglobato nell’acconciatura che raccoglie i capelli all’indietro, compresa l’eliminazione della voluminosa sciarpa sostituita da un più semplice scialle. Una storia, quella del quadro, che ora racconta come quello di Klimt fu uno di più grandi ripensamenti pittorici della storia dell’arte.

La realtà aumentata

«La tecnologia si basa sul riconoscimento di un marker visivo: il filtro riconosce l’immagine sul dipinto e stimola una reazione, un racconto per immagini» spiega Gianpaolo Greco, direttore creativo del progetto per Uqido, azienda che, oltre a questo progetto pionieristico per il museo, ha sviluppato molti altri effetti in realtà aumentata, ad esempio per Dolomiti Superski, ma in particolare inerenti al cambiamento climatico, come quelli realizzati per la mostra Acqua Granda a Venezia o quella permanente esposta al Forte dei Bard in Valle D’Aosta che tratta la memoria dei ghiacciai. La realtà aumentata utilizza una tecnologia che traccia un’immagine e la “aumenta”, ossia aggiunge a qualcosa di reale (il dipinto) degli elementi virtuali (le riproduzioni 3D animate). In breve: il dipinto e la sua scansione a infrarossi vengono trasformati in oggetti 3D fedeli agli originali. Su di essi si selezionano e implementano una serie di animazioni, che determinano come si comporterà il filtro ricevendo determinati stimoli: «In questo caso, l’animazione principale è composta dalla scansione del dipinto e dalla successiva apparizione dell’opera perduta». Tale animazione si attiva quando l’utente apre il filtro e inquadra il dipinto: «Una soluzione, questa, che porta molti benefici alla visita museale, permettendo al visitatore di partecipare in modo attivo». Il filtro, realizzato in meno di un mese dall’azienda nel 2020, dopo la riapertura del museo a seguito del Covid è stato accolto positivamente dai visitatori, tanto che nel primo anno ha superato le 100 mila visualizzazioni. Un dato che rivela un grande interesse verso soluzioni tecnologiche applicate al settore artistico e che sottolinea l’efficacia della realtà aumentata per scopi di comunicazione. Duplice infatti è l’obiettivo: «Da un lato meravigliare l’utente con una tecnologia nuova e coinvolgente, dall’altro incoraggiare il pubblico a recarsi fisicamente al museo, per utilizzare il filtro sull’opera originale».

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