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L’archivio del regista de Bosio è arrivato alla Fondazione Cini

L’incontro per la donazione ufficiale dell’archivio è stato occasione per raccontare, attraverso varie testimonianze, il profilo lavorativo e umano del regista

Era un instancabile, sprizzava sempre energia a qualsiasi ora del giorno e della notte, inoltre la sua bravura si doveva ad un attento studio del testo. Questo era Gianfranco de Bosio (Verona, 1924 – Milano, 2022), regista di prosa e lirica teatrali, ma anche di cinema e televisione del ‘900, oltre che scrittore e sceneggiatore di grande prestigio, il cui archivio, che documenta la lunga e ricca carriera, in occasione del centenario dalla nascita, mercoledì 8 è stato affidato alle cure dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, di cui è direttrice Maria Ida Biggi. La decisione di donare l’archivio alla Fondazione fu presa da de Bosio e da sua moglie nel 2021 durante la donazione dell’archivio della scenografa e costumista Santuzza Calì (Pulfero, 1934). Una scelta che il figlio Stefano ha deciso di portare a compimento. «Sono felice di rispettare le loro volontà» ha detto. L’archivio di de Bosio si va ad aggiungere a quelli di tanti altri artisti con cui il regista aveva collaborato, oggi custoditi dalla Fondazione Cini, tra cui quelli del regista e drammaturgo Luigi Squarzina, del regista Giovanni Poli e dello scenografo Mischa Scandella. «Questa è la prima di tante iniziative in occasione dei cento anni dalla nascita di de Bosio» ha spiegato Biggi, ricordando il fitto programma del Comitato nazionale del centenario, di cui è presidente, che nel giro di tre anni celebrerà il maestro con convegni, borse di studio, pubblicazioni, audiovisivi e spettacoli, tra cui la rappresentazione dell’Aida all’Arena di Verona con allestimento del 1913.

La carriera: un lavoro di ricerca e riscoperta

Tanti furono gli autori da lui riportati in auge: «Fece un grande lavoro di ricerca nella riscoperta di autori italiani e stranieri, da Ruzante a Goldoni, da Testori a Betti, da Brecht, che portò in scena per primo in Italia nel dopoguerra, a Shaw, Strindberg, Gorkij e Sartre. – ricorda Biggi – De Bosio è stato all’avanguardia nella creazione del Teatro universitario di Padova e, più tardi, nella gestione del Teatro Stabile di Torino di cui ha plasmato davvero l’identità negli anni ’50 e ’60. Il legame con il mondo culturale veneto poi è sempre stato intenso e fertile, come dimostra la sua lunga direzione dell’Ente Lirico di Verona, per ben due mandati». Interessante e originale anche il lavoro di de Bosio per il grande e piccolo schermo: «Lo testimonia in particolare il film “Il terrorista” del 1963, scritto con Luigi Squarzina, presentato al Festival del Cinema di Venezia e considerato un classico sulla Resistenza, a cui lui tra l’altro prese parte attiva. – sottolinea Biggi – Un film che è stato recentemente restaurato e presentato a febbraio al Cinema Rossini di Venezia, per iniziativa della Biennale».

L’intero corpus

L’archivio de Bosio si compone di una grande quantità di materiali: note di regia e appunti, copioni e sceneggiature, rassegne stampa, bozzetti di scena e figurini per costumi. Tutti documenti che in sette anni sono stati ordinati e catalogati dalla studiosa Maria Rita Simone, che ha lavorato personalmente sull’archivio, a stretto contatto con il regista. Tutta la documentazione è stata suddivisa per ambiti di appartenenza quali: regie di prosa, regie liriche, regie cinematografiche e progetti televisivi, per poi essere riordinata in faldoni specifici relativi ai titoli di repertorio. «Il suo archivio era conservato nel suo studio che aveva quattro armadi e al centro un grande tavolo dove erano disposti tutti i documenti. – spiega la studiosa – Il materiale raccolto nel corso della sua lunga vita testimonia l’intera carriera, dalle prime esperienze di regie teatrali a partire dagli anni ‘40, fino agli ultimi anni di direzione artistica di eventi culturali, costituendosi come uno strumento di rilevante importanza per l’approfondimento della sua lunga biografia artistica».

Le testimonianze

Durante l’incontro diversi sono coloro che hanno portato un ricordo del regista e amico «Un lavoratore infaticabile, con un vivace senso dell’umorismo. – lo ha definito il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pizzi, che ha ricordato il loro primo incontro – Ci siamo conosciuti nel 1951, l’anno del mio debutto, e da subito è nata una grande intesa. – e rammenta – Mi ha sempre insegnato che il teatro si fa senza prendersi troppo sul serio». La costumista Nanà Cecchi ha invece ricordato de Bosio attraverso il lavoro svolto gomito a gomito nel 2010 per una nuova produzione del “Don Giovanni” all’Opera di Budapest: «Un giorno, dopo l’improvviso cambio nell’organico della direzione artistica del teatro, il direttore d’orchestra mi disse che abbandonava a pochi giorni dalla prima, lasciandomi l’incarico di dirlo a de Bosio. Mi immaginai la sua reazione come un uragano, invece, come un capitano che non teme tempesta, incassò il colpo e si mise subito alla ricerca di un sostituto. – e continua – Di lui mi è rimasto il suo amore per il testo e la sua viscerale e modernissima capacità di comprenderlo come un archeologo». Carmelo Alberti, docente di Teoria e Storia del teatro e dello spettacolo all’Università Ca’ Foscari, ha invece ricordato il metodo de Bosio: «Quello straordinario intreccio di grande umanità, tessitore instancabile di relazioni umane e rigoroso intellettuale impegnato. Attorno a questo suo “metodo” ha saputo costruire comunità. Durante le prove, quando erano tutti stanchi, lui invece chiedeva di provare di nuovo». Infine, di Gianfranco de Bosio resta «l’idea di un teatro come movimento. – ha ricordato Susanna Egri, coreografa che da poco ha festeggiato i novantotto anni, nonché sua cognata – L’ho incontrato al Teatro Stabile di Torino a metà degli anni ‘50, dove già lavoravo, in un’epoca in cui la danza non era vissuta come arte. Lui invece ci ha creduto e mi ha permesso di esprimermi».

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