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Legno di bricola di Venezia? Un recupero (quasi) impossibile

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La difficile strada del riuso di questo materiale sempre più ricercato

In un periodo in cui la sostenibilità è diventata un vero e proprio mantra, l’idea di aiutare il pianeta e assieme arricchire di design unici la propria abitazione sembra una soluzione particolarmente accattivante. E cosa c’è di più affascinante di metter dentro la propria casa un pezzo di Venezia? Così negli ultimi anni è nata una nicchia di recupero creativo delle bricole veneziane, i pali di legno piantati in laguna che servono a delimitare i canali, oltre che a legare le imbarcazioni. Dalle tavole, ai pavimenti, fino all’oggettistica più ricercata, questo legno è diventato particolarmente richiesto per il riuso, ma si presta davvero a diventare una materia prima?

Sì e no, sicuramente non può essere impiegato in modo massiccio per via della scarsità del materiale, che nonostante subisca un ricambio continuo, è limitato alla sola laguna, ambiente che rende unico questo legno grazie alla presenza della teredine, un mollusco bivalve (ovvero con una conchiglia formata da due parti) xilofago, o per dirla in modo più semplice, ghiotto in prevalenza di legno. Questo sembrerebbe giustificare i prezzi alti per i manufatti ottenuti, ma c’è dell’altro che ne limita l’utilizzo e dipende proprio dal ciclo di vita di questo legno, che si può definire con sicurezza “di bricola” solo se con tracce di teredine, una sorta di marchio di origine da area lagunare.

Le caratteristiche delle bricole

Le bricole, tradizionalmente create da rovere europeo, possono essere di varie tipologie in base a come vengono raggruppate: nel caso di un singolo palo questo si chiama “meda”, alternativamente vengono posizionate a gruppi dispari della stessa altezza (3, 5, 7) oppure in quattro con uno dei tronchi lavorati disposto più in alto degli altri, per una composizione nota come “dama”. Normalmente si tratta di pali di circa una decina di metri di altezza, piantati per 2/3 nel terreno che emergono per circa tre metri dal pelo dell’acqua.

La parte di maggior interesse è proprio quella esposta agli agenti atmosferici, perché è quella che viene aggredita dalla teredine, che scava lunghi cunicoli interni al palo. Questi caratteristici “buchi” sono l’elemento distintivo di questo materiale, formando una sorta di decoro naturale, rendendolo particolarmente ricercato per un utilizzo nel campo dell’arredamento di design. La teredine, spinta anche dal moto ondoso, risale all’interno del palo erodendolo in modo “artistico”, tanto che per la componente più ricercata della bricola è proprio quella più rovinata e rara, infatti l’estremità immersa nel terreno si preserva dai buchi dell’ospite.

Tavole ricavate da legno di bricola con segni di teredine
Le difficoltà nel riuso delle bricole

La componente definita come “legno da bricola” è quindi tradizionalmente l’estremità del palo, poiché solo la sommità è aggredita dalla teredine. Ma se da un lato questo è un prodotto unico del territorio lagunare, in realtà non è direttamente approvvigionabile dalle aziende che volessero lavorarlo. Infatti tutte le imprese che piantano pali, oltre a doverli numerare, hanno l’obbligo di smaltire il materiale che ritirano presso ditte specializzate, quindi il legno non è da loro direttamente rivendibile.

Nonostante il legname sia privo di sostanze inquinanti, dato l’uso a contatto con l’acqua, nei capitolati di gara del Comune di Venezia e della Città Metropolitana nel costo dei servizi di fornitura è previsto anche lo smaltimento, dato che si tratta di un bene pubblico di proprietà del demanio. Per questo a ogni bricola corrisponde un numero identificativo e deve essere smaltita quella che viene sostituita da una nuova. A complicare la questione sopraggiunge anche il fatto che data la fragilità di questo materiale all’attacco della teredine, che già di per sé rende rara la materia utilizzabile, progressivamente è stato affiancato da altre soluzioni.

Infatti oltre al ricercato ma delicato rovere, nel tempo si sono affiancati legnami di provenienza sudamericana, più resistenti, oltre alla comparsa, a partire dai primi anni 2000 e ufficialmente con un protocollo d’intesa del Comune datato 2015, di pali in plastica con l’anima in metallo. Il rovere a disposizione è quindi sempre meno e, anche se fosse usato il brevetto depositato dall’architetto Sandro Castagna per graffettare i pali in modo che l’ossidazione del metallo tenga alla larga la teredine, sarebbe difficilissimo ricavare abbastanza materiale da poter essere lavorato in grandi quantitativi.

Sezioni di legno di bricola aggredito da teredine
Bricola sì o bricola no? Una materia prima complicata

Al netto del potenziale impatto visivo e ambientale della plastica in laguna rispetto al tradizionale legno, questa dura molto di più di una classica bricola lignea. Il ciclo di vita medio di un palo tradizionale è di circa 10 anni, quindi considerando che la parte a uso decorativo di un tronco lavorato è quella soggetta a maggior erosione e che per essere utilizzata necessita in ogni caso dell’estrazione di chiodi, il ricambio non è così frequente, di conseguenza il materiale resta scarso. Ma il poco legno che c’è come arriva sul mercato?

Se le aziende che si occupano della sostituzione dei vecchi pali sono obbligate a raccoglierli e conferirli nei centri di raccolta autorizzati, da qui l’unica possibilità per rimetterlo sul mercato è che sia giudicato ancora utilizzabile. L’eccezione, a cui ricorrono anche artisti locali, è quella del ritrovamento di un pezzo di bricola staccatosi dal palo principale e disperso in laguna. Quindi i numeri sono molto bassi. Va considerato inoltre che una bricola con una parte ancora sana, ad esempio se ha erosa solo la punta, può essere ripiantata su un fondale meno profondo quindi il legname a disposizione è davvero esiguo per dargli una nuova vita in modo continuativo.

Esistono alternative possibili per avere questo tipo di pali “lavorati” dalla teredine in modo legale e senza limitazioni? Se si volesse avviare una produzione di legno di bricola l’unico modo sarebbe quello di creare dei vivai in cui piantare dei pali e lasciare che il mollusco faccia il suo corso, donando unicità al materiale. Questo sempre se si vuole un autentico legname eroso da questo “creativo” divoratore di tronchi, una soluzione meno affascinante è quella di accontentarsi di pali da laguna semplici, a cui forse qualche artigiano o qualche macchina a controllo numerico potrebbe aggiungere, simulando artificialmente, i celebri e ricercati buchi.

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