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ULSS3: un’equipe per sconfiggere i disturbi alimentari

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Un team multidisciplinare per affrontare a livello pediatrico le patologie negli under 18

«Per questo tipo di patologie nei minori è fondamentale il rapporto di fiducia che si crea fra paziente e medico, è qualcosa che dobbiamo conquistarci, abbattendo le barriera che chi soffre di disturbi alimentari ha creato attorno a sé stesso». La dottoressa Giuliana Fino, pediatra dell’ULSS3 Serenissima, spiega così come vengono affrontati i giovanissimi pazienti minorenni che entrano in contatto con l’Unità operativa semplice (UOS) “Comportamento alimentare”, unica in Veneto per caratteristiche, che attraverso un protocollo condiviso fra ospedali e territorio, utilizza un approccio multidisciplinare coinvolgendo diversi specialisti.

«Lavoro a Venezia dal 2021, anno che assieme al 2022 ha visto un picco di ricoveri ospedalieri per anoressia nervosa e altri disturbi nei minori – spiega il medico – nel 2023 si sono ridotti i casi, ma sono stati più gravi, chi arriva ad essere ospedalizzato è in una condizione critica, soprattutto per l’anoressia, in cui rischia la morte, quello che più preoccupa è che si sta riducendo l’età media di queste situazioni, che è passata dai 16 ai 14 anni. Il ricovero individua solo una fetta marginale del fenomeno, molti casi restano latenti come osservo dal servizio ambulatoriale che seguo in parallelo, dove, anche se le patologie sono meno gravi, i numeri restano consistenti con 2-3 nuove richieste al mese per essere seguiti nella zona di Mestre-Venezia. Mentre i ricoveri nell’ultimo triennio sono stati in media 70 all’anno».

l'Unità operativa semplice (UOS) “Comportamento alimentare” dell’ULSS3

«La storia del nostro reparto è recente e dobbiamo la creazione di questa unità alla lungimiranza di due pediatri: Maurizio Pitter e Giuliano Cuccarolo che nel 2016 iniziarono a trattare i pazienti con l’aiuto di personale di diverse specializzazioni – spiega il primario di pediatria, il dottor Luca Livio Ecclesio – dai 4/5 pazienti all’anno dell’inizio siamo arrivati alle decine attuali tanto da creare l’Unità operativa semplice di intervento, guidata dalla dottoressa Fino. Questo è stato possibile ricercando persone all’interno dell’azienda sanitaria per definire un gruppo specialistico sui disturbi del comportamento alimentare, mettendo insieme pediatri, endocrinologhi, dietisti, psicologi, per trattare le patologie in modo incisivo da varie angolazioni».

«In questo modo i percorsi di trattamento in seguito al ricovero vengono definiti a seconda dei casi in base all’età ma soprattutto alla gravità – aggiunge – affianco ai soggiorni nel reparto pediatrico di Venezia, dove anche infermieri e OSS sono formati sulla materia, abbiamo definito un protocollo condiviso che coordina ospedali e ambulatori sul territorio per la gestione dei casi di disturbi alimentari nei minorenni, in modo che oltre all’ospedalizzazione i pazienti vengano seguiti dai servizi ambulatoriali, che garantiscono la miglior risposta e collaborazione da parte degli assistiti. Gli ambulatori fanno riferimento al Polo adolescenti e sono a Mestre, Venezia, Mirano, Dolo e Chioggia».

Disturbi alimentari: un problema che nasce in famiglia

«I ricoveri maggiori sono casi di anoressia nervosa dove l’impatto sull’organismo è maggiore – racconta la dottoressa Fino – se ne accorgono di solito i genitori o i docenti a scuola. Questo non significa che bulimia e binge-eating (le abbuffate incontrollate) non ci siano, ma vengono vissute in modo più intimo perché permeate di vergogna da chi le sperimenta e celano uno strato sotterraneo di patologie che spesso sfuggono agli occhi degli educatori. In alcuni casi il sovrappeso è accettato, anche attraverso pratiche di gruppo, quando magari nasconde delle connotazioni psicopatologiche. I ricoveri hanno un rapporto di 9:1 fra maschi e femmine, complice anche standard estetici diversi, per cui un ragazzo robusto è più tollerato di una ragazza che quindi ha più condizionamenti sul proprio corpo».

«In media dalla reale comparsa dei sintomi all’approdo verso il trattamento intercorrono circa 12 mesi. Perché in famiglia non ci si accorge prima? – si interroga il medico – sia perché una situazione che evolve lentamente è meno difficile da individuare per chi si ha sotto gli occhi tutti i giorni, sia perché resta un forte stigma da parte dei famigliari nel riconoscere che una patologia possa avere una natura psicologica. Così capita che i pazienti siano passati da endocrinologi e gastroenterologi prima di approdare a una diagnosi di disturbo alimentare. Per questo non viene preso in carico solo chi ne se soffre, ma l’intera famiglia, con percorsi psicologici sia individuali che di gruppo, per dare coscienza sui disturbi e togliere il senso di colpa e la vergogna per la malattia dei figli. I ragazzi oggi sembrano molto in compagnia, ma è una condizione mediata, i rapporti umani dal vivo sono estremamente ridotti e i disturbi alimentari riducono ulteriormente la socialità, per cui spesso la patologia è uno strumento di difesa dal mondo esterno».

ULSS3 Serenissima: intervento con approccio multidisciplinare

«La nostra equipe si compone oltre ai medici di reparto anche di dietisti, psicologi e psicoterapeuti – spiega la dottoressa Fino – oltre a tirocinanti di psicologia che ci supportano nelle terapie di gruppo. Infatti dopo essere intervenuti d’urgenza dal punto di vista medico, lo step successivo è stabilizzare i pazienti anche dal lato personale, lavoriamo come se fossimo una staffetta, indagando le motivazioni profonde dietro al disagio che si manifesta sul corpo ma che nasce da dentro. Il tempo medio di ricovero è di otto settimane, successivamente si intraprende un percorso ambulatoriale che dura circa tre anni, che permette di guarire completamente il 70/80% dei casi. Per alcune patologie c’è invece una sorta di remissione, esiste il rischio di ricadute, per cui il percorso insegna anche a prevenirle».

«Uno dei passaggi fondamentali del trattamento nelle prime fasi di ricovero è quello dell’assistenza ai pasti per non lasciare soli i pazienti in questo momento critico che si ripete cinque volte al giorno, per agire con consapevolezza della difficoltà di tornare a un’azione normale, per ripartire da zero liberandosi dalle sovrastrutture create dal disturbo – conclude – il recupero è un percorso difficile ma molto intenso dal punto di vista emotivo e crea legami forti, tanto che i pazienti si tengono in contatto con noi nel tempo. Quello che vorremmo però è che le situazioni si potessero affrontare prima del ricovero, per questo è possibile rivolgersi agli sportelli del Polo adolescenti dell’ULSS3, a cui possono accedere non solo le famiglie ma anche i minori senza i genitori, anche solo per un colloquio conoscitivo per capire se c’è il rischio della presenza di una patologia. E’ importante ritardare il meno possibile l’accesso alle cure, anche se il servizio che garantiamo è molto apprezzato, ci piacerebbe pensare di poter aiutare il più possibile in modo tempestivo per evitare che uno stato di difficoltà, magari transitorio, si trasformi in una condizione da curare».

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