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«Oltre il voto, agli occhi di Dio siamo tutti da 30 e lode»

Contro l’ansia da esame e contro il mito del successo a ogni costo, la Pastorale universitaria offre uno spazio di condivisione: «Siamo in un contesto socio-culturale di altissima competitività, ma il fallimento fa parte della vita»

In una società in cui si tende a rincorrere una perfezione che porta a sentirci costantemente in gara con noi stessi e con gli altri, dalla Pastorale universitaria veneziana arriva un messaggio importante: ai Suoi occhi siamo tutti 30 e lode, anche – e soprattutto – con le nostre fragilità e imperfezioni, che ci rendono “umani” e che ci distinguono davvero l’uno dall’altro. Inseguire l’eccellenza ad ogni costo è certamente uno stimolo a migliorarci, a superare quelli che riteniamo essere i nostri limiti; ma allo stesso tempo ci costringe a mantenere uno standard prestazionale che può rivelarsi pericoloso, fonte di stress e di cadute nel momento in cui proprio quella perfezione tanto ricercata non dovesse arrivare. «La paura è quella di fallire e di dover corrispondere a determinate aspettative. Sia nostre che degli altri. Una competizione che molto spesso diventa una vera e propria corsa a ostacoli che produce “morti e feriti”». A parlare è Tommaso Cotellessa, giovane universitario originario de L’Aquila, iscritto a Ca’ Foscari alla magistrale di Filosofia e Scienze filosofiche. Fa parte di un’equipe di ragazzi che, nell’ambito della Pastorale universitaria, organizza incontri e momenti di condivisione preziosi, specie per gli studenti fuori sede privi, nella città d’adozione da loro scelta per portare avanti gli studi, di punti di riferimento a cui affidarsi in caso di necessità. Al di là del tradizionale incontro settimanale del lunedì al Centro Scalzi, in programma tutto l’anno, l’idea è stata quella di lanciare un’ulteriore occasione d’incontro per affrontare assieme, sostenendosi a vicenda, la tanto temuta sessione d’esame.

«Per condividere la fatica dello studio»

“Ai suoi occhi, tutti 30 e lode” nasce proprio con l’obiettivo di condividere la fatica dello studio, ponendo al centro del dialogo e del confronto stress e paure che, nelle settimane che precedono un esame, non fanno che acuirsi. Nella consapevolezza che «siamo tutti sottoposti a giudizio, ma che in realtà il giudizio vero può arrivare da Lui soltanto – commenta Tommaso –. Siamo peccatori e molte volte falliamo, ma dinanzi a Dio ognuno di noi è, appunto, 30 e lode». Il prossimo appuntamento – e per il momento l’ultimo legato a questa sessione – è lunedì 2 febbraio al Centro Scalzi, sede della Pastorale universitaria, dove, anche nelle scorse due settimane, si sono riuniti tra i 20 e i 25 giovani. «Un modo per condividere la fatica dello studio, tema di cui tra l’altro abbiamo già parlato accanto a quello dell’ansia e della paura del fallimento. Al prossimo incontro porremo invece al centro la questione della procrastinazione. Non siamo psicologi, sociologi o pedagogisti: pensiamo semplicemente che il fondamento della nostra fede sia la Parola». Il lunedì viene dunque scelta una lettura su cui meditare, come stimolo a condividere con gli altri angosce e timori più profondi. Senza però trascurare, dopo aver studiato assieme, l’aspetto prettamente conviviale: la cena insieme. «A noi giovani viene chiesto di non fallire mai, di essere performativi». Ma non è certo un voto a identificare veramente una persona.

Don Gilberto Sabbadin durante uno degli incontri organizzati al Centro Scalzi
«La vita universitaria? Una corsa a ostacoli»

«Io stesso sono uno studente universitario – prosegue Tommaso – e mi rendo conto che, tra i miei colleghi, ci sono spesso un’agonismo, un’invidia e una gelosia nei rapporti con i docenti. L’iniziativa messa in campo è un gioiello prezioso, poiché qualcosa di semplice ma concreta, vicina alle persone. Stiamo portando avanti un servizio a favore del benessere della persona. Tra i temi trattati c’è stato anche quello delicato dei suicidi tra ragazzi come noi, caduti per colpa di una società che ci chiede di non fallire mai e all’interno della quale è inevitabile non sentirsi soli. Ecco allora che quando una comunità sta insieme, diventa qualcosa di più che umano. Perché “dove sarete uniti nel mio nome, ci sarò anch’io”». Lo Spazio Ascolto offerto da Ca’ Foscari è un servizio prezioso, ma per Tommaso non basta ad abbracciare davvero tutte le problematiche, molte volte inespresse, dei suoi coetanei. «Perché è l’intera struttura universitaria ad essere spesso pensata come una corsa a ostacoli (mi riferisco ad esempio anche ai dottorati). Sono a Venezia dallo scorso novembre e, se penso che ero terrorizzato all’idea di andare a studiare in una città che non era la mia, oltretutto con una situazione complicata a casa, è stato un atto di coraggio venire in Laguna, cercando una casa in cui vivere una vita comunitaria (alloggio nella Casa Catecumeni) insieme a giovani accomunati dalle medesime angosce». E in questo contesto la proposta della Pastorale universitaria si pone come una certezza, «il cui scopo – riflette il direttore don Gilberto Sabbadin – è quello di aiutare i ragazzi a riconoscersi nell’ambito cittadino. Cerchiamo di offrire anche un’opportunità di conoscenza del territorio poiché molti di loro, una volta vissuta l’esperienza fuori sede, rimarrebbero volentieri a Venezia. Che li incuriosisce, li stimola, e della quale sono interessati a esplorare le possibilità a livello di inserimento lavorativo, almeno temporaneo».

La chiesa di Santa Maria di Nazareth, dove si trova il Centro Scalzi, sede della Pastorale universitaria
Oltre la maschera della perfezione

Un segnale incoraggiante, in una città che via via si spopola, dove proprio gli studenti universitari che scelgono Venezia per condurre i loro studi potrebbero divenire i cittadini di domani. «Con dei talenti e delle potenzialità enormi. Direi che in chi viene a studiare qui – evidenzia don Sabbadin – si sbloccano alcune resistenze: i ragazzi imparano una certa autonomia e si sentono in rapporto col territorio in maniera più responsabile». La prima questione che emerge, stando a contatto con loro, è quella lavorativa, in modo particolare quando la laurea si avvicina. Ma perché, nella società di oggi, fa ancora paura prendere un 18 ad un esame? «Siamo in un contesto socio-culturale di altissima competitività, dove ciò che conta è la prestazione. Lo vedo anche nei bambini, pressati dentro a canali agonistici che inculcano questa esigenza di eccellere. E in una vita impoverita di valori spirituali, ecco che si fa strada l’aspetto della competitività. Della serie, in mancanza d’altro… Quando invece la dimensione del servizio e della gratuità educherebbe a smorzare questa dipendenza legata a competizione, carriera, affermazione. Senza contare l’importanza dell’educarsi al fallimento, che fa parte della vita». La relazione, il confronto, la ricerca di un equilibrio interiore e il percepire le debolezze degli altri: bisogni ricorrenti, da don Sabbadin toccati con mano proprio nell’ambito degli incontri del lunedì al Centro Scalzi. «Noi offriamo uno spazio in cui far cadere la maschera, dando la possibilità di confrontarsi con una parola veramente autentica, che è quella del Vangelo. È lì il punto di partenza dell’amore di Dio».

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