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La riflessione sul corpo di Mazzi, tra argento e vetro di Murano

Cinque sculture dell’artista Elena Mazzi hanno trovato casa al museo di Ca’ Pesaro. Un piacevole ritorno a Venezia per l’artista che ha studiato allo IUAV
Con l’ingresso di Becoming with and unbecoming with nella collezione permanente di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, il lavoro di Elena Mazzi trova una nuova collocazione pubblica all’interno di un museo con cui l’artista intrattiene un rapporto biografico, formativo e simbolico. La serie, realizzata nel 2023 e composta da cinque sculture in argento e vetro di Murano, è stata acquisita grazie al PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito del finanziamento ottenuto dalla Fondazione Musei Civici di Venezia. Presentata al primo piano dell’edificio, all’interno della collezione permanente, «l’opera rafforza il ruolo di Ca’ Pesaro come luogo di conservazione e insieme di attivazione del contemporaneo: non soltanto spazio espositivo, ma istituzione capace di incrementare il patrimonio pubblico con lavori che interrogano temi centrali del presente» afferma Elisabetta Barisoni, dirigente Area Musei Ca’ Pesaro. Nel caso di Mazzi, il nucleo acquisito si concentra sul rapporto tra corpo, paesaggio e materia, mettendo in dialogo la vulnerabilità dell’esperienza individuale con una riflessione più ampia sugli equilibri tra essere umano e ambiente. L’acquisizione rappresenta anche un ritorno: «Ho studiato a Venezia, presso lo IUAV, quindi conosco profondamente, e da tempo, Ca’ Pesaro. Per me è importante essere qui: da ex studentessa, poter tornare nella città lagunare e dialogare con i suoi musei è qualcosa di fondamentale e necessario per la mia crescita espressiva» racconta l’artista.

 

Dal trauma del corpo a una nuova sintonia con il paesaggio

La serie nasce da un evento traumatico: un incidente in mare, avvenuto durante un tuffo da uno scoglio, che ha provocato all’artista la frattura di alcune vertebre e un successivo intervento chirurgico con l’inserimento di protesi nella colonna vertebrale. «Le opere di Becoming with and unbecoming with, che fanno parte di una serie più ampia di sculture, sono una riflessione sul corpo come struttura fragile, attraversata da processi di riparazione, adattamento e trasformazione. Il metallo, in questo caso l’argento, e il vetro si legano per restituire un’idea di trasformazione. L’incontro tra questi due elementi racconta la chiave di questo nuovo equilibrio del corpo, un equilibrio che ho cercato di trovare in seguito all’operazione chirurgica che ho subìto». L’opera non si limita però a tradurre un vissuto personale in forma scultorea. Piuttosto, parte da quella frattura per interrogare una crepa ancora più ampia: quella tra uomo e natura. L’ispirazione si manifesta come un’epifania in Islanda: per ritrovare una sintonia tra corpo e paesaggio, l’artista ha scelto di compiere una residenza in un piccolo fiordo islandese abitato da circa duecento persone, un luogo in cui la presenza umana appare ridotta al minimo e l’ambiente naturale conserva una forza quasi preistorica. Il titolo stesso, Becoming with and unbecoming with, allude a un divenire insieme e a un disfare insieme: un processo di perdita, trasformazione e ricomposizione. Le sculture condensano così un viaggio interiore e fisico, in cui la vulnerabilità del corpo umano trova corrispondenze inattese nelle tracce animali.

 

