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S. Ternita: storia di un campo e prima ancora di una chiesa  

Il Campo di Santa Ternita a Castello deve il suo nome alla chiesa che vi sorgeva e che per anni fu il centro per le famiglie dei marinai e degli arsenalotti

A Venezia ci sono luoghi parlanti, che sono testimonianza di quello che c’era un tempo. È il caso del campo di Santa Ternita, nome popolare per Santissima Trinità, tra quelli meno conosciuti e noti della città ma di grande fascino, che deve il suo nome alla chiesa omonima che un tempo vi sorgeva, oggi scomparsa. Proprio lì aveva luogo una delle più antiche parrocchie del Sestiere di Castello, attestata già in epoca medievale. La chiesa inoltre era famosa per aver ospitato nel 1719 la celebrazione del matrimonio tra il noto e importante pittore Giambattista Tiepolo e Cecilia Guardi. Interessante è la storia dell’edificio sacro e della comunità che si creò intorno, a testimonianza di come la città fosse florida, soprattutto in quelle zone, come viene raccontato nel nuovo progetto online “Viaggio nel tempo” dedicato alla scoperta del sestiere di Castello (leggi qui), realizzato dal Museo di Palazzo Grimani – Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, l’Associazione San Francesco della Vigna e il Convento di San Francesco della Vigna, con il sostegno della Fondazione di Venezia. La fondazione della chiesa risale probabilmente al XII secolo, in un momento in cui Castello stava consolidando la propria identità come quartiere popolare e produttivo. Venne costruita grazie alle famiglie Celso e Sagredo, che in quei luoghi avevano possedimenti e pare anche attività produttive. L’edificio, di modeste dimensioni, seguiva la tipologia delle chiese parrocchiali minori: presentava un’ aula unica, l’altare maggiore dedicato alla Trinità, e alcuni altari laterali sostenuti da famiglie o corporazioni locali. Una delle cappelle era legata proprio alla famiglia Sagredo, il cui palazzo svetta nel lato settentrionale del campo, inoltre nella chiesa si conservavano alcune reliquie di San Gerardo.

La parrocchia fu centro di aggregazione

Nel corso del Trecento e del Quattrocento la parrocchia si strutturò come punto di riferimento per una comunità che trovava nella chiesa non solo un luogo di culto, ma anche un centro di aggregazione sociale. L’area infatti era densamente abitata da famiglie di marinai, arsenalotti, carpentieri e di gente legata alle attività navali. La vita lì era segnata dal ritmo del lavoro dell’Arsenale e dalla presenza di piccole confraternite artigiane: un tessuto sociale vivace in cui le confraternite legate ai mestieri navali vi organizzavano messe, processioni e momenti di mutuo soccorso. Nel 1810, con le riforme ecclesiastiche napoleoniche e la razionalizzazione delle parrocchie, Santa Ternita fu soppressa. L’edificio, ormai in condizioni precarie, venne progressivamente abbandonato e infine demolito nel 1832. Rimase solo il campanile, che crollò nel 1880. La parrocchia fu assorbita da quella di San Francesco della Vigna e della chiesa scomparsa ora resta solo traccia nel nome del campo, che perse la sua identità religiosa ma non urbana. Le persone del quartiere continuarono a viverci, e fino a qualche decennio fa la zona fu fittamente abitata.

Testimonianze della vita in campo

Tra queste famiglie c’era quella di Piera Freguia e di suo marito Pietro Volpe. «Nei primi del ‘900 ai miei nonni venne data una casa in Campo S. Ternita, proprio dove, dopo che la chiesa venne abbattuta, vennero costruite delle case popolari – racconta la signora Piera, che visse lì fino ai 3 anni – Lì nacquero mio papà e le miei zie, che una volta sposate continuarono a vivervi avendo in casa una camera per famiglia» dice, raccontando come si usava vivere all’epoca. «Mio nonno, avendo fatto servizio militare nelle navi e in un sommergibile, trovò lavoro all’Isola di Sant’Andrea sotto i militari, ma come civile, per guidare i motoscafi. Con l’avvento della guerra e l’alleanza con i tedeschi però poi tornò con la famiglia a S. Ternita». Poi ricorda: «Noi eravamo sette fratelli, uno purtroppo morto di polmonite perché all’epoca non c’era la penicillina. I nonni abitavano al pianterreno all’angolo dove c’è il ponte, mentre noi siamo andati ad abitare lì nella corte vicina, che non aveva le porte come ha oggi. Una volta in corte si sentivano le famiglie baruffare, era un modo di vivere più sanguigno, ma se c’era bisogno di qualsiasi cosa poi ci si aiutava gli uni con gli altri. – e rammenta ancora – C’erano le feste e le persone si mettevano a ballare. Anche se poi cambiai casa ero sempre in campo, perché i nonni e mia sorella continuavano ad abitare lì. Con i cugini giocavamo alle sconte, ovvero a nascondino, con la corda e a piera alta, che consisteva nel salire su un rialzo per non farsi catturare, ma anche al campanon, lanciando i tacchi delle scarpe per segnare il quadrato dipinto per terra su cui bisognava saltare. Poi arrivato il benessere, negli anni ’60, arrivarono anche le biciclette.

Ricordi sconvolgenti post conflitto

Quelli di Piera da piccola erano gli anni dopo la guerra e un giorno, proprio lì vicino al campo, i cugini trovarono una bomba: «Si misero a percuoterla sulla finestra dei nonni e questa scoppiò: uno perse un braccio e mia cugina restò sfigurata, ma oggi ad 86 anni è ancora viva» dice, raccontando una tragedia rara per Venezia. Anche il marito, Pietro Volpe, ricorda quando da piccolo guardava i ragazzi più grandi che facevano il bagno nel canale vicino al campo, tuffandosi dai ponti. «Ai tempi i canali venivano scavati, ma se si andava troppo a fondo, con l’immondizia e i vetri che venivano buttati in acqua, a volte qualcuno risaliva con delle ferite che avevano bisogno anche di sutura» ricorda. Tanti gli attimi di vita da raccontare attorno al campo, grazie alla presenza di una chiesa che, mattone dopo mattone, seppe costruire una comunità capace di sopravvivere per lungo tempo, anche dopo la sua scomparsa.

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