

Ci sono esperienze di vita che cambiano per sempre. Scossoni che sono come schiaffi da cui però se ne può uscire con più consapevolezza di sé. Questo è accaduto a Marianna Corona che giovedì 26 ha presentato all’Ateneo Veneto a Venezia il suo ultimo libro “Rifugi per un tempo sospeso”, edito da Rizzoli, intervenuta insieme al padre Mauro Corona, reduce anche lui dall’ultima fatica letteraria “I sentieri degli aghi di pino” (leggi qui). L’incontro, mediato da Giovanni Pelizzato, libraio della libreria La Toletta, e da Antonella Magaraggia, presidente dell’Ateneo Veneto, è stato allietato dai cinguettii del Poiana, al secolo Costante Biz, diventato famoso per le sue imitazioni degli uccelli. Il libro di Marianna Corona è costituito da piccoli racconti, che si possono leggere in modo anche non consequenziale, e da riflessioni profonde, che sembrano quasi guide spirituali, nascoste in modi e contenuti semplici, accompagnate dai disegni dettagliati creati dall’illustratrice Giulia Corsi, che colgono l’essenza di ogni racconto, dando l’idea al lettore di entrare in un bosco. I suoi libri nascono dal suo vissuto e dal rapporto che ha con la natura: «Ho sempre amato la montagna e la natura. Essendo vissuta in montagna il legame si è consolidato mentre crescevo. Avevo il mito di questa montagna forte a cui aspirare, che insegna ad andare avanti nonostante le difficoltà».

Questo fino a che, nella primavera del 2017, non è arrivata la malattia oncologica, un tumore al colon: «Da lì c’è stato uno stop forzato e una specie di oblio, come lo chiamo adesso, da cui dovevo tirarmi fuori. È iniziato il mio spaesamento, ma anche una nascosta rivoluzione interiore. – spiega – Ho iniziato a diventare essenziale, a capire al volo cosa mi facesse stare bene e cosa fosse superfluo. Ho compreso che alla fine non stiamo correndo da nessuna parte. Dopo un’operazione bisogna dare al corpo il tempo di imparare ad andare avanti, per rinascere ho imparato ad ascoltarlo e ad assecondarlo». Ogni volta che tornava da una piccola camminata attorno al paese, scriveva delle osservazioni: «Erano appunti e frasi che mi rincuoravano e davano sollievo, era diventato un mio rifugio». Nasce anni dopo la storia della malattia oncologica, con il primo libro “Fiorire tra le rocce”: «Quando mi chiesero di scriverne dissi di sì con entusiasmo, fino ad allora però, nonostante la scrittura occupasse le mie giornate, pubblicare con un padre scrittore affermato lo vedevo un terreno scivoloso» confessa, dicendo che subito sono iniziate le titubanze: «Scrivere per sé è diverso che farlo per qualcuno».

Poi però ha continuato: «La scrittura mi aiutava a concentrarmi sul presente, a non pensare troppo in avanti nel futuro e a non immergermi nelle malinconie del passato. Andavo avanti di ora in ora. – ricorda – La strada verso la scrittura mi ha portato ad un mio percorso personale, un percorso che chiamo terapeutico. Non ero abituata a raccontare di me, fino alla malattia che ti fa cambiare prospettiva. Così ho imparato a parlare di me prima ai medici, che ogni volta mi chiedevano come stessi, e poi piano piano a tirare fuori i miei pensieri con la scrittura». Così dopo il primo libro autobiografico ha iniziato a inventare fiabe: «Mi sono discostata dalla scrittura personale e ho inventato il romanzo “Le vèinte. Le streghe del vento”, una fiaba nera a tratti ecologica, dove le creature sono arrabbiate con il genere umano perché distrugge piante e alberi».

“Rifugi per un tempo sospeso” invece vuole raccontare la montagna nascosta: «Parlo di come si vive la montagna nella quotidianità. Si racconta sempre una montagna turistica con servizi per divertirsi ma c’è quella nascosta di tutti i giorni».In particolare racconta di quelle camminate di gruppo silenziose a cui abbinava esercitazioni di yoga, di cui Marianna Corona è anche insegnante: «Io sono molto pragmatica, per me è molto difficile lavorare sulla spiritualità. Così ho pensato di organizzare queste passeggiate in cui unire trekking e yoga nelle Dolomiti friulane, lontani dal turismo di massa. L’idea era di connettere mente e corpo, respiro e territori».E spiega che in natura non c’è nulla di silenzioso: «Come dico in alcune frasi del libro, i rumori della natura rispetto a quelli artificiali, per noi ostici, ci calmano e tranquillizzano, soprattutto quelli del bosco che riguardano il fruscio delle piante. C’è molto da osservare, capire e intercettare nel nostro animo» dice, spiegando che spesso dopo la tappa al rifugio le persone si scioglievano, perché il senso non era trattenere ma rilasciare. Tutte esperienze vissute che poi sono sfociate in un piccolo racconto che infine si è tramutato in un progetto editoriale.

Raccontare è un pretesto per osservare gli alberi. Gli esseri viventi da cui Marianna Corona trae spunti per la vita sono le piante, che anche a casa cura e spolvera, un gesto che rivela delicatezza e profondità: «La passione per le piante l’ho coltivata soprattutto durante la pandemia. Sono esseri viventi che, seppur silenziosi, insegnano molto. Varie meditazioni orientali hanno il culto della pianta: serve spolverarle delicatamente perché assorbono anche dalle foglie e se c’è polvere respirano meno. Sono gesti di cura e affetto che in un’epoca piena di nevrosi come la nostra, sganciata dalla realtà, servono per tornare al momento reale dell’esistenza. – e dice – Io stessa a volte mi trovo in un circuito indaffarato in cui devo ricordarmi di respirare, fermarmi e tornare all’essenziale. Nelle vite frenetiche si tende a caricarsi di stress, accumulare cose da fare, esperienze da provare e persone da non scontentare, una cosa difficile da togliere. Dopo la malattia però ho rivalutato il tempo di riposo. Per la cultura con cui ormai si è abituati ad affrontare il mondo del lavoro prima mi sentivo in colpa a dovermi fermare. – e dice – Durante lo stop forzato ho tratto dagli alberi molti insegnamenti e ne trovo in continuazione». L’autrice considera le piante dei punti di riferimento: «Per me sono come dei saggi: mi ricordano di rallentare. Infatti ho il mio sentiero di alberi custodi». Nelle piante infatti trova molte metafore: «Ci sono alberi che sopravvivono in posizioni stranissime per le loro radici più profonde dei rami. Il raponzolo di roccia, ad esempio, attecchisce in posti dove non si pensa. La natura è piena di contrasti, così come nella vita. La delicatezza di un fiore ci invita a coltivare uno spazio di gentilezza verso sé nel quotidiano». Nella ciclicità della natura poi trova molto conforto: «Una foglia che sembra nascere, crescere e inutilmente cadere poi invece torna a dare linfa al terreno. – e conclude – Vivere la natura mi serve per sciogliere quel peso, quel blocco che è come cemento. È un’energia che raggiunge il cuore, libera dalla tensione e dona sollievo: la natura ricarica di vita nuova».
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