

Ha pochi anni di vita quando il rumore che lo circonda comincia a diminuire. Mamma e papà, perfettamente udenti, lo portano al Centro audiologico d’eccellenza dell’Ospedale Civile di Venezia, lontano centinaia di chilometri da casa. Qui il bambino diventa paziente della primaria Rosamaria Santarelli, docente all’Università di Padova e specialista di riferimento nazionale per la sordità infantile, che diagnostica un’ipoacusia neurosensoriale bilaterale. A distanza di un decennio, osservando l’evoluzione clinica del paziente, la stessa Santarelli sospetta che dietro quella perdita uditiva possa esserci una precisa causa genetica. La professoressa affida il patrimonio genetico dell’intera famiglia del paziente alle provette del Laboratorio di Genetica e citogenetica dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, altra eccellenza guidata dal primario Mosè Favarato. Qui l’équipe analizza 115 geni coinvolti nella percezione uditiva del ragazzo e indaga altrettanti geni nei familiari più stretti, per studiare l’eventuale trasmissione ereditaria della patologia. Ne nasce così uno studio che è entrato nella letteratura scientifica internazionale: la scoperta, pubblicata su Jalm (The Journal of Applied Laboratory Medicine) con il titolo Isoform-Specific TRIOBP Truncating Variants in Deafness, Autosomal Recessive 28: A Case Study of Postlingual Moderate Sensorineural Hearing Loss, porta la firma, oltre che dei primari Favarato e Santarelli, dei genetisti Dario Degiorgio, Eliana Greco, Marianna Beggio, Edoardo Peroni e Giulia Favretto e degli otoneurologi Erennio Natale, Cristina Gondiu, Elona Cama e Pietro Scimemi.
Il caso racconta come una diagnosi rimasta sospesa possa trovare risposta anni dopo, grazie al progresso delle tecnologie di sequenziamento e alla capacità di tenere insieme osservazione clinica, storia familiare e analisi molecolare: «Questa scoperta si inquadra nella collaborazione che abbiamo recentemente attivato tra la nostra unità di Audiologia e quella mestrina di Genetica e citogenetica» spiega Santarelli, ricordando come il lavoro sia nato da un’esigenza clinica molto concreta: arrivare a una diagnosi accurata delle ipoacusie. Secondo la specialista, infatti, almeno il 70% delle ipoacusie infantili riconosce un’origine genetica, «di conseguenza, collegare la perdita uditiva a una specifica mutazione è essenziale per formulare una prognosi e orientare il counseling familiare. Il progresso della genetica – spiega la professoressa – ha permesso di leggere oggi ciò che vent’anni fa sarebbe probabilmente stato catalogato come “forme di origine sconosciuta”. Da noi i pazienti, sia bambini sia adulti, vengono sistematicamente sottoposti all’indagine genetica: si tratta di una prassi sistematica, a meno che non ci sia una causa identificabile e riconoscibile per comprendere subito la situazione». Il test, informa Santarelli, previo consenso, consiste in un prelievo di sangue. Il campione viene quindi inviato al laboratorio di Mestre, insieme a tutta la documentazione riguardante il paziente. Il referto, poi, è previsto in sei mesi.

È nel Laboratorio di Genetica e citogenetica dell’ospedale dell’Angelo che l’équipe si è trovata davanti a una combinazione di varianti mai descritta prima, in grado di svelare un nuovo quadro clinico. Se prima di questa scoperta le varianti patogenetiche di tale gene erano esclusivamente associate a una sordità severa ingravescente, nel laboratorio mestrino è stata scoperta una nuova combinazione di varianti dello stesso gene che spiega invece una perdita uditiva stabile e non degenerativa: «La funzione uditiva, in relazione al gene studiato, è garantita dalla sintesi di diverse proteine funzionali. In letteratura, fino ad oggi, erano state descritte anomalie di questo gene che distruggono completamente proprio le proteine capaci di garantire la normale funzione uditiva – spiega il primario Favarato –. La combinazione genetica che abbiamo esaminato assicura invece la piena funzionalità di una delle proteine sintetizzate dal gene: non cancella quindi completamente le proteine responsabili dell’udito, ma ne conserva una in grado di garantire la capacità uditiva residua del paziente. Questo ci fornisce una previsione sulla condizione futura del paziente, che, dal punto di vista dell’udito, dovrebbe rimanere invariata e non sfociare in sordità profonda. Questa scoperta permetterà al giovanissimo paziente anche di fare prevenzione primaria sui propri futuri figli». Per i medici, la scoperta rappresenta quindi uno strumento in più per distinguere forme cliniche simili all’apparenza, ma diverse nella traiettoria biologica e nella prognosi, con conseguenze dirette anche sul percorso di monitoraggio.