Vertebre di cetacei, argento e vetro: una grammatica della trasformazione

Le parti in metallo che compongono le sculture riproducono vertebre di cetacei, foche o balene: «Ho iniziato a raccogliere queste ossa, che trovavo regolarmente arenate sulle spiagge islandesi – ricorda l’artista –. Una volta tornata a casa, ho cominciato a pensare a come potessero farsi racconto di questo mio viaggio interiore, e del legame con la natura. In Islanda mi sono accorta di quanto sia estremamente viscerale questo rapporto con l’ambiente: gli islandesi stessi raccolgono le vertebre arenate e le trasformano in piccole architetture quotidiane con le quali poi adornano le loro case: diventano fioriere e strutture di decorazione domestica». Questa presenza dei resti animali nel tessuto della vita ordinaria ha colpito Mazzi perché si oppone alla rimozione a cui molte società contemporanee hanno abituato lo sguardo: carcasse, scheletri e tracce della morte animale sono generalmente sottratti alla vista, separati dall’idea di paesaggio e neutralizzati. L’artista invece ha percepito un rapporto più diretto con la natura, una natura che può essere anche schiacciante e che non viene ridotta a immagine pacificata. «Quello che vorrei trasmettere attraverso le mie opere è un invito a ristabilire un legame che si sta perdendo sempre di più col mondo naturale e animale». Al metallo si affianca poi il vetro di Murano, luogo dove per diversi anni l’artista ha vissuto e ha avviato delle collaborazioni con aziende e maestranze locali per la realizzazione di diversi suoi progetti: una grammatica materiale fondata sulla tensione. Il vetro conserva memoria dell’acqua e del fuoco, il metallo, invece, evoca riparazione, supporto, innesto. In questo modo la serie tiene insieme la materia organica del reperto, la memoria chirurgica del corpo e il sapere artigianale veneziano, facendo della scultura un luogo di transito tra esperienza, tecnica e paesaggio.

 

Un ponte tra ecosistemi e responsabilità

In Becoming with and unbecoming with la dimensione autobiografica diventa il punto di avvio per una riflessione più estesa sul modo in cui il corpo umano si misura con i tempi, le tracce e le trasformazioni del vivente. Il progetto nasce infatti dalla volontà di recuperare un equilibrio perduto tra il bioritmo dell’uomo e il naturale andamento del regno animale e vegetale, immaginando una forma di ascolto capace di oltrepassare la separazione, spesso artificiale, tra natura e cultura. In Islanda, Mazzi incontra un paesaggio in cui i resti dei cetacei non vengono immediatamente rimossi o nascosti: le ossa possono galleggiare per mesi sulle acque prima di arrivare a riva, divenendo parte di un ciclo visibile, condiviso, quasi ordinario. Questo aspetto introduce nel lavoro una riflessione sulla permanenza della morte nel paesaggio e sulla possibilità di guardare ai resti animali non come a elementi perturbanti da cancellare, ma come a presenze capaci di raccontare storie, provenienze, traiettorie. La metodologia di Mazzi, vicina all’antropologia, privilegia un approccio olistico e nasce dall’osservazione, per poi combinare saperi diversi e tentare di ricucire fratture in atto nella società. In questa cornice si inserisce anche Becoming with and unbecoming with, opera che porta nella collezione di Ca’ Pesaro una sintesi particolarmente intensa della sua ricerca: il paesaggio come archivio vivente, il corpo come luogo di vulnerabilità, la materia come strumento di conoscenza e relazione.

 

L’artista

Elena Mazzi, nata a Reggio Emilia nel 1984, ha studiato presso l’Università di Siena e lo IUAV di Venezia, ha trascorso un periodo di formazione al Royal Institute of Art, Konsthögskolan, di Stoccolma, e sta attualmente conseguendo un dottorato di ricerca presso Villa Arson a Nizza. Il suo percorso si è definito attraverso un’indagine costante sui territori specifici e sulle comunità che li abitano: nelle sue opere l’artista rilegge il patrimonio culturale e naturale dei luoghi intrecciando storie, fatti e fantasie trasmesse localmente, con l’obiettivo di suggerire possibili risoluzioni del conflitto tra uomo, natura e cultura. I suoi lavori sono stati esposti in numerose mostre personali e collettive in istituzioni di rilievo, tra cui Luleåbiennalen, PAV – Parco Arte Vivente a Torino, der TANK a Basilea, BIENNALSUR, MADRE a Napoli, Ar/ge Kunst a Bolzano, Södertälje Konsthall a Stoccolma, Whitechapel Gallery a Londra, BOZAR a Bruxelles, Museo del Novecento di Firenze, MAGA di Gallarate, GAMeC a Bergamo, MAMbo a Bologna, Sonje Art Center di Seoul, Palazzo Fortuny a Venezia, Fondazione Golinelli a Bologna, la 16a Quadriennale di Roma, GAM di Torino, la 14a Biennale di Istanbul, Fondazione Bevilacqua La Masa, la 17a Biennale del Mediterraneo BJCEM, COP17 di Durban e gli Istituti Italiani di Cultura di New York, Bruxelles, Stoccolma, Johannesburg e Cape Town. Il suo ritorno a Venezia attraverso Ca’ Pesaro assume quindi il valore di una tappa pubblica e istituzionale in un percorso già profondamente legato alla città, alla sua formazione e alle sue maestranze.

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