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Tintoretto, genio instancabile  

Si è concluso l’intervento di restauro sui teleri monumentali realizzati da Tintoretto per la basilica di San Giorgio Maggiore. Il maestro in tarda età lavorò senza particolari aiuti del figlio Domenico e bottega

Ha confermato il modo in cui Tintoretto lavorava, conferendo ai suoi soggetti forza e creatività al tempo inimmaginabili. Si è concluso il restauro dei monumentali teleri de “L’Ultima Cena” e “Il popolo d’Israele nel Deserto” realizzati da Jacopo Tintoretto. Le due opere monumentali, di 370 x 570 cm, realizzate tra il 1591 e il 1592 su 4 tele di lino la prima e 8 la seconda per la basilica di San Giorgio nell’omonima isola a Venezia, sono ora state ricollocate nel presbiterio della basilica e venerdì 8 maggio verrà svolta una presentazione pubblica del lavoro svolto. L’intervento, iniziato a febbraio dell’anno scorso e concluso da pochi giorni, è stato eseguito dalla restauratrice Caterina Barnaba della CBC – Conservazione Beni Culturali e dai suoi collaboratori, ed è stato possibile grazie al finanziamento del comitato americano Save Venice per mezzo della donazione della famiglia Stracke. Il restauro è stato svolto dai restauratori nella sacrestia, dove è stato allestito un cantiere didattico visibile da fedeli e visitatori tramite una bussola. L’intervento ha riguardato sia il supporto dei dipinti che la superficie pittorica, quest’ultima deteriorata per via di precedenti interventi di restauro, condizioni ambientali non sempre favorevoli e alla naturale fragilità dei materiali.

Confermata la mano del maestro

Tintoretto muore nel 1595 e i teleri sono tra gli ultimi che ha realizzato. Per molto tempo gli studiosi hanno pensato ci fosse una grande partecipazione del figlio Domenico nella realizzazione delle opere di San Giorgio: «Il restauro invece ha permesso di ridimensionare il suo intervento e ha fatto emergere che sono più di Jacopo» ha detto soddisfatta Melissa Conn, direttrice della sede di Venezia di Save Venice. Il sommo maestro in particolare si era impegnato nell’organizzare lo spazio architettonico delle opere: «Si capisce che si tratta di Jacopo perché la composizione dei teleri presenta una complessità che non apparteneva al figlio Domenico, in particolare nella resa di certi passaggi e personaggi, nel dinamismo che hanno le scene e negli studi prospettici. Proprio in riferimento alla prospettiva ne “L’Ultima cena”, ad esempio, vengono mostrati due punti di vista e la profondità è enfatizzata dalla pavimentazione e dalla posizione della tavola. – precisa la restauratrice Caterina Barnaba – Da tutto questo si vede che i teleri sono opera di Jacopo. Il figlio ha supportato il padre nella realizzazione delle opere solo per quanto concerne la stesura della pittura». Il restauro ha infatti fornito nuovi dati utili allo studio del processo creativo del maestro del ‘500: «Interessante durante il compiersi dell’intervento e delle indagini diagnostiche è stato vedere come la tecnica esecutiva di Tintoretto sia sempre la stessa» ha detto Melissa Conn, confermando che i dati emersi durante il restauro della Crocifissione nella Scuola Grande di San Rocco, terminato un anno fa sempre da Caterina Barnaba grazie a Save Venice, hanno facilitato quest’ultimo intervento. Tintoretto infatti lavorava con una tecnica consolidata che riproponeva sempre nelle opere: «Nei teleri c’è la quadrettatura, la preparazione è fatta a colla e gesso e anche la tavolozza è sempre la stessa: utilizza pigmenti come l’oltremare marino, l’azzurrite, l’indaco o il verde malachite» spiega Barnaba, dicendo che il successo però è anche merito di una bottega ben organizzata «che non è sinonimo di scadenza, come diversamente si può pensare».

Ristabilito l’impianto prospettico

Il restauro ora ha restituito alle opere chiarezza e profondità, facendo riemergere le sottili variazioni tonali e le qualità pittoriche della produzione tarda di Tintoretto, inoltre ha ristabilito il rapporto con lo spazio architettonico.

«Rimessi al loro posto, i teleri hanno riacquistato valore, anche perché presentano caratteristiche e costruzioni prospettiche che si capisce che sono funzionali al luogo in cui si trovano» ha sottolineato il funzionario della Sovrintendenza Denis Valenti, che ha seguito i lavori. Tintoretto infatti lavora in modo coevo ad Andrea Palladio tanto che i teleri sono concepiti in stretta relazione con l’altare maggiore e il presbiterio, dove pittura e architettura si fondono. Ne “L’Ultima Cena”, ad esempio, si percepisce chiaramente la continuità tra l’altare fisico e la mensa presente nell’opera, che incrementano la funzione liturgica. Le opere hanno inoltre riacquisito la forza monumentale e la complessità compositiva: «I teleri non sono pensati per una fruizione frontale ma per essere visti di scorcio, per apprezzare in particolare la figura di Cristo che emerge centralmente» ha proseguito Valenti, sottolineando che il periodo in cui Tintoretto realizza i due teleri è un momento di attività molto florido per l’artista, nonostante avesse quasi 75 anni. «In questa fase ebbe grandi committenze in Basilica di San Marco, Palazzo Ducale, Scuola Grande di San Rocco e, appunto, a San Giorgio dove nella Cappella dei Morti è presente anche la “La Deposizione di Cristo nel sepolcro” che, completata nel 1954, risulta essere l’ultima opera realizzata dal genio del rinascimento veneziano. Dopo l’ultimo restauro finanziato pochi anni fa sempre da Save Venice, le indagini eseguite sull’opera hanno ridimensionato anche per questa la partecipazione della bottega». E sottolinea la capacità inventiva del maestro: «Alla sua età era in grado di trovare e creare soluzioni sempre nuove. Una capacità inventiva che Domenico non aveva. Il tema dell’Ultima Cena è stato affrontato da Tintoretto di frequente ma, anche questa volta, è riuscito a risolverlo in modo del tutto originale. A fine restauro certi brani hanno dimostrato una qualità pittorica davvero eccelsa, confermando la grande partecipazione del maestro» dice Valenti, sottolineando che sono emerse nuove prospettive sullo stile tardo di Tintoretto.

Una complessa storia conservativa

I due teleri hanno avuto una complessa storia conservativa. Un primo intervento di restauro è documentato nel 1733 e si ipotizza che in quell’occasione sia avvenuta una primissima foderatura delle opere. Ulteriori restauri furono fatti nell’800, mentre nel 1937 i teleri furono oggetto di un importante intervento di restauro da parte di Mauro Pelliccioli, in particolare “Il popolo d’Israele nel Deserto” fu rifoderato per garantirne la stabilità. Per quanto riguarda l’“Ultima Cena”, invece, nel 2011 l’opera fu trasferita per un periodo ai padiglioni della Biennale, occasione in cui venne eseguita un manutenzione straordinaria sulla pellicola pittorica. Al rientro poi si rese necessario anche un intervento strutturale con foderatura e realizzazione di un telaio in alluminio a tensionamento continuo: «Per garantire uniformità, lo stesso sistema durante il restauro appena concluso è stato adottato anche nell’altro telero che presentava alcuni inserti non originali, testimonianza dele sue vicende conservative, e difetti di adesione della pellicola pittorica al supporto, visto il telaio ligneo del ‘37 non più funzionale al tensionamento del dipinto» ha spiegato Barnaba. «La fornitura del nuovo telaio e l’esecuzione di un intervento strutturale, con consolidamento e foderatura, ha consentito di ristabilire condizioni di adesione e sicurezza della pellicola pittorica, migliorando la distribuzione delle sollecitazioni e la stabilità complessiva del dipinto secondo criteri di compatibilità dei materiali e reversibilità».

Restituita la leggibilità cromatica

Dopo la movimentazione delle opere svolta dalla ditta Unisve e la campagna diagnostica non invasiva eseguita da S.T. Art-Test di S. Schiavone & C. sas, i restauratori hanno potuto lavorare sulla superficie pittorica, compromessa da stratificazioni di vernici ossidate e ingiallite che ne alteravano la leggibilità cromatica. La pulitura ha restituito corretta lettura dele campiture, la profondità spaziale e la qualità pittorica, mentre le lacune e le abrasioni, dovute agli sbalzi climatici che portano a creare tensioni sulla superficie fragile della tela in lino, sono state integrate mediante velature con materiali reversibili. «Abbiamo appurato che le campiture in alcuni casi sono state stese prima a tempera, che è più coprente e facilita l’esecuzione, e poi rifinite ad olio per dare maggiore luminosità» spiega Barnaba, sottolineando che è emersa una tecnica esecutiva raffinata, basata su campiture di fondo scure, velature trasparenti e una conduzione fluida e sicura del pennello.

A breve il nuovo impianto di illuminazione

L’intervento di tutela è stato anche un’occasione di ricerca e conoscenza. Ora i vari specialisti dovranno svolgere una rigorosa interpretazione scientifica dei dati emersi per garantire una corretta interpretazione delle opere. Tra queste, l’ipotesi che un piatto sulla tavola de “L’Ultima Cena”, da cui pare uscire un osso di agnello, possa essere una raffigurazione del piatto del seder, che i commensali dovevano passarsi. Nell’altro telero invece dovrà essere approfondita la figura sopra Mosè che, vestita con un’armatura, guarda verso il coro e si sospetta possa essere il donatore dell’opera. Certo è che i teleri saranno a breve dotati di un nuovo sistema di illuminazione più adeguato: «Questo dovrà concentrarsi nel valorizzare i dettagli delle opere» ha detto Carmelo Grasso, direttore e curatore istituzionale dell’abbazia di San Giorgio Maggiore, anticipando che dove c’era la biglietteria per tutta la durata della Biennale verrà allestito uno spazio in cui i visitatori potranno vedere in un video le varie fasi del restauro. «Siamo disponibili per altre collaborazioni» ha detto infine Melissa Conn, sottolineando che il comitato americano attualmente sta seguendo 26 restauri in corso, tra cui quello sul telero della Trasfigurazione di Tiziano in chiesa a San Salvador (leggi qui), iniziato per un’emergenza.

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