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ULSS3: Aumenta il consumo di alcol per donne e giovani

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Da dopo il Covid il trend di consumo grave di alcolici cresce, soprattutto per le donne

«Il dato che ci spaventa di più è l’aumento del consumo di alcol nelle donne – racconta la dottoressa Laura Suardi Responsabile del Servizio dipendenze (Serd) di Dolo e Mirano – bevono di più le giovanissime ma non solo. Oggi fra i quindicenni sono più le femmine rispetto ai maschi dedite al bicchiere, oltre che a fumare di più. Da un lato sono state sdoganate queste pratiche rispetto al passato ma esiste una fragilità diffusa. Anche la fascia più matura fa uso di alcolici, in risposta a circostanze della vita come lutti, separazioni, pensionamenti, disoccupazione. Il bicchiere diventa una sorta dicuraal dolore, fa stare bene, toglie l’ansia ma più se ne beve e maggiore è il bisogno, da soluzione diventa un problema. Per capire l’entità del tema, basti pensare che dopo il Covid i consumi sono aumentati del 800%, più è l’uso è maggiori sono i rischi».

«Se durante l’adolescenza è normale sperimentare – aggiunge il medico – il problema è che negli anni per trasgredire si è alzato sempre di più il livello, oggi si beve pesantemente e a volte non ci si diverte senza alcol, spesso per sopportare situazioni di difficoltà, anche famigliari, sommando tutto insieme queste abitudini mettono gravemente a rischio, visto che le donne sono più sensibili all’alcol, esponendo a situazioni in cui non si ha il pieno controllo di sé lasciandosi in balia degli eventi o degli altri, che non sempre hanno buone intenzioni. Per fare il punto su questa situazione nel territorio dell’ULSS 3 Serenissima organizziamo ormai da tre anni l’Alcohol Prevention Day”».

 

ULSS3 Serenissima: 3° Alcohol Prevention Day

L’evento, organizzato oltre che dalla dottoressa Suardi anche dalle dottoresse Annarosa Pettenò, psicologa del Serd di Mestre e Cecilia Sampaoli, assistente sociale a Dolo, è l’opportunità di fare il punto sulla situazione locale sul tema coinvolge i cinque Serd dell’ULSS3. L’occasione è quella del mese internazionale della prevenzione per incontrare anche tutte le realtà attive sul territorio che collaborano con la sanità pubblica, come il privato sociale, il volontariato e gruppi di supporto che formano una rete alcologica territoriale fitta per affrontare la questione della dipendenza da alcol.

Come ricordato in apertura dal Direttore dei Servizi sociosanitari Massimo Zuin, la giornata è stata dedicata non solo a leggere i dati, ma a mettere in evidenza le cause e le ricadute di questo aumento di consumo nelle donne. Il problema dell’abuso di alcol è che mette a rischio non solo il singolo, ma anche le famiglie e la collettività, visto che è correlato a violenze domestiche, incidenti e infortuni sul lavoro. Dalle giornata è inoltre emerso il prezioso lavoro di sinergia che viene svolto sul territorio dalle varie realtà coinvolte, se infatti trattenere tutte le persone con problematiche legate all’alcol esclusivamente in una struttura sanitaria richiederebbe un aumento di costi e personale, la rete attiva offre un circolo virtuoso per un’assistenza capillare e continuativa.

Alcolismo: una patologia con cause culturali

Ma perché si beve così tanto? «Il nostro territorio ha una cultura del bere – spiega la dottoressa Suardi – che deriva da una tradizione mediterranea per cui l’uso di alcol era sì quotidiano, ma consumato in un ambiente protetto come la famiglia o le feste conviviali. Oggi invece si è imposto un modello più nordamericano, che prevende anche pratiche di binge drinking (letteralmente bere fino a scoppiare), bevendo molto in poco tempo, una modifica nel consumo che non coinvolge solo i ragazzi ma anche gli adulti. Così 3-4 drink diventano normali per terminare la giornata senza rendersene conto e mentre è diminuito il consumo di vino sono aumentati superalcolici e birra».

«Quando si combatte contro una dipendenza di questo tipo la cosa più importante è trovare un’alternativa sociale al bere – continua – distrarsi con attività di volontariato o culturali, invece di tornare al solito bar dove perdere il controllo è facilissimo. Il rischio poi è quello di sottostimare le conseguenze di questo consumo, perché c’è poca conoscenza delle sue conseguenze, soprattutto per le donne l’alcol in gravidanza deve essere zero, altrimenti si mette a rischio lo sviluppo del feto che può portare poi a deficit cognitivi come chiaramente individuato dall’OMS, si tratta di patologie dello sviluppo che possono essere evitate, come ripetiamo ogni volta che incontriamo i medici di base per diffondere l’informazione. L’inasprimento delle tolleranze ha migliorato la situazione sulle strade, ma ancora troppe persone si ammalano di tumore a causa di eccessivo consumo di alcol, che nelle donne colpisce soprattutto al seno».

La situazione a Venezia e provincia per l’abuso di alcol nel 2023

«La Regione Veneto purtroppo non si posiziona bene rispetto al resto dell’Italia per il consumo di alcolici – chiarisce la dottoressa – l’ULSS3 è nella media del dato regionale, ma nel solo 2023 sono state seguite per problemi di alcolismo 941 persone, di cui 249 donne. Inoltre dei 2234 tossicodipendenti presi in cura, il 30% circa ha anche problemi di alcol, senza contare anche giocatori e fumatori, oltre alle famiglie. Questi numeri sono poi minoritari, perché il Serd soffre ancora lo stigma che da noi vengano solo eroinomani, in qualche modo la struttura fa paura, quando in realtà affrontiamo tutte le dipendenze, per questo stiamo lavorando assieme alle rete dei medici di medicina generale per fare il più possibile informazione, distribuendo anche un opuscolo che sarà inserito nel portale “vivo bene” della Regione».

«Oltre a queste iniziative come ULSS3 abbiamo una rete attiva che oltre ai cinque Serd mette in contatto ospedali e diversi dipartimenti, come quello di psichiatria e gastroenterologia ed è in convezione con il Fatebenefratelli per i ricoveri di riabilitazione di 21 giorni – conclude – che rispetto a quelli di medicina di 3-4 giorni sono molto più incisivi e prevedono percorsi con psicologi e gruppi di assistenza sul territorio. La maggiore difficoltà da superare è l’accesso alle cure, spesso infatti le famiglie minimizzano il problema è chi ha un disturbo grave trascura anche molti altri aspetti della propria salute, per questo il percorso prevede anche screening per altre malattie, soprattutto oncologiche. In stretta collaborazione poi con il dipartimento di prevenzione e con gli educatori di strada, interveniamo anche nelle scuole per spiegare che l’alcolismo è una patologia e non un’abitudine».

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