

Un ritrovamento inaspettato ed eccezionale è quello che vede protagonista lo storico dell’arte veneziano Marco Dolfin che, durante uno dei suoi giri per il mercato antiquario, ha ritrovato il bozzetto in scala per il soffitto del teatro Malibran, realizzato nel 1919 da Giuseppe Cherubini (Ancona, 1867 – Venezia, 1960). È il 1918 infatti quando il noto pittore, veneziano d’adozione, viene incaricato di affrescare il grande soffitto del Teatro Malibran, per cui cura anche le decorazioni di platea sotto la prima galleria e il Caffè del pianoterra, oltre a dipingere il grande sipario. Il dipinto recentemente ritrovato, una grande tela ad olio di 1,20 m x 60 cm che riproduce in scala quello che poi si vede nell’opera finita del soffitto del teatro, ancora oggi visibile, è stato riconosciuto da Dolfin nel mercato antiquario romano: «Ad un certo punto mi sono imbattuto nell’opera, dall’impronta tiepolesca, che recava la firma di Cherubini, che il mercato antiquario romano spacciava per artista famoso, però chiaramente non sapendo bene chi in realtà fosse» racconta lo storico dell’arte.

«Appena ho visto il quadro ho capito immediatamente che si trattava di un pezzo importante. L’opera mi diceva fin da subito qualcosa, ma ci misi qualche minuto per ricordarmi dove l’avessi già vista e collegare che si trattava del bozzetto del soffitto del teatro che l’artista realizzò davanti al proscenio sopra la buca dell’orchestra» spiega. Dolfin, infatti, oltre alle sue conoscenze come storico dell’arte, suona anche il clarinetto e si è trovato più volte a prendere parte a dei concerti proprio al Malibran: «Quando suoni nell’orchestra spesso guardi verso l’alto e così non ci impiegai tanto a collegare l’immagine del bozzetto che avevo davanti ai miei occhi a quella del soffitto del teatro. Facendo i confronti e vedendo che le opere coincidevano è stata un’emozione. – continua lo storico dell’arte – È un’opera molto grande e bella, uno dei capolavori del Liberty veneziano, realizzato in pieno clima di Secessione. Cherubini qui guarda alla tradizione mitteleuropea e ne da una sua interpretazione, combinando l’utilizzo dell’oro e presentando una serie di allegorie».

Dolfin, riconosciuta l’opera, si mette allora sulle tracce della sua storia e su come può essere arrivata nella capitale: «Mi sono subito chiesto se esistesse un archivio su Cherubini». Così inizia a cercarne traccia ad Ancona, città natale dell’artista, e scopre che sue testimonianze sono custodite proprio nell’Archivio di Stato di Ancona. Qui è conservata una lettera che Cherubini scrisse all’amico Gabrielli in cui si evince che l’opera fu presentata ad una mostra romana: «Nella lettera si legge che Cherubini, non avendo nulla di pronto, decise di spedire a Roma il bozzetto dell’opera che avrebbe realizzato per il soffitto del teatro. Guarda caso città dove ho ritrovato il quadro» sottolinea Dolfin. Lo storico dell’arte poi si è messo sulle tracce della mostra e ha ritrovato il raro catalogo all’ASAC della Biennale di Venezia, dove si evince che Cherubini aveva partecipato all’”88^ esposizione di belle arti degli amatori e cultori” in cui portò proprio il bozzetto di cui parlava all’amico nella lettera. L’opera, pulita e verniciata, per fortuna conservatasi integramente, ora fa parte di una collezione privata, ma l’auspicio è che un domani possa essere esposta nel foyer del Malibran: «Mi piacerebbe che venisse acquisita dal Teatro. – spiega Dolfin, che ha recentemente proposto alla Fondazione del Gran Teatro la Fenice di acquisirla – Questa potrebbe essere la sua collocazione definitiva, l’opera infatti fa parte della storia di Venezia e sarebbe bello che chi si reca al Malibran potesse vedere prima il bozzetto all’ingresso e poi, entrato in teatro, osservare l’opera finita, realizzata sul soffitto in scala molto più grande».

Nell’opera Cherubini riesce a coniugare insieme elementi antichi e di modernità: «Nella realizzazione del soffitto, di stampo tiepolesco, rappresenta ad esempio un cavallo alato e la figura di un giovane che scocca una scintilla che fa partire il telegrafo e anche un aeroplano». La rappresentazione presenta una serie di allegorie complesse. La decorazione del soffitto, che si sviluppata in particolar modo verso il boccascena, svolge come tema la storia del Teatro. Da sinistra a destra, guardando il palcoscenico, il pittore rappresenta le danze dionisiache e l’oratore greco; la commedia è rappresentata da una figura di donna nuda con un maschera, mentre la tragedia ha le sembianze di una donna con un gran manto che tiene nella mano destra un pugnale. Dalle dita della sua mano sinistra cadono, su di un giovane che suona il violino accanto ad un cadavere, cinque stille di sangue che suggeriscono il melodramma. Nella parte centrale invece un aeroplano si slancia con figure che simboleggiano la storia e la scienza moderna. Queste travolgono una figura che sta a rappresentare l’ignoranza. A destra la farsa è rappresentata attraverso le sembianze di una donna di età matura che tiene la spada. Sono poi presentate le maschere di Arlecchino, Pantalone, Colombina, tra le tante. Vi è inoltre rappresentato anche il cinematografo mediante un giovane che tiene la macchina da proiezioni e dirige la luce su di un telone. In basso è rappresentato il circo ed i giochi ginnici, tra cui due lottatori, il genio a cavallo che spicca un salto e con un’asta fa scattare una scintilla che rappresenta l’avvio del telegrafo, mentre a sinistra compare infine il ritratto dell’artista e della sua famiglia. Ciò che resta del soffitto è trattato a semplice chiaroscuro e svolge motivi ornamentali intorno alle nove muse che danzano. Una rappresentazione che ora sarebbe bello confrontare in loco osservando direttamente lo studio preparatorio e poi l’opera conclusa su grande scala.
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