

C’è un segreto millenario che veneziani e turisti “calpestano” ogni giorno, forse senza saperlo, passeggiando lungo l’ampia e vivace via Garibaldi, nel popoloso sestiere di Castello. Quella che oggi è nota come una vera “via” della città lagunare, rappresenta un monumentale mosaico di storia e… distruzione. Pochi sanno che le sue fondamenta poggiano letteralmente sulle macerie di un intero pezzo di Venezia che non esiste più da tempo, cancellato di colpo per volere di Napoleone Bonaparte. Per comprendere cosa nasconda davvero il sottosuolo di quel tratto di strada, bisogna fare un salto indietro. Dove oggi sorgono i Padiglioni della Biennale e il viale alberato, una volta erano presenti alcuni edifici sacri con annessi i loro campanili. Luoghi di fede e tesori d’arte che l’imperatore francese, nel suo piano di radicale “rinnovo” urbanistico della città storica, decise di radere al suolo per fare spazio ai suoi giardini pubblici. E cosa ne fu dell’immenso cumulo di pietre e mattoni, derivato proprio da quella demolizione? Venne collocato – e dunque riutilizzato – a pochi metri di distanza. Nel 1807, infatti, l’antico canale di Sant’Anna venne interrato sfruttando i detriti di quelle chiese abbattute per fare spazio ad un polmone verde cittadino che all’epoca, in Laguna, ancora mancava.

Nacque così la via Eugenia, in onore del figliastro di Bonaparte, il viceré Eugenio di Beauharnais, ribattezzata solo in seguito “via Garibaldi”. Ecco allora che oggi, tra i tavolini di bar e ristoranti e nel viavai frenetico di residenti e turisti, la via più larga di Venezia continua a raccontare la sua doppia anima: un “corridoio” moderno nato dalle ceneri della fede antica, dove la storia cammina letteralmente sotto i nostri piedi; passo dopo passo ogni giorno. Una narrazione ripercorsa da Fabio Rizzardi, autore di “Campanili a Venezia” (Antiga Edizioni), in occasione dell’incontro organizzato qualche settimana fa al Centro culturale Candiani di Mestre dal Circolo Veneto. Un appuntamento inserito nel ciclo di conferenze dal titolo “VeneziE” a cura del prof. Antonio Manno. Il volume di Rizzardi – l’idea di un libro dedicato ai campanili veneziani è nata durante il Covid, osservando le stampe di Venezia appese nel suo studio dentistico – è un concentrato di notizie disponibili su questi storici manufatti: un’attenta raccolta di dati recuperati online, nelle biblioteche e tra le pagine di alcuni saggi, che il lettore ha la possibilità di studiare e approfondire. L’autore ha elaborato anche 10 itinerari che consentono di vedere di persona i vari campanili raccontati tra le righe, passando dalla carta stampata alla realtà: 9 nel centro storico, mentre il restante interamente dedicato alle isole veneziane. Nel libro sono presenti anche dei Qr code per seguire i percorsi sullo smartphone. A ispirare la ricerca dell’autore, vero fil rouge dell’intero suo lavoro, è stata la celebre veduta di Venezia di Jacopo de’ Barbari, risalente al 1500. «Napoleone – racconta Rizzardi, descrivendo la nascita di via Garibaldi – ha raso al suolo la chiesa di San Domenico, di Sant’Antonio di Castello, di San Nicolò, delle Cappuccine e l’ospitale dei marinai. Edifici eliminati per dar vita ai Giardini napoleonici. A Venezia esistevano tantissimi campanili. Erano 140, attualmente invece 117, isole comprese. Cos’è successo?». Bonaparte ha sicuramente giocato, in senso negativo, un ruolo significativo da questo punto di vista. E la Storia lo conferma. «Abolì gli ordini sacri e un certo numero di chiese. Chiuse congregazioni e conventi. Da 187 che erano, sparirono 86 edifici sacri: 70 furono distrutti, 16 invece spogliati di arredi sacri, quadri e altari, divenendo magazzini e dormitori per i soldati. A questi numeri dobbiamo sottrarre poi i campanili che sono crollati, che sono stati demoliti o che sono stati trasformati in qualcosa di diverso rispetto a ciò che erano. Sono andato a vedere la lista di quelli esistenti e li ho segnati uno per uno; li ho poi elencati, dividendoli tra i vari sestieri e numerandoli sulla pianta. Per ciascuno ho realizzato una scheda contenente le varie caratteristiche architettoniche principali e note storiche anche dell’annessa chiesa».

