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L’archivio nell’Archivio di Dayanita Singh

Fino al 31 luglio la mostra fotografica dell’artista indiana allesita all’Archivio di Stato di Venezia racconta gli archivi come luoghi generativi

L’archivio personale da una parte e l’archivio storico dall’altra si intersecano e uniscono per diventare una cosa sola. Si può riassumere così la mostra di Dayanita Singh, artista indiana nata a New Delhi nel 1961, dal titolo “ARCHIVIO”, aperta in concomitanza con la Biennale d’Arte fino al 31 luglio all’Archivio di Stato di Venezia, con ingresso libero da Rio Terà San Tomà dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 18. È la prima volta che l’Archivio di Stato di Venezia apre al pubblico come sede espositiva dando gli spazi ad un artista e lo fa con una mostra che mette al centro la storia degli archivi, in primis proprio quella dell’archivio lagunare. L’artista Dayanita Singh con questa mostra intende infatti rendere un tributo sia agli archivi italiani pubblici e privati, che ha fotografato negli ultimi 10 anni, oltre a mostrare il suo archivio di immagini realizzate in Italia negli ultimi 25. La mostra presenta quindi l’intrecciarsi di due nuclei del lavoro dell’artista: il lungo impegno di Singh con gli archivi istituzionali e il suo dialogo visivo e pluridecennale con l’architettura, gli spazi interni, le opere d’arte, gli amici, gli archivisti, i fiori e altro ancora. La mostra veneziana, curata da Andrea Anastasio, è la prima tappa dell’esposizione che poi si sposterà al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al MAO-Museo d’Arte Orientale di Torino e all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi. L’esposizione gode del sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi e dall’Archivio di Stato di Venezia ed è realizzata anche con la collaborazione con le università Iuav e Ca’ Foscari.

Fotografare, ovvero catalogare

Osservando la mostra si comprende subito come l’atto di fotografare diventi una forma di catalogazione, un tentativo continuo di comprendere come la memoria viene plasmata, strutturata e conservata. Singh rivisita le immagini che ha realizzato nelle città italiane dalla fine degli anni ‘90 mettendole in dialogo con i suoi approfonditi studi sugli archivi realizzati in India e in altre città del mondo. L’esposizione mostra così l’archivio non come un magazzino statico e deposito del passato, ma come un organismo vivente in continua evoluzione. L’artista espone il suo lavoro nello spazio che l’ha ispirata attraverso una serie di totem che presentano ciascuno quattro facce in ognuna delle quali sono inserite verticalmente cinque foto in bianco e nero, perché più potenti. Singh infatti usa il colore solo quando estremante necessario. Nei totem le immagini non sono fisse e l’artista volendo può cambiare e mixare la disposizione, grazie a questo sistema flessibile che mette in luce come gli archivi si possano modificare e leggere infinite volte.L’allestimento riflette l’interesse dell’artista indiana per la risonanza poetica e filosofica del lavoro di archiviazione che si può riassumerne in tre concetti chiave: ordinare, contenere, proteggere. Al centro la convinzione dell’artista che l’archivio non è soltanto un luogo di conservazione, ma anzi uno spazio generativo capace di plasmare le storie raccontate e quelle che restano ancora da scoprire: «Gli archivi preservano il passato per il nostro futuro» sottolinea l’artista.

Dayanita Singh: «Gli archivi, il mio modo di vedere il mondo»

La fotografa ha iniziato a recarsi negli archivi italiani nel 2000: «Il primo archivio dove è iniziato tutto è stato l’Archivio Corsini a Firenze. Da quel momento questo è diventato il mio modo di entrare nelle città per conoscerle davvero. – e spiega l’artista – Questa mostra è un tributo agli archivisti d’Italia e in particolare a quelli dalla città di Venezia. Gli archivi per Singh sono luoghi del cuore e dell’anima: «Quando vado negli archivi mi sento a casa, sono diventati davvero importanti per me. Esporre il mio archivio dedicato all’Italia e in particolare alla città lagunare nell’Archivio Storico di Venezia, spazio che mi ha ispirato, è per me una grande emozione» ha detto l’artista. Di Venezia infatti Singh non solo espone le fotografie dedicate all’Archivio dei Frari ma anche dei diversi posti che in città l’hanno colpita e che ha elaborato in senso archivistico, documentando ad esempio le fornaci di Murano, la sala progetti dell’Università Iuav e le Gallerie dell’Accademia, intese come archivio d’arte. Quella di Dayanita Singh è un’idea di archivio molto ampia, infatti non tratta solo archivi storici ma anche progettuali e familiari. Per lei infatti è molto importante la componente umana: «Durante la mia esperienza italiana ho sentito l’accoglienza degli amici veneziani che mi ospitano ogni volta che vengo in città e mi fanno sentire come se fossi una di loro. Con chi vive in città vado a Rialto a comprare le verdure, è decisamente differente che stare in hotel» dice l’artista. Poi specifica: «Venezia è bellissima, molto particolare, ma il mio posto prediletto resta l’Archivio. Penso alla prima stanza, quando entrando si ha la visione delle varie sale che si aprono agli occhi degli studiosi: è la parte che preferisco».

L’idea è di aprire lo spazio anche in futuro

«La mostra è frutto di un percorso iniziato diversi decenni fa con le prime campagne fotografiche dell’artista. – spiega Andrea Erboso, direttore dell’Archivio di Stato di VeneziaIl Refettorio d’inverno, dove la mostra è stata allestita, due anni fa è stato oggetto di un restauro che ha visto sistemare la scaffalatura e riportare i documenti al loro posto con scatole a norma. Nelle foto di Singh si vedono i luoghi dove ora è allestita la mostra prima del restauro». L’artista dialoga in maniera stretta con lo spazio mettendo al centro il lavoro che gli archivisti fanno dietro le quinte: «Vediamo la vitalità e vivacità degli archivi, che non sono luoghi polverosi e di passatismo come ci si aspetta». La mostra fa emergere un mondo invisibile, attraverso i volti di chi lavora dentro l’archivio: «È importante mostrare chi lavora per preservare, valorizzare e rendere sempre fruibile questo patrimonio» dice Erboso. Poi spiega che gli archivi sono una cosa naturale: «Quando l’artista ha iniziato a fotografare ha iniziato a creare il suo archivio. Tutti noi in realtà quando svolgiamo un’attività produciamo archivi e il farsi dell’archivio è un’attività più comune di quello che sembra. Molte volte non è neanche guidata da un’intenzionalità ma dalla necessità di tenere memoria delle cose» spiega, dicendo infine che da parte della direzione c’è l’intenzione di aprire lo spazio anche per altre mostre future, sempre legate al tema dell’archivio. «Questa iniziativa è stata fatta per avvicinare il pubblico. Siamo un mondo poco conosciuto e cerchiamo di coinvolgere le persone spiegando loro cos’è il patrimonio archivistico e quali possono essere le possibilità di studio».

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