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Pacemaker: se il cuore perde colpi, serve un nuovo “interruttore”

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Emanuela Maria Blundetto, cardiologa a Mestre

È una pratica ormai così diffusa che quasi non ci si fa più caso. A chi non è mai capitato di sentirsi dire da un amico o conoscente: «Sai, mi hanno impiantato un pacemaker…». Grosso modo un anno fa è rimbalzata su tutta la stampa nazionale la notizia che anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era stato ricoverato per un intervento di questo tipo.

Cominciamo con il dire che, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia si fanno più di 50mila impianti di pacemaker all’anno con un numero di pazienti che vive con questo dispositivo di elettrostimolazione in forte aumento – una crescita superiore al 30% negli ultimi 15 anni – a causa dell’invecchiamento della popolazione. Una tecnologia davvero molto usata nel nostro paese, spesso anche su pazienti ultra-centenari.

Immagine di creativeart su Freepik
Che cosa è e come funziona un peacemaker

Ma cosa è successo al cuore del presidente Mattarella e di tutti gli altri? E che cos’è un pacemaker? In parole povere, il nostro cuore è come una stanza al centro della quale si trova una lampadina: per accenderla è necessario schiacciare un interruttore da cui partono dei fili, attraverso cui l’impulso elettrico arriva alla lampadina, accendendola, appunto. Il cuore è fornito di un interruttore automatico “integrato”, per così dire, che si trova in una piccolissima regione dell’atrio destro, detta nodo del seno, da cui regolarmente e ritmicamente si sprigionano dei lievissimi impulsi elettrici, con una frequenza che dipende dalla nostra attività: normalmente circa 60-70 volte in un minuto, ma il ritmo può aumentare se, ad esempio, facciamo una corsa o una camminata veloce, o diminuire, come avviene solitamente quando dormiamo.

Questi impulsi, attraverso delle sottilissime fibre nervose che funzionano come fili elettrici, si diramano in tutte le direzioni, distribuendosi a tutte le camere cardiache – prima ai due atri e poi ai due ventricoli – coordinandone la muscolatura di cui sono costituite e permettendo di realizzare quindi la funzione cardiaca, che è quella di far “spremere” il cuore per immettere il sangue ossigenato verso la circolazione sistemica e tutti gli organi e il sangue ricco di anidride carbonica, da ossigenare, verso i polmoni.

Immagine generata da IA Gemini di Google
Quando viene in soccorso al cuore un peacemaker

Quando questo piccolissimo dispositivo si ammala, come può avvenire anche semplicemente a causa dell’invecchiamento o di alcuni farmaci che interferiscono con la sua funzione, si possono avere dei sintomi con la frequenza cardiaca che può scendere moltissimo, per arrivare di notte anche a 20-30 battiti al minuto. Queste frequenze non sono spesso compatibili con una normale ossigenazione soprattutto del cervello, l’organo più avido di ossigeno che abbiamo.

Tutto ciò può comportare degli svenimenti (detti sincopi) o una sensazione fortissima di stanchezza e prostrazione anche durante il giorno, perché i muscoli e gli altri organi non ricevono abbastanza “gas”. Il malfunzionamento del nodo del seno può essere svelato semplicemente calcolando la nostra frequenza cardiaca oppure con un esame che misura il battito cardiaco per 24 ore consecutive, il cosiddetto ECG dinamico secondo Holter (dal nome dello scienziato che lo ha inventato).

Il peacemaker: il salvavita tecnologico per il cuore

Una volta stabilita la diagnosi, l’unica soluzione è quella di impiantare un pacemaker in una piccola tasca, ricavata all’interno del muscolo della parte alta del torace (deltoide) solitamente a sinistra. I modelli attualmente disponibili sono piccolissimi, misurano pochi centimetri di diametro e meno di un centimetro di spessore, e, attraverso le vene del collo, i loro fili vengono fatti giungere all’interno dei due ventricoli, dove possono stimolare la contrazione cardiaca.

I più sofisticati contengono anche un software che misura la frequenza cardiaca spontanea dell’individuo e, solo se questa scende al di sotto di un valore prefissato, avviano la stimolazione. Con questo sistema le batterie che alimentano il dispositivo, contenute al suo interno, durano moltissimo e raramente devono essere sostituite prima di alcuni anni. L’intervento viene spesso eseguito in anestesia locale e pertanto il ricovero dura solo una notte. Un esempio, questo, di come la tecnologia sia sempre più al servizio della medicina, per migliorare la nostra vita e renderla “normale” il più a lungo possibile!

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