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Social housing: per Venezia serve una visione d’insieme

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La professoressa Iuav Laura Fregolent spiega cosa è il social housing e le peculiarità di Venezia

Il Comune di Venezia ha appena pubblicato le graduatorie dell’ultimo bando per il social housing per 48 alloggi in centro storico e Giudecca e 25 per la terraferma. Si tratta di un progetto abitativo dedicato a tutti quei soggetti che non hanno una capacità economica tale da rivolgersi al mercato immobiliare tradizionale ma superano i requisiti per rientrare in una graduatoria di edilizia residenziale popolare (ERP). Dal 2018 il Comune ha assegnato 153 immobili fra i vari sestieri e municipalità, «Ma senza una visione ampia, non si riesce a ripopolare una città», spiega la Professoressa Laura Fregolent, ordinaria di Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università di Venezia Iuav.

In cosa consiste questo incentivo alla casa? «In Italia si tratta di fornire residenze in locazione a canoni calmierati o in vendita a prezzi convenzionati o agevolati – chiarisce Fregolent – gli approcci e i progetti possono essere molto diversi fra loro anche se chiamati con lo stesso termine. Questo concetto ampio è stato mutuato da una norma nazionale del 2008 che definisce come “alloggio sociale” spazi concessi in locazione permanente con funzione di salvaguardia della coesione sociale e di riduzione del disagio abitativo per famiglie o persone svantaggiate. Insomma diventa un tassello fondamentale per le politiche di edilizia residenziale sociale».

Foto di SIG SG 510 da Wikimedia
Che si indica con il termine social housing?

«Il termine social housing è ormai entrato abbastanza stabilmente nel linguaggio e nel dibattito delle politiche abitative nazionali – continua la docente – all’estero viene usato per indicare interventi di edilizia residenziale non esclusivamente pubblica a prezzi calmierati, in questi contesti sovranazionali dove è maggiormente praticato e utilizzato come strumento di intervento, non viene stabilito un tetto, ma piuttosto segue un rapporto tra reddito dei cittadini di un’area e il costo delle abitazioni, come nel caso di Vienna. In questo senso quindi si trovano esempi di social housing anche costoso perché parametrato agli stipendi».

«Nel nostro contesto nazionale il termine si deve ancora un po’ sgrezzare, perché al momento indica solo forme abitative che hanno come caratteristica principale quella di essere rivolte a soggetti economicamente svantaggiati – aggiunge – mentre non contempla progetti con alloggi in edilizia residenziale in mano a privati no profit o a profitto limitato come avviene ad esempio in Nord Europa, con flessibilità nelle soluzione di sostegno all’affitto o all’acquisto. Se in Austria, si lavora a tutti i livelli in funzione del reddito, in Germania esistono formule molto interessanti per intercettare la domanda residenziale mentre da noi il problema non è solo rispondere alla domanda abitativa, ma risolvere la questione della disponibilità di case, che se ci sono, spesso richiedono interventi di restauro. Dovremmo affrontare in modo sistemico la questione, mentre ci concentriamo di più su progetti slegati fra loro, che sono efficaci ma non risolutivi».

Immagine di Marco Crupi da Flickr
Quale è l’orizzonte auspicato per il social housing?

Il social housingall’italiana” con progettualità rivolte a fasce di reddito specifiche è comunque un fenomeno in crescita, anche se «Al momento non esiste un database nazionale che raggruppi tutti i progetti attivati – spiega Fregolent – ma buona parte hanno interessato il Nord del Paese, a seguire il Centro e in minima parte il Sud. Questa situazione dipende anche da alcune sperimentazioni realizzate da fondazioni bancarie che hanno anticipato la legislazione nazionale su questo tema nato nel 2008/2010 e che ha incluso interventi del privato e del privato sociale assieme al pubblico. In mancanza di una chiara politica abitativa nazionale l’intervento dei privati in qualche modo ha dato il via al fenomeno».

«Gli esperimenti più interessanti vedono la partecipazione di cooperative e associazioni di abitanti – aggiunge la professoressa – in questo senso la collaborazione pubblico/privato può affiancare, in una logica sistemica, le politiche più tradizionali di sostegno abitativo. Resta però da rimettere al centro l’investimento su un bene collettivo per garantire l’accesso alla casa come diritto per tutti, limitando la profittabilità degli investitori. Recenti azioni concrete sono partite dai fondi PNRR e dal Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare (PINQuA), con l’obiettivo di lavorare su contesti disagiati per intervenire sul patrimonio immobiliare pubblico in chiave di rigenerazione. Nel Programma PINQuA il Veneto ha ottenuto più di 116 milioni di euro per 8 progetti, di cui quello della città di Treviso si è posizionato al 20esimo posto della graduatoria nazionale».

La sfida del social housing a Venezia

«Ci sono molti ambiti di sviluppo attraverso la collaborazione con il mondo cooperativo che sono ancora da esplorare – conclude l’urbanista – sia per nuove progettualità che per il recupero di patrimoni esistenti. Sul tema della casa non c’è un’unica soluzione ma va pensato un pacchetto articolato che tenga conto del cambiamento della domanda, non sono più gli anni ‘70 dove il fenomeno era molto lineare, oggi abitare impatta sul 40% dei redditi (la soglia di allarme è attorno al 30%), il tema non è solo italiano ma qui è particolarmente acuto perché a discapito di altri Paesi con la fine della GESCAL (il fondo destinato alla costruzione e all’assegnazione di case ai lavoratori) dagli anni ’90 non ci si è più occupati della casa attraverso politiche pubbliche, pensando che ci avrebbe pensato il mercato».

«Venezia richiede uno sguardo particolare – aggiunge la docente Iuav – la pressione turistica è una concorrenza altissima per il mercato residenziale ma senza persone che ci vivono e si prendono cura dei luoghi una città muore. Per questo le politiche per la casa non possono essere settoriali ma bisogna guardare ad ampio raggio a tutti gli strati della popolazione. Quando sento parlare di puntare sugli studenti resto sempre un po’ perplessa, se non si riesce a trasformarli in residenti creando motivi per farli restare, prima o poi se ne vanno. Il calo demografico a Venezia con il turismo non si sentirà molto, le case non resteranno vuote ma senza investimenti in residenzialità caleranno inevitabilmente i servizi, l’unica soluzione è mappare tutte le categorie e individuare interventi specifici, ma coordinati fra loro».

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