

Venezia all’interno delle chiese e dei palazzi, ma anche nelle calli e nei campi, è abitata da centinaia di animali, reali e fantastici. A svelarlo è il medievalista Stefano Riccioni nel suo ultimo lavoro “Il bestiario medievale di Venezia”, edito da Carocci, in cui in ogni capitolo tratta una creatura diversa e il suo valore simbolico. «Solo nella Basilica di San Marco ci sono più di cento animali, mentre in tutta la città ce ne sono oltre 400, che però spesso si ripetono» spiega Riccioni, che dal 2011 al 2024 ha insegnato Storia dell’arte medievale all’Università di Ca’ Foscari ed oggi è professore all’Università di Pisa. Il saggio è frutto di una lunga ricerca, diventata prima un corso universitario proposto alla magistrale dell’ateneo veneziano, che poi ha coinvolto anche diversi studenti nell’elaborare itinerari per creare una guida atipica della città, per scoprire i posti nascosti e uscire dai soliti percorsi, andando giocosamente a caccia di animali . «Insieme agli studenti universitari avevamo coinvolto anche un centinaio di studenti della scuola Dante Alighieri. Un progetto di terza missione utile per far conoscere ad un pubblico più ampio la ricerca, confluita poi nel volume “Itinerari del bestiario Veneziano”, edito dalla Cafoscarina, di cui una parte si può visionare online sul sito di Ca’ Foscari. Una ricerca complessa, quella compiuta da Riccioni, da cui si evince che gli animali che popolano la laguna sono prevalentemente dei volatili: aquile, pavoni, falchi e sparvieri, ma non solo. «Tutte queste creature all’inizio abitano all’interno delle chiese, fin dal tappeto musivo del monastero di Sant’Ilario, la prima capella palatina dei Partecipazi, i primi dogi di Venezia, edificata in terraferma nella frazione di Dogaletto di Mira: «Questo conteneva un bestiario ricchissimo di animali fantastici con le ali, che avevano una funzione funeraria. – spiega il professore – Quando i Partecipazi nel IX secolo, con l’arrivo nell’828 delle spoglie di San Marco, si trasferiscono a Venezia, soppiantano il culto di San Teodoro, il primo patrono della città, e incominciano a costruire San Marco, dando il via alla Venezia dei rivoaltensis».

Quando poi nell’XI secolo viene costruita la grande Basilica di San Marco dei Contarini i temi celebrano la cristianità e illustrano il conflitto tra il bene e il male. «Ci sono tante aquile, simbolo di Cristo, che combattono la lepre, simbolo della lussuria. Oppure c’è il pavone che si abbevera al cantaro, simbolo del fedele che si abbevera alla fede, ma anche tanti uccelli che sono simbolo dell’anelito del fedele verso l’immortalità e verso Dio». Quando questi temi entrano nell’XI secolo a Venezia fanno in qualche modo da modelli e dal XII secolo in poi escono dalle mura delle chiese. Venezia viene così costellata da queste figure, realizzate con una produzione seriale, che non hanno però più un significato religioso ma che inizialmente servono da monito per il bene e il male, fino ad assumere una funzione apotropaica di allontanamento del maligno: «Dal tappeto musivo gli animali finiscono per abitare la città nelle patere, piatti usati per le libagioni che diventano delle sculture in bassorilievo che si trovano in luoghi come La Casa dei Polo e riprendono proprio temi come il combattimento tra l’aquila e la lepre e l’aquila e il serpente. Ci sono anche combattimenti curiosi tra il grifone e l’onagro e il grifone e l’elefante. Quest’ultimo in particolare non si trova solo nelle balaustre della Basilica di San Marco ma in alcune patere di Palazzo Van Axel e ha un significato complesso. Mentre il grifone, immagine di Cristo, ha un’interpretazione positiva, l’elefante in questo caso è visto negativamente come novello Adamo: «È un caso abbastanza pericolare perché l’elefante di solito è un animale positivo, non negativo. – spiega Riccioni, dicendo però che l’elefante può avere una duplice lettura – Tutte le creature tendenzialmente hanno un’interpretazione molto scivolosa e possono essere sia positive che negative, tranne alcune come il pavone che è sempre positivo. Il leone ad esempio una volta è simbolo di Cristo, un’altra simbolo della natura maligna che sovrasta l’uomo, dipende dai contesti. Nella parete del tesori a San Marco, sopra l’accesso alla Porta della Carta, che una volta era in prossimità del tribunale, il leone è positivo ed è simbolo della giustizia».

