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Sofia, giovane ucraina: «La pace? Si costruisce insieme»

Al centro dell’incontro della Pastorale universitaria veneziana, la testimonianza della studentessa di Leopoli e l’impegno ecumenico di don Samuele Bignotti: come tessere reti di speranza nel cuore del conflitto

“Essere operatori di pace in un mondo in guerra”. È questo il tema dell’incontro organizzato la scorsa settimana dalla Pastorale Universitaria di Venezia, un appuntamento che ha voluto interrogare studenti e giovani su una domanda sempre più urgente davanti ai conflitti che attraversano il mondo. Più che uno slogan, il titolo dell’iniziativa si è trasformato in una necessità concreta per chi ogni giorno osserva con sgomento le notizie provenienti dagli scenari internazionali. L’obiettivo della Pastorale Universitaria era offrire testimonianze vive, esempi concreti di costruzione della pace: come la storia di don Samuele e quella di Sofia, giovane studentessa ucraina. Un ponte con Leopoli. Don Samuele Bignotti, sacerdote impegnato da anni nel dialogo ecumenico e nei rapporti con l’Ucraina, porta avanti un gemellaggio con la comunità di Leopoli nato nel 1999. Un ponte di solidarietà tra Mantova e la città ucraina, avviato per sostenere la ricostruzione di una Chiesa e di una rete comunitaria profondamente segnate dall’eredità del regime sovietico.

Legame tra comunità

Inizialmente il progetto prevedeva soprattutto scambi culturali: gruppi di studenti dell’Università Cattolica di Leopoli venivano accolti a Mantova, dove frequentavano corsi di italiano e momenti di formazione. Con il passare degli anni, quel legame si è rafforzato sempre di più, trasformandosi in una relazione stabile tra comunità, capace di accorciare distanze geografiche e culturali. A cambiare radicalmente il significato di quel gemellaggio è stata però l’esplosione della guerra nel 2022. Don Samuele, responsabile dell’Ecumenismo nella diocesi di Mantova, ha raccontato come in quei giorni abbia sentito il bisogno di «esserci», di sostenere concretamente chi viveva il dramma del conflitto. Il dovere di incoraggiare. «Non ho né argento né oro, ma quello che ho te lo do», dice citando gli Atti degli Apostoli. Una frase che sintetizza il senso della sua missione: ascoltare, sostenere, accompagnare. Non soltanto attraverso aiuti materiali, ma anche tramite una solidarietà culturale e umana. Perché, spiega il sacerdote, «la pace si impara» e si costruisce nel servizio agli altri. Negli ultimi anni i volontari mantovani hanno sostenuto orfanotrofi, ospedali e strutture per persone con disabilità, nella consapevolezza che la guerra non colpisce soltanto il fronte, ma devasta intere comunità e il tessuto stesso della vita quotidiana. «La Chiesa ha il dovere di incoraggiare i giovani a cercare un futuro nel proprio Paese, perché quel Paese ha bisogno di loro», afferma don Samuele. Parole che richiamano l’immagine della “Chiesa ospedale da campo” tanto cara a Papa Francesco: una Chiesa vicina alle ferite del mondo e capace di stare accanto ai giovani.

Il peso della guerra

«La mia città? 54mila morti. Una volta la chiamavamo casa…». Tra queste ferite c’è anche la storia di Sofia Yakymets, studentessa della Cattolica di Leopoli oggi impegnata in un’esperienza di studio alla Cattolica di Milano. All’apparenza una ragazza come tante: sorridente, piena di entusiasmo e desiderosa di costruire il proprio futuro. Ma dietro quel sorriso si nasconde il peso della guerra: le notti scandite dai bombardamenti, le lezioni trasferite nei rifugi antiaerei, i blackout provocati dagli attacchi alle centrali elettriche. «Andiamo avanti perché non abbiamo altra scelta», racconta. «Una città distrutta, oltre 54mila persone morte: questa è la fotografia di quella che una volta chiamavamo casa». Eppure, nel suo racconto non c’è spazio per l’odio o per il desiderio di vendetta. Sofia parla di una pace fatta di piccole cose: «Poter uscire la sera senza coprifuoco, programmare una vacanza, essere sicura di svegliarmi il mattino seguente». Una pace che, sottolinea, non si costruisce “contro” qualcuno, ma insieme agli altri. «Ho incontrato un ragazzo russo – racconta – e all’inizio è stato strano. Quattro anni fa sarei stata piena di rabbia. Oggi invece so che dobbiamo dialogare, parlarci e cercare insieme il bene». Un messaggio condiviso anche da don Samuele: «La pace si costruisce con la partecipazione. Noi non salviamo il mondo, ma con il cuore aperto cerchiamo di portare pace alle persone. Solo mettendo da parte i propri interessi personali si può davvero camminare sul sentiero della pace».

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