
Kolbe offrì la sua vita con una morte cosciente. È questo il tema chiave che sta al centro dello spettacolo “Padre Kolbe chi era? Missionario della penna”, spettacolo teatrale del regista Gianni De Luigi che si terrà martedì 27, alle ore 17.30, all’Ateneo Veneto a Venezia, in occasione della Giornata della Memoria. Lo spettacolo, della durata di poco più di un’ora, vuole infatti ricordare padre Massimiliano Maria Kolbe (1894–1941), frate minore conventuale polacco morto nel campo di concentramento di Auschwitz il 14 agosto 1941, dopo aver offerto la propria vita in cambio di quella di un altro deportato, il civile Franciszek Gajowniczek. Un gesto che rimane uno dei più alti esempi di altruismo emersi dall’oscurità di tutte le persecuzioni e diviene monito contro ogni forma di odio. Il recital teatrale sarà anticipato dalle parole di De Luigi, di fra Francesco Daniel dei frati minori Cappuccini, del Convento del Ss. Redentore, e di Daniele Spero, docente del Patriarcato di Venezia. Poi l’attrice Chiarastella Serravalle narrerà la vita di Kolbe a cui darà invece voce l’attore Lele Piovene. Infine, De Luigi reciterà un monologo scritto in memoria di Kolbe, che per primo capì quanto importante era comunicare la fede attraverso i mezzi mediatici, come la scrittura e la radio, che prima non venivano presi in considerazione.

Padre Kolbe amava definirsi “missionario della penna”. Pur non avendo scritto alcun libro, comprese con straordinaria lucidità che le idee, i valori e la verità non vivono soltanto nella parola pronunciata, ma nella stampa, nelle riviste, nei giornali e nelle radio. Con questa intuizione, sorprendentemente moderna, fondò la “Milizia dell’Immacolata” dando vita ad una forma di apostolato che sapeva leggere i tempi e anticipare i nuovi linguaggi della società, riuscendo a coinvolgere moltissime persone. Quando i nazisti arrivarono in Polonia videro che Kolbe riscuoteva consensi tra la gente, perché parlava di pace e di non violenza, ed erano molti i fedeli che lo seguivano e gli ebrei che diventavano cattolici. Kolbe fu quindi arrestato due volte, e la seconda venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz.

Qui un giorno un internato riuscì a fuggire ed i nazisti per regola decisero di mandarne altri dieci nel bunker della fame, terribile luogo di tortura dove i deportati venivano lasciati morire. Tra questi, un padre di famiglia cominciò a piangere dicendo che non poteva morire perché aveva una moglie e dei figli che lo aspettavano. A questo punto Kolbe, andando incontro ad una morte cosciente, si offrì al suo posto. «Questo è il punto chiave, il sacrificio che fa per questo suo compatriota. – sottolinea De Luigi – Qui emerge il rapporto con Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Kolbe rappresenta l’uomo che sa sacrificare la propria vita per salvare quella di un altro. Un punto cardine e messaggio contemporaneo molto forte» sottolinea, spiegando che lo spettacolo mette al centro il sacrificio di Kolbe alla luce della fede. «Dopo 15 giorni passati nel bunker della fame Kolbe riuscì a sopravvivere, mentre quasi tutti gli altri morivano. In quelle condizioni con la sua parola confrontava tutti e riusciva a dare un senso alla morte, attraverso la speranza di un Dio che lo accompagnava» spiega De Luigi. Tra tutti gli internati diventa un eroe e verrà ucciso poco dopo con un’iniezione. «I nazisti pensavano che bruciandolo gli avrebbero fatto un torto, visto che all’epoca era considerato un sacrilegio bruciare i corpi, lui invece voleva che le sue ceneri si liberassero nel vento per portare il suo messaggio di fede nel mondo» sottolinea ancora De Luigi. «Oggi di fronte a tutte queste guerre, che Papa Francesco aveva individuato molto tempo fa dicendo che si trattava di una guerra mondiale, mi interessa portare il messaggio di Kolbe che insegna ad essere umani verso gli altri» aggiunge, dicendo che alla fine reciterà un monologo che si concentrerà sulla sua decisione di morire.

Il regista veneziano ha impiegato tre mesi per scrivere lo spettacolo: «Ci pensavo però da molto tempo. Ero rimasto molto colpito dalla figura di Kolbe, non sufficientemente riconosciuta». Lo spettacolo tratterà la storia familiare di Kolbe e la sua scelta di portare avanti una nuova idea di comunicazione della fede. Verranno fatti accenni ben precisi per definire e suggerire la figura emblematicadel sacerdote: «L’idea dello spettacolo è nata in me proprio riflettendo sul suo offrirsi. – spiega ancora De Luigi – Questa dimensione fondamentale di uomo che sacrifica se stesso con una morte cosciente, accompagnata dalla fede, verrà messa particolarmente in risalto. Una testimonianza che oggi, con le tante guerre nel mondo, diventa importante soprattutto dal punto di vista laico. Questo secondo me va detto e ribadito, soprattutto nel Giorno della Memoria. Ad Auschwitz morirono laici, ebrei, russi, zingari e preti, per l’appunto. Bisogna ricordare cosa fu questa violenza della guerra dell’uomo sull’uomo» conclude De Luigi, anticipando che nello spettacolo verrà fatto un parallelismo anche con Edith Stein, filosofa e teologa anche lei polacca e di origine ebree, che diventò monaca e come Kolbe morì ad Auschwitz nel 1942.
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