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La visione sentimentale di Barbaro per i luoghi d’Oriente

Al Laurentianum a Mestre, attraverso una cinquantina di opere, è esposta la parabola artistica del pittore veneziano che seppe leggere l’Oriente nel profondo

Seppe cogliere l’anima intima e poetica dell’Oriente come pochi altri pittori lagunari prima di lui. Ha inaugurato lo scorso 8 maggio al Laurentianum a Mestre la mostra “Saverio Barbaro (1924-2020). Il viaggio”, a cura dello storico dell’arte Marco Dolfin, che è anche direttore artistico della Fondazione Saverio Barbaro, presieduta da Roberto Bertuzzi, che ha organizzato la mostra, in collaborazione con l’Associazione Culturale Paolo Rizzi, il Duomo di Mestre e il patrocinio del Comune di Venezia. L’esposizione, che resterà aperta fino a domenica 24 maggio, riunisce una cinquantina di opere, per la maggior parte provenienti dal patrimonio della Fondazione Saverio Barbaro, tra cui una decina di prestiti da collezioni private, invitando a rileggere l’opera del maestro veneziano attraverso uno dei nuclei più profondi e rivelatori della sua ricerca: il viaggio. Dopo le varie iniziative promosse nel 2024 in occasione del centenario della nascita del maestro, la nuova mostra prosegue il lavoro di studio e valorizzazione dedicato all’artista, scegliendo di concentrarsi su un tema che attraversa in modo costante la sua vicenda pittorica. Per Saverio Barbaro, infatti, il viaggio rappresenta uno strumento di conoscenza, un’apertura verso nuovi paesaggi, nuove architetture, nuove civiltà e una possibilità di trasformazione interiore.

Gli esordi in laguna

Il percorso espositivo diviso in sezioni segue l’ampliarsi progressivo del suo sguardo: inizia con il periodo “Partenza  a Venezia” che racconta gli esordi legati a Venezia e alla laguna, dove già affiora una tensione a superare il dato immediato del paesaggio. La mostra si apre con un’opera che è stata esposta anche alla Fondazione Bevilacqua La Masa: una “Chiesa di San Marco” del ’49, in cui la visione della chiesa con marmi e decori apre all’Oriente, che presto diventerà il tema prediletto del pittore veneziano. Barbaro esordì infatti nel 1948 proprio alla Bevilacqua, dove poi nel 1950 tenne la sua prima personale presentata da Guido Perocco, e nel 1966 venne nuovamente invitato per una personale. Invitato alla XXVIII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1956, ottenne invece il premio della Presidenza della Biennale. Esposti in mostra compaiono quadri particolari e rari di fine anni ’40 che ritraggono la laguna, come l’opera “Casa a Burano” del ’49 che presenta tinte viola e rosa e in cui si vede l’influsso della Scuola di Burano, in particolare di Gino Rossi.

Parigi, la chiave di volta del percorso artistico di Barbaro

La seconda sezione, allestita nella sala più piccola, è dedicata agli anni parigini e ai soggiorni in Bretagna e Olanda: «Barbaro dal ‘52 al ‘53 ottiene una borsa di studio del Governo Francese per le Beaux Arts che gli permette di andare a studiare a Parigi, avvicinandosi alla pittura di Matisse e Soutine. «Di questo periodo significativo è il dipinto in cui ritrae il “Moulin de la Galette”, oltre che una serie di acqueforti dedicate alla città. – spiega il curatore Dolfin – L’opera scelta per il manifesto della mostra è un dipinto recentemente emerso da una collezione privata di Stoccarda, passato poi nel mercato antiquario in Germania, e comprato da un collezionista veneziano. Questo raffigura la Tour Eiffel e la Senna: è particolare perché le testimonianze parigine rimaste di Barbaro tra i collezionisti privati non sono molte, e questa mostra è un’occasione per mostrarle, mentre le opere già note sono della Fondazione». Arrivato a Parigi, Barbaro poi rimarrà in Francia fino agli anni ’60, facendo molti viaggi spostandosi nel Nord della Francia, in particolare in Bretagna, ma anche in Svizzera, Germania, Belgio e Olanda, tappe che alternate a ritorni a Venezia gli servono per approfondire la pittura nordica e l’espressionismo, segnando in modo decisivo la sua maturazione artistica. In Bretagna realizza una serie di dipinti, tra cui le due vedute del ’54 “Mattino a Douarnenez” e “Port Rhou a Douarnenez” connotate per la raffigurazione di luoghi silenziosi, anche queste emerse di recente nel mercato antiquario, messe all’asta e ora appartenenti a collezioni private italiane. La parte dedicata all’Olanda inoltre si concentra sulla testimonianza dei mulini a vento con i loro colori tipici che si stagliano in cieli azzurri chiari: «In questi si nota l’influsso della tradizione coloristica e di Van Ghogh» sottolinea Dolfin.

Il linguaggio muta

Barbaro successivamente raggiungerà la Spagna e tra la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 vedrà un mutamento di linguaggio. I paesaggi che dipinge a Toledo preludono quelli del Nord Africa, brulli e arsi con abitazioni e architetture sintetizzate alla Cezanne che diventano protagoniste della veduta. Fino all’ultima grande sezione di fine anni ’60, in cui la tematica Nord Africana e Nord Orientale diventa protagonista con i viaggi in Marocco, Tunisia, Turchia e Algeria, in cui Barbaro racconta con impegno etico ed estetico aspetti della cultura arabo-islamica, che diventeranno centrali nella sua tematica pittorica. «In questi luoghi scopre nuovi colori, nuovi paesaggi e motivi architettonici, come gli archi moreschi e i colori del viola e del lilla che diventano i più identificativi. Palme, muli, case berbere e paesaggi desertici diventano i soggetti prediletti della sua pittura. La mostra, che su questa tematica presenta una quindicina di dipinti, chiude con uno degli ultimi quadri realizzati: «La mostra è particolare perché si possono vedere le prime opere realizzate da Barbaro, fino a forse all’ultima opera realizzata dal pittore nel 2020 quando 96enne, chiuso nella sua villa a Montorio (Verona) durante la pandemia, dipinge una finestra bianca “Primavera a Chefchaouen”, in cui ancora pensa al mondo d’Oriente che gli rimane impresso. Nonostante la tavolozza si schiarisca tanto, la luce però si fa più accesa, come un ultimo addio, e la finestra diventa una sorta di soglia».

Barbaro colse l’essenza dell'Oriente

Nel ‘900 quasi tutti i pittori veneziani rimanevano a Venezia, eccetto qualcuno che ha potuto andare a Parigi. Barbaro è riuscito a distinguersi perché ha viaggiato tanto e i viaggi intrapresi hanno influito sulla pittura e su quello che raffigurava. «La sezione dedicata a Venezia infatti ha solo esordi. L’influsso della Scuola di Burano durò poco, Barbaro guardò ad altri modelli e dipinse altri mondi. – spiega Dolfin – A differenza però dei pittori di viaggio ‘800eschi, che cercavano di documentare le parti più pittoresche e esotiche come testimonianza visiva di un mondo nuovo da scoprire, Barbaro invece è più sentimentale, cerca di cogliere l’interiorità e l’essenza dei luoghi che vede in Oriente» conclude Dolfin, dicendo che il maestro cerca una rivelazione interiore, una misura poetica capace di trasformare l’esperienza del mondo in visione. «Coglie ad esempio la poesia in dettagli che per altri sono insignificanti, come l’interno spoglio di una casa berbera». L’esposizione è aperta, ad ingresso gratuito, dal lunedì al giovedì dalle 16 alle 19 e dal venerdì, alla domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.

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