Una carrellata di informazioni storiche, Rizzardi le ha condivise proprio in occasione dell’incontro al Candiani. «Il crollo più famoso è stato quello del 14 luglio 1902. Mi riferisco al “paron de casa”», ovvero il campanile di San Marco. «Non ci furono vittime. Le macerie vennero raggruppate, caricate su degli zatteroni e versate in mare, al largo del Lido. In seguito a qualche temporale violento o fortunale, càpita ancora di trovare in spiaggia, sulla battigia, dei pezzi di mattone della struttura crollata dell’epoca». Riguardo il crollo, «delle avvisaglie ci furono, non si trattò di qualcosa di improvviso. Il Canaletto, nel 1745, immortalò degli operai al lavoro, mentre stavano ristrutturando una parte del campanile, colpito da un fulmine. Insomma, un indebolimento della struttura c’era stata, tanto che vennero inseriti dei pezzettini di vetro all’interno delle fessure, in modo che, se avessero cambiato dimensione, i pezzi sarebbero saltati immediatamente. Un indicatore del movimento effettivo del campanile, che alla fine crollò insieme all’angelo in cima: non fu recuperato ma ricostruito, montato su una base girevole. Fa da segnavento». Tra le campane, l’unica che si salvò fu la Marangona che, con il suo rintocco, segnava l’ora di inizio e di fine del turno di lavoro per i falegnami (i “marangoni”, appunto, come venivano definiti in veneziano). La narrazione prosegue condividendo un’altra storia. Era caratteristico il campanile di San Paterniano: l’unico, in città, a pianta pentagonale. «Dapprima venne demolita la chiesa e poi, quando si volle modificare l’urbanistica a Venezia, si arrivò a eliminare anche il campanile. Al suo posto è stato creato campo Manin», prosegue l’autore. È crollato invece per “cause naturali”, nel 1540, il campanile di San Beneto. «Anche in quel caso non si ebbero vittime». Le motivazioni maggiori che hanno portato a registrare alcuni crolli in città vanno riscontrati in problemi di stabilità, ma c’entrano pure temporali e fulmini, che distrussero numerose celle campanarie e cuspidi.

Un altro caso singolare è quello del campanile di San Girolamo, a pochi passi dal Ghetto ebraico. «Nel 1705 un incendio distrusse la chiesa e il convento. Ricostruita la prima, il campanile non si trovava in buone condizioni e così venne l’idea di trasformarlo nella ciminiera di un mulino a vapore che avrebbe dovuto produrre anche glucosio. Insomma, il campanile, alla fine, venne usato come camino, prima di essere abbattuto». E parlando ancora di campanili, Rizzardi sottolinea come molti di essi siano contraddistinti da alcune particolarità strettamente connesse agli orologi. Nella chiesa di San Francesco di Paola, in via Garibaldi, ce n’è uno davvero unico nel suo genere, che segna sempre la stessa ora. «Si tratta di un orologio dipinto. Indica le 9.30, orario della morte di San Francesco di Paola». Poi la curiosa vicenda del parroco dei Santi Apostoli che, nel 1673, dopo aver deciso di fare un giro nella cella campanaria, scivolò accidentalmente uscendo da essa. «Si salvò grazie alla veste, impigliatasi proprio nella lancetta dell’orologio. Il religioso vi rimase appeso finché non andarono a soccorrerlo».
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