Il caso assume particolare rilievo anche perché la perdita uditiva non era presente alla nascita, ma si era manifestata in età scolare. È un aspetto su cui Santarelli insiste: «Lo screening uditivo neonatale, ormai attivo su tutto il territorio nazionale e in Veneto da molti anni, consente di individuare precocemente i bambini con sordità congenita e di indirizzarli verso centri diagnostici adeguati». Esistono però ipoacusie che insorgono più tardi: «In questi casi il riconoscimento dipende spesso dall’attenzione dei genitori, dei pediatri e della scuola – sottolinea la primaria –. Un bambino che alza il volume della televisione, chiede spesso di ripetere o sembra distratto in classe può in realtà manifestare i primi sintomi di una perdita uditiva». Molte ipoacusie infantili vengono trasmesse con modalità autosomica recessiva, quindi i genitori possono essere portatori sani e in famiglia possono non comparire altri casi di perdita uditiva. Per questo, ribadisce Santarelli, nei casi di ipoacusia isolata dell’infanzia l’indagine genetica diventa indispensabile, anche quando il contesto familiare sembra non suggerire ereditarietà: «A mio giudizio, sarebbe utile pensare a una rete di sorveglianza che coinvolga i pediatri, le famiglie e la scuola per individuare quelle perdite uditive che sfuggono allo screening uditivo neonatale». Per quanto riguarda la popolazione adulta, aggiunge Santarelli, il primo sanitario da interpellare in caso di sospetta perdita dell’udito è il medico di medicina generale.

Lo studio pubblicato sul Journal of Applied Laboratory Medicine è il primo risultato di una collaborazione che l’Ulss 3 Serenissima considera strategica. Nell’ultimo periodo il centro audiologico veneziano ha già inviato al laboratorio mestrino oltre 200 pazienti con ipoacusia e i loro familiari, provenienti in larga parte da fuori regione, dal Nord come dal Centro e dal Sud Italia: un dato che conferma l’attrattività dei servizi e l’importanza di offrire, accanto alla diagnosi audiologica, la possibilità di scoprire una causa genetica. «Siamo gli unici in Italia a eseguire affidabilmente l’elettrococleografia con tecnica transtimpanica – sottolinea Santarelli –, che consiste nell’utilizzo di un sottile elettrodo ad ago che viene inserito attraverso il timpano e permette di registrare direttamente le risposte del nervo uditivo. E per questa metodica abbiamo messo in piedi una collaborazione tra l’azienda sanitaria e l’Università di Padova». Chiara Bovo, a capo della Direzione sanitaria dell’Ulss 3 Serenissima, evidenzia l’impatto del lavoro svolto: «Questo è uno studio di cui siamo enormemente orgogliosi, che avrà un impatto significativo sul futuro del paziente e sui membri della sua famiglia e, nel caso il paziente voglia avere dei figli, questa scoperta è fondamentale anche per l’eventuale pianificazione familiare, a partire dal counseling genetico. Ma lo studio che è stato fatto è un primo passo anche per lo sviluppo di future terapie geniche. E questo giovane paziente, che ha accettato generosamente insieme alla famiglia di diventare con il suo patrimonio genetico anche un caso studio, ha colto la grande importanza del lavoro che è stato fatto sia per la sua condizione clinica che per la comunità scientifica internazionale».
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a GREEN&SALUS e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!