

E’ stato presentato l’8 maggio 2026 al Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue, il nuovo Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti della Città metropolitana di Venezia, realizzato dal Museo in collaborazione con Venezia Birdwhatching, edito da Mare di Carta. «E’ frutto di un progetto di ricerca che viene condotto da trent’anni – racconta Mauro Bon, responsabile ricerca e divulgazione scientifica del Museo e co-autore – arrivati alla terza edizione siamo in grado di comprendere il trend dell’evoluzione della presenza delle specie in laguna grazie alla mole di dati raccolti. Tutto è iniziato con la prima edizione curata dalla provincia di Venezia, il nostro museo è in possesso di tutti i dati e io ho la fortuna di esserci dall’inizio di questa bella avventura».
L’Atlante si compone di oltre 181.000 osservazioni e rappresenta uno strumento per la comprensione dello stato dell’avifauna e per le strategie da mettere in atto per la sua conservazione. «Tutto grazie a una rete di 81 volontari che collaborano con entusiasmo – continua il naturalista – ci sono professionisti ornitologi, ma in maggioranza i contributori sono birdwatcher di grande competenza ed esperienza, ma non mancano giovani ventenni molto promettenti e ci sono anche donne, certo un grande supporto lo danno i pensionati che hanno più tempo. Il birdwatching infatti, di cui di recente ho collaborato a una guida dedicata alla laguna, è un’attività consigliata soprattutto per staccare dalla frenesia dei tempi moderni, perché porta a non seguire il tempo fisico ma i cicli della natura».

Il volume, che mette a confronto i dati raccolti tra il 2019 e il 2023 con quelli dei trent’anni precedenti, analizza la presenza di 135 specie nidificanti e 190 svernanti in un’area di grande biodiversità. «La buona notizia è che le aree lagunari di Venezia e Caorle restano ricche di specie – spiega l’esperto – questo non significa che l’ambiente sia migliorato ma che gli uccelli rispondono positivamente trovando disponibilità di cibo e opportunità di nidificazione. Il dato interessante è l’aumento della presenza nel tessuto urbano, che è migliorato grazie all’incremento del verde pubblico e un maggior rispetto degli animali. Basta pensare che il parco di San Giuliano a Mestre, nonostante la grande frequentazione umana, è uno degli ambienti più ricchi, con più di 200 specie di uccelli».
La nota dolente è il decremento dei volatili nelle zone di campagna e dell’entroterra coltivato a causa della gestione delle coltivazioni, con uno sfruttamento del maggior spazio possibile. «Sono sparite le cosiddette culture a perdere – chiarisce Bon – quei terreni lasciati respirare con erba medica e trifoglio che permettevano agli uccelli di nidificare, ideali per specie come allodola, cutrettola, cappellaccia, che depongono e covano le uova direttamente a terra, oltre a tutti quei piccoli ecosistemi costituiti da siepi, canali e fossati che davano riparo e casa a molte forme di vita. Tutto questo, combinato con l’uso smodato di pesticidi, diserbanti e insetticidi, ha reso le campagne sempre meno ospitali».

Il cambiamento quindi non è scontato per tutti gli uccelli, se per alcune specie spostarsi in città è possibile, come per gazze e colombacci, per altre come le allodole significa rischiare l’estinzione. «Sembra assurdo – racconta il responsabile – ma queste ultime hanno trovato come unici luoghi per la nidificazione l’aeroporto Marco Polo, colonizzando i margini delle piste, dove tutto sommato si sono abituate al frastuono degli aerei o in alcune di Porto Marghera». Non si tratta degli unici uccelli a rischio, infatti tutte quelle specie legate agli ambienti campestri come saltimpalo e verla, ma anche quelle che non amano l’acqua salmastra ma preferiscono i canneti sono in pericolo, ecco perché oltre a pensare a rimboschire, andrebbero tenuti in considerazioni ambienti secondari come zone umide e prati.
Oltre all’azione umana i cambiamenti climatici hanno avuto il loro impatto: «Sono arrivate nuove specie mediterranee e subtropicali – spiega Bon – come il fenicottero, la cui comparsa è difficile da spiegare, ma conta ormai 20.000 esemplari in laguna. Anche l’airone guardabuoi è ormai una presenza consolidata, mentre qualche animale è arrivato qui per qualche fuga da giardini zoologici come l’ibis sacro, che dalla Francia passando per il Piemonte è sceso in Pianura Padana diventando infestante e mettendo a rischio i nostri aironi. Sono comparsi anche i parrocchetti monaco e dal collare, mentre i passeri sono in crisi per la mancanza di insetti, ci siamo accorti che i cristalli delle nostre auto si sporcano meno? Perché mancano questi piccoli animaletti fondamentali per la dieta degli uccelli». I volati infatti sono fra i più importanti indicatori ambientali e sono facili da osservare perché diurni e sensibili ai cambiamenti degli habitat.

Con i cambiamenti che dovrà affrontare la laguna in vista della salvaguardia di Venezia negli ultimi anni è lecito chiedersi quanto questi cambieranno gli ecosistemi. «Mi sembra che le attuali linee guida del governo della città negli ultimi decenni abbiamo messo le zone urbanizzate davanti alla laguna come priorità – riflette l’esperto – il solo utilizzo del MOSE può provocare alterazioni nelle abitudini alimentari degli animali e nelle possibilità di riproduzione in certe aree. La peculiarità di questo ambiente è lo scambio di marea che crea un ecosistema simile ad alcune aree atlantiche o del Nord Europa, quando emergono grandi distese di fango queste forniscono un grande piatto ricco di cibo per gli uccelli, che quindi seguono il ritmo delle acque, cambiare questo delicato equilibrio ha un impatto sistemico».
Influire sui naturali ritmi dell’ambiente potrebbe impattare anche sulla vegetazione e su una scala maggiore sull’intero sistema biologico. «E’ un tema su cui tra naturalisti dibattiamo da tempo – conclude Bon – è ancora presto per comprendere tutti gli effetti sistemici che potrebbero causare le varie strategie per salvare Venezia, la biologia non è una scienza che tende all’ordine ma che cerca di comprendere il disordine, viste le variabili in gioco, ma su una cosa siamo certi, il cambiamento ci sarà». Ecco perché monitorare l’avifauna diventa fondamentale non solo per gli scienziati ma anche per decisori e pianificatori, per gestire le trasformazioni di un territorio con un occhio all’impatto di opere urbanistiche per attivare strategie di tutela ambientale.
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