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Vendramin Grimani: la storia di un palazzo ritornato salotto culturale

Dal 2021 il palazzo è diventato sede della Fondazione dell’Albero d’Oro che, oltre a promuovere mostre ed iniziative culturali, ne valorizza la storia

A mezza via fra il ponte di Rialto e la volta de Canal, tra i tanti affacci affascinanti sul Canal Grande, c’è quello di Palazzo Vendramin Grimani, raggiungibile in pochi minuti da Campo San Polo seguendo un intricato e suggestivo susseguirsi di callette che consolida il carattere segreto e misterioso del luogo. Lo storico edificio, nel 2018 comprato dal gruppo LFPI, dal 2019 è sede della Fondazione dell’Albero d’Oro, istituzione culturale nata da un gruppo di imprenditori e professionisti francesi e veneziani, uniti dalla comune passione per la cultura e dalla volontà di restituire vita al palazzo, come nei secoli scorsi. Dopo due anni di lavori di restauro, a partire dall’apertura al pubblico nel 2021, la Fondazione dell’Albero d’Oro, presieduta da Gilles Etrillard e di cui è segretaria generale Béatrice de Reyniès, punta a favorire azioni artistiche, culturali, didattiche e di ricerca in collaborazione con prestigiose istituzioni pubbliche e private, italiane e internazionali, per promuovere progetti interdisciplinari e scambi culturali tra Venezia e il mondo. L’intento è di ospitare residenze d’artista e incontri dedicati alla letteratura, sotto forma di conferenze o conversazioni, e mostrecome quella che da alcuni giorni ha da poco inaugurato su Patrick Saytour “Le pli et le temps / La piega e il tempo”, la prima in Italia dedicata all’artista francese (leggi qui). Un progetto, quest’ultimo, che si inserisce nella linea di ricerca espositiva della Fondazione, che nel corso degli anni ha sviluppato una continuità tematica che dal filo e dal tessuto ora arriva a valorizzare la piega come metafora di un’etica capace di accogliere la complessità e l’imperfezione.

Il restauro

Prima dell’apertura al pubblico, il palazzo nel 2020 è stato interessato da un restauro e un intervento di manutenzione straordinaria che, in accordo con la Soprintendenza, ha coinvolto i vari piani dal punto di vista murario e della struttura impiantistica, adattandolo alla fruizione da parte di persone diversamente abili. L’edificio ha anche visto il recupero del sottotetto, della porta d’acqua e la realizzazione della foresteria. In particolare è stato necessario intervenire sulla facciata principale sul Canal Grande, interamente ricoperta in Pietra d’Istria bocciardata, impreziosita da dettagli scultorei e inserti di porfido rosso egiziano, di marmo verde antico di Tessaglia e di cipollino rosso iassense, che prima dell’intervento presentava ampie aree caratterizzate da disgregazione, oltre ad un diffuso fenomeno di deposito superficiale. L’intervento ha previsto la pulizia, la rimozione dei materiali incoerenti e il consolidamento dei fenomeni di degrado. È stato poi necessario intervenire anche sulla facciata della corte interna dell’immobile, mediante intervento di ripristino degli intonaci della parte bassa e una generale pulitura delle rimanenti parti delle facciate.

Le storia del palazzo e delle famiglie che lo abitarono

La Fondazione ci tiene a far riscoprire ai visitatori la storia del palazzo che si intreccia con le genealogie delle nobili famiglie veneziane dei Vendramin e dei Grimani. Nel 1449 Andrea e Luca Vendramin acquistarono una casa fondaco di forme bizantine. Nel 1452 i due fratelli si divisero le proprietà e la dimora rimase ad Andrea, che diverrà doge nel 1476. Alla sua morte, avvenuta nel 1478, l’edificio passò al figlio Alvise, che a sua volta lo lasciò in eredità al figlio Giovanni, che nel 1497 sposò Cecilia Malipiero. Agli inizi del 1500 iniziarono i lavori alla facciata che si concluderanno nel 1513, quando Giovanni morì prematuramente, e fu in quel momento che palazzo Vendramin Grimani assunse l’aspetto rinascimentale che ancora oggi lo contraddistingue. I Grimani entrarono nella storia dell’edificio nel 1517 con il matrimonio fra Antonio di Girolamo ed Elisabetta Vendramin pronipote del doge Andrea, la quale aveva ricevuto in dote l’immobile. Con Girolamo, nato nel 1530 dal matrimonio di Antonio ed Elisabetta, prese avvio il ramo dei Grimani dall’Albero d’Oro, da cui prende nome la Fondazione. I Grimani dall’Albero d’Oro daranno alla Repubblica un doge, Pietro (dal 1741 al 1752), già ambasciatore in Inghilterra nel 1710, ove conobbe Isaac Newton e venne fatto socio onorario della Royal Society. A partire dal primo decennio del Settecento Pietro Grimani fece del palazzo un salotto culturale aperto alle istanze del pensiero illuminista e vivacizzato fra gli altri da Andrea Musalo, teorico dell’architettura “rigorista”. Un circolo dal quale scaturì la singolare figura del gondoliere-poeta Antonio Bianchi. Nel 1894 Maria Carolina, l’ultima dei Grimani Giustinian, sposa nel 1924 Andrea Marcello, aggiungendo al cognome Marcello quello di Grimani Giustinian. L’edificio rimase stabilmente nel patrimonio degli eredi della famiglia Grimani fino al 1969, quando venne acquistato dalla famiglia Sorlini di Brescia, che si fece carico di alcuni interventi di restauro dell’edificio. Oggi palazzo Vendramin Grimani, sede della Fondazione dell’Albero d’Oro, è tornato alla sua originaria funzione di “salotto” culturale.

Cinque secoli di stratificazioni

Le vicende dell’edificio, già esistente nel 1365, si possono ripercorrere attraverso la struttura architettonica, l’analisi delle stratificazioni e le diverse campagne decorative succedutesi in un lungo arco temporale durato più di cinque secoli. Si procede dalle preesistenze bizantine, romaniche e gotiche (visibili nella Pianta prospettica di Jacopo dei Barbari del 1500) per approdare alla rifabbrica del primo Cinquecento, voluta da Giovanni Vendramin, che fornì l’attuale veste esteriore al palazzo. Anche la stagione tardo settecentesca interverrà sulla fabbrica con modifiche sostanziali all’organizzazione degli ambienti e al loro apparato decorativo, mentre il XIX secolo contribuirà ad arricchire gli interni con gli affreschi di Giovanni Carlo Bevilacqua, Sebastiano Santi e Giuseppe Borsato realizzati negli anni venti dell’Ottocento. Oggi il percorso di visita si sviluppa attraverso il primo piano nobile, dove i suggestivi ambienti dati dagli arredi d’epoca raccontano secoli di storia del palazzo. Il percorso si apre con la Sala dell’Albero d’Oro, dove viene presentata la genealogia e gli onori delle illustri famiglie che abitarono il palazzo di San Polo. Da qui si passa al Portego, cuore della vita sociale delle famiglie. Passando dall’Anticamera si arriva poi alla Sala del Dogee sul lato opposto alla Sala dell’Aurora, dove c’era la cappella privata del palazzo. Fino ad arrivare alla suggestiva Sala dei Ventagli, alla Sala dei Quadri, che una volta aveva funzione di quadreria, e alla Sala delle Quattro Famiglie. «Compito della Fondazione – ha sottolineato Daniela Ferretti del consiglio di amministrazione della Fondazione e curatrice delle mostre – è stato fin da subito quello di far dialogare i progetti espositivi con la suggestiva storia del palazzo».

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