Tra le creature fantastiche riprese dai manoscritti dei bestiari medievali, che interpretavano la natura in funzione di Dio, a Venezia compare il drago, come quello grande del 1300 in Corte del Rosario o quelli affrontati in Corte del Million: «Il drago è da sempre figura panica che può volare, ma è anche anfibio e diventa immagine infernale con l’alito mefitico. – spiega Riccioni – Nemica del drago è l’idra, simbolo di Cristo, che lo combatte e si fa inghiottire per penetrargli nello stomaco e poi uscirgli dalle viscere. I bestiari sono peni di queste illustrazioni, come quella del drago che combatte l’elefante che difende la compagna con i cuccioli». Altro drago è quello ai piedi di San Teodoro nella colonna in piazzetta San Marco: «Quello però tecnicamente non è un drago perché non ha le ali, ma è una specie di coccodrillo con il muso da cane con le orecchie rivolte all’indietro. – precisa Riccioni – Ho giustificato la somiglianza con il coccodrillo basandomi sul bestiario di Isidoro di Siviglia che lo descrive come immagine del male, figura ingannatrice e maligna. L’uomo medievale interpreta infatti il mondo in termini religiosi, prendendo le descrizioni dagli antichi e moralizzandole per insegnare all’uomo quali sono i buoni e i cattivi comportamenti».

In Calle de le Strazze, invece, sempre scolpita su una patera, è rappresentata una sirena molto particolare, una sorta di ibrido con due zampe che ha un pesce in mano, probabilmente simbolo dell’anima da lei catturata: «Le sirene in antichità, come dice anche Omero, non erano pesci ma uccelli. Erano le anime dei morti a cui non era stata data sepoltura che si vendicavano sui vivi. Durante il medioevo però perdono la connotazione originaria e diventano dei pesci. La sirena è da sempre vista come marina puella, fanciulla ingannatrice che seduce e inganna l’uomo e che durante il medioevo assume la dimensione cristiana di caratura demoniaca associata alla lussuria». Altre sirene, in particolare con due code, sono a Ca’ da Mura a Murano. Ma i bestiari prendono ispirazione anche dalle favole di Esopo, che in realtà sono di Fedro, come quella della volpe e la gru: «Circolava a Venezia la traduzione in dialetto di classici collegati al clima commerciale e culturale della città. Un altorilievo del XIV secolo nel Campiello dei Guardiani ritrae la storia della volpe che incita la gru a mangiare da un piatto e poi della gru che invita la volpe a mangiare in un vaso stretto, questo per dire che non bisogna fare torti se non se ne vogliono ricevere». Nei pavimenti musivi della Basilica di S. Marco e di SS. Maria e Donato a Murano è invece rappresentato il funerale della volpe che, ingannatrice, si finge morta per farsi portare dentro il pollaio e mangiarsi tutti i polli: «Una realizzazione duecentesca le cui fonti letterarie però sembrano essere più tarde, non possiamo quindi escludere che esistessero versioni precedenti».

Nel bestiario Riccioni ha anche fatto nuove scoperte e interpretazioni, come nel caso della manticora, creatura cattiva di origine indiana con la testa umana, il corpo da felino e la coda che termina con pungiglione da scorpione. «Punge l’uomo, lo paralizza e poi lo divora. Infatti ha tre file di denti ed è ritratta con fauci insanguinate». Questa è presente nello zoccolo del bestiario sotto la parete del tesoro in Basilica a San Marco, mentre un’altra è stata identificata per la prima volta dal professore in quello che doveva essere un fregio scolpito nei depositi del Museo della Ca’ d’Oro. Tra i vari animali che poi sembrano dei draghi, Ricconi ha in realtà identificato il senmurv: « In realtà non è un drago ma una creatura mezzo cane e mezzo uccello. Alcuni studi hanno rivelato che il senmurv è collegato alla dinastia persiana dei Sasanidi, risalente a prima dell’avvento dei musulmani, che poi acquisirono creature che, una volta passate sotto l’impero bizantino, arrivarono in Occidente» dice, spiegando che è così che è avvenuta la migrazione dei temi che oggi si trovano anche nel mosaico della Basilica di San Marco». «Il monito morale che esprimono questi animali è universale ed eterno, bisognerebbe tornare al loro significato simbolico perché sono portatori di messaggi ancora attuali». Un lavoro che per il professore originario di Roma è durato anni ed è stato pensato come un omaggio a Venezia: « È una città che entra dentro dal punto di vista spirituale, è il luogo della mia anima, qualcosa da cui non penso di riuscire mai a separarmi. A Venezia continuo ad avere casa e tornare quando posso. Sono innamorato della città, questi libri sono un atto d’amore nei suoi confronti. – e dice – Ho voluto restituire un po’ di questa bellezza che la città mi ha regalato cercando di farla conoscere per altre vie e altri percorsi senza essere parte del meccanismo turistico asfissiante e impoverente dove tutti guardano sempre le stesse cose. – e conclude – Fermarsi e cercare le creature diventa quasi un gioco. L’elemento ludico è funzionale alla didattica perché se non ti incuriosisci non impari, e io ho voluto alimentare questa componente».
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