

Sabato 14 marzo, il coro e l’orchestra del Teatro La Fenice hanno accompagnato musicalmente la messa nella Basilica di San Marco. Un’occasione per commemorare il tragico evento dell’incendio del 1996, come ha sottolineato Nicola Colabianchi, sovrintendente e direttore artistico della Fenice, ma anche per celebrare la rinascita del Teatro veneziano dalle sue ceneri. La celebrazione, presieduta dal Patriarca Francesco Moraglia alla presenza di fedeli e autorità civili, infatti, ha rappresentato a pieno titolo un momento di gioia ritrovata, per numerosi motivi. Dal colore liturgico rosa dei paramenti, richiesto per la domenica “Laetare”, che ricorda l’arrivo ormai prossimo della Pasqua, alla ventata di primavera portata dai brani di Mozart scelti dal coro e dall’orchestra del Teatro: la Missa in do maggiore Spatzenmesse K 220, ossia la “Messa dei passeri”, e l’Ave verum Corpus K 618, che hanno riempito le volte della basilica di una musica ormai inusuale per le nostre celebrazioni.

La celebrazione ha rappresentato un momento di grande significato, non solo per la Fondazione del Teatro La Fenice, ma anche per tutti coloro che hanno vissuto e affrontato il dramma del 1996: un incendio doloso che nella notte tra il 29 e il 30 gennaio distrusse quasi completamente la sala teatrale, già ricostruita nel XIX secolo a seguito di un grande incendio avvenuto nel 1836. Una storia, dunque, segnata da momenti travagliati, ma anche da ripartenza e perseveranza, come ha sottolineato Nicola Colabianchi, al termine della celebrazione: «Oggi, attraverso la musica e la liturgia vogliamo ricordare il momento difficile dell’incendio, ma anche sottolineare il percorso di rinascita, rinnovamento e speranza che ci ha portato fin qui. La musica, come sempre, ci unisce nel nome dell’arte, della memoria e del rinnovamento». Inoltre, dopo aver espresso la riconoscenza del Teatro al Patriarca di Venezia per la sua presenza e la sua guida spirituale, Colabianchi si è poi augurato che la Messa, arricchita dal repertorio mozartiano, potesse essere un momento di riflessione, gratitudine e speranza.

«L’odierna celebrazione eucaristica ci ha ricordato che il canto, nella Chiesa, nasce dall’amore, che è dono dello Spirito Santo. Non possiamo non sottolineare come il canto sia sempre espressione d’amore oltre che di doti umane e di studio» ha detto poi il Patriarca Francesco durante l’omelia. Se cantare è proprio di chi ama, come ha detto Sant’Agostino, il Patriarca ha aggiunto che un’assemblea che prega cantando giunge a una partecipazione attiva che è più di un atto esteriore di tecnica, perché è atto d’amore. Citando Benedetto XVI, Moraglia ha affermato: «Il canto liturgico non è un semplice ornamento, qualcosa di estrinseco o giustapposto, ma un modo di celebrare il Mistero che diventa canto». Il canto dunque, per Ratzinger così come per Moraglia, è una forma intrinseca e necessaria dell’espressione liturgica, che scaturisce dalla sovrabbondanza della fede nel Mistero celebrato. La musica, perciò, eleva l’assemblea e trasforma la celebrazione in un incontro con Dio.
Di conseguenza, la scelta dei brani per accompagnare la messa non è stata casuale, ma – come ha voluto ricordare il Patriarca – rispecchia due momenti diversi della vita di Mozart, con contesti professionali e personali quasi opposti fra loro. La Messa, in origine chiamata Missa Brevis e poi ribattezzata nell’800 “Messa dei passeri”, per via dei motivi veloci e ripetitivi dei violini che ricordano il cinguettio degli uccelli, riflette la necessità di comporre una musica sacra funzionale, concisa e brillante. La Messa, composta da Mozart ancora ventenne, non riporta la tensione spirituale che il compositore salisburghese saprà esprimere successivamente, come invece si può constatare nell’Ave Verum Corpus, composto da Mozart pochi mesi prima di morire. Dopo aver ottenuto il successo, infatti, Mozart compone questo inno per risolvere i suoi problemi finanziari: tuttavia, questa necessità non gli impedisce di attingere alla sua devozione personale per raggiungere una sintesi di assoluta purezza spirituale. Grazie alla semplicità apparente, l’Ave Verum Corpus K 618 costituisce un vertice della sacralità mozartiana; è un lavoro intimo, intenso, spirituale, scritto nello stesso periodo in cui stava realizzando il Flauto Magico e poco prima del Requiem rimasto incompiuto